giap.jpgwuminggiap.jpgLa rivoluzione Wu Ming continua a mietere vittime. La prima vittima: il vittimismo. Il vittimismo dello scrittore, la sua stortignaccola automitologia che puzza di minestrone e di tinello: è il primo caduto di una battaglia esaltante per alcuni, estenuante per altri. Il nostro sguardo sul campo di questa battaglia deve per forza essere allargato, deve vedere la strategia nel suo complesso: si esige da noi lettori e scrittori una prospettiva ampia, che colga le molte implicazioni di una guerriglia culturale e politica molto complessa, che i Wu Ming stanno conducendo da anni, rintuzzando e poi aggredendo le molte spire di un leviatano idiota. E’ possibile ravvedere, nel deposito salino costituito da GIAP!, l’antologia della newsletter del sito wumingfoundation.com, curata da Tommaso De Lorenzis, i moti connettivi di un oceano in movimento. Per quanto queste osservazioni siano personali e transeunti, si può qui provare a elencare i due assalti più costruttivi e decisivi con cui il progetto Wu Ming sta sbaragliando l’esistente: quello letterario e quello politico.

wuminglogo.jpgComincio da vicino: dalla letteratura. Più volte ribadita nell’arco di tutto il libro, che di per sé è già un mostro letterario, contemporaneamente appartenente a tutti i generi, è la centralità della costruzione del mito. Anzi, più che costruzione, si tratta di intercettazione e traduzione di nuclei e strutture con cui la collettività e la contemporaneità elaborano il proprio rapporto col mondo. Rispetto al semplice regime delle poetiche, è uno scacco matto a ogni nichilismo, a ogni vuota ermeneutica, a ogni ineffabilità pneumatica e sospirosa: è un’esplicita dichiarazione di strategia letteraria – il ritorno dell’epica. Nei secoli dei secoli questi due atteggiamenti letterari rispecchiano concezioni e sentimenti del mondo che appaiono inconciliabili: da un lato il lirismo che, quando non ottiene esiti alti e significativi, esalta un mito pararomantico, una specie di vizietto dell’intelligenza, un ripiegamento ombelicale che tradisce il desiderio di rientrare nell’utero perché il mondo è brutto; sull’altra sponda del conflitto, l’aggressione dell’epica che, se non esiste una comunità che la esprime con autenticità, diviene una meccanica insulsa e roboante. Il lirismo prescinde dalla storia perché traduce in stile la storia di un io. L’epica è la storia, perché si radica nel momento storico tentando di universalizzarlo, ma se il momento storico non è favorevole – ciò significa: non esiste una collettività unita da storie comuni – allora anche l’epica non esiste.
GIAP! concretizza non tanto un’ambizione epica che i Wu Ming hanno coltivato chissà quando o chissà come – tutt’altro: GIAP! è direttamente l’epica. Si tratta di testi in movimento, colti nella fluidità di un ininterrotto dialogo, i cui autori non sono soltanto i cinque Wu Ming e il curatore De Lorenzis: sono tutti i giapster a fare schizzare fuori dal contesto domestico parole idee sintassi e grammatiche tradizionali e alternative. GIAP! non è una storia (ma quale storia è una storia?), bensì un insieme di storie: formula apotropaica con cui l’uomo incanta il mondo e si incanta nel mondo, procedendo per rizomi non sempre verificabili e sicuramente non riducibili a un’equazione, per quanto differenziale essa sia. La pluralità degli sguardi sul mondo e delle voci sul pianeta vengono qui raccolte in una sorta di antologizzazione emblematica del sommovimento che attraversa il pianeta come un sisma sociale in questi anni.
Soltanto approfondendo questa vocazione più che civile che la letteratura epica dei Wu Ming esprime, possiamo comprendere che cosa sia la prospettiva politica che irradia dalla comunità che, coi Wu Ming, è costantemente in dialogo e in scambio non soltanto simbolico. La storia dei Movimenti, che culmina nei giorni tragici e aurei di Genova, per confluire nello sbalorditivo esito di Firenze, è automaticamente letteratura: attraversa il deserto del reale, funesta immagine con cui i Poteri tentano di ingabbiare il mondo del divenire, un popolo nomade che è tale quintessenzialmente – proprio a partire dalla capacità di non cristallizzare, definire e traslare in morgue l’insieme di sogni, passioni e intelligenze che si sciolgono in un mare di storie. E’ la prassi della letteratura che è la stessa cosa della prassi politica. Qui segue una valutazione non direttamente letteraria, bensì sociologica: la funzione del collettivo Wu Ming è quella di ricostruire i miti esattamente come Shakespeare, il bardo collettivo che incarna la baraonda orale di un popolo in un’operazione di alto stile. Stile alto perché nulla ha a che vedere con la concezione ipolinguistica dello stile secondo parametri di assurda e disumana filologia. mcqueen.jpgPoiché l’unica filologia che si può praticare su GIAP! (ma, in generale, sui testi a firma Wu Ming) produce idea e politica. Un unico esempio: la postilla che si intitola “Siamo ancora vivi, bastardi!” è una citazione dalla celebre battuta finale di Papillon, quando uno sfinito Steve McQueen, a bordo di un sacco pieno di noci di cocco, appare in forma cristica, le braccia spalancate, in mezzo all’oceano, sfuggito a un’isola colonia penale in cui non c’erano sbarre. Nel caso di Papillon, la battuta è: “Sono ancora vivo, bastardi!”. Tra quella prima persona plurale e questa prima persona singolare c’è tutta la filologia politica che il testo della comunità Wu Ming permette di esercitare.
Tra i desideri dello scrivente, da anni, c’era quello di leggere o di scrivere una verifica dei poteri: desiderio esaudito, poiché GIAP! è esattamente una verifica dei poteri, un abbattimento della forma rigida con cui i poteri metastatizzano un antico carcinoma nel mondo – il desiderio di raggelare il divenire e di estinguere l’uomo.

Wu Ming – Giap! – Einaudi Stile Libero – 8.50 euro