di Alessandra Daniele

Falcone-Borsellino.jpgA ogni transizione, in Italia puntuali arrivano le bombe. E le ipotesi su mafia, terrorismo neofascista, e servizi segreti, come se fossero tre cose ben distinte e separate. ”Dire ‘mafia’ è poco” fu la risposta di Giuseppe Ayala alle prime domande dei giornalisti sui mandanti della strage di Capaci. Dire ”mafia” non è mai bastato a spiegare gli orrori d’Italia, e basta ancora meno oggi, che il terrorismo neofascista è diventato un franchise.
Pur convinti dell’efficacia della via giudiziaria, credo che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non si siano mai illusi che per combattere il sistema politico-mafioso bastasse sbattere in galera qualche quadro intermedio della sezione siciliana. Sarebbe stato come pensare di sconfiggere l’Impero arrestando Jabba the Hutt. No, a motivarli era la speranza, in parte dichiarata, che infrangere il secolare tabù dell’impunità mafiosa potesse innescare un progressivo cambiamento nella coscienza collettiva, e quindi nella società. Qualcosa del genere ”Serse sanguina! Può essere ferito, quindi non è un dio invulnerabile. Abbattiamolo!” Era una speranza nella capacità degli italiani di cambiare davvero.
Ed è stata delusa.

Gennaio 1993: proprio quando, fra Tangentopoli, stragi impunite, e crisi economica, gli italiani sembravano ormai avere esaurito qualsiasi fiducia e qualsiasi pazienza, arrivò la spettacolarizzata cattura di Totò Riina, il quale, grazie alla sentenza già definitiva del Maxiprocesso, finì definitivamente all’ergastolo, con tanto di 41 bis. Gli italiani ritrovarono la fiducia.
E la consegnarono a Berlusconi.
Schlimmbesserung.
Non è una bestemmia, anche se a questo punto ci starebbe benissimo. Significa ”tentato miglioramento che in realtà peggiora le cose”, ed è la migliore definizione di ciò che paradossalmente ha prodotto in Italia la fine dell’impunità di Jabba the Hutt: non l’auspicato risveglio delle coscienze, ma al contrario un effetto sedativo, qualcosa del genere ”Serse sanguina! Può essere ferito, quindi non c’è da preoccuparsene più di tanto. Ci penserà Montalbano, quando avrà finito con la vedova ninfomane”.
Come l’esibita incarcerazione di Riina era riuscita non a destabilizzare il sistema politico-mafioso, ma a ristabilizzarlo dopo lo scossone del 1992, così durante l’era Berlusconi i periodici arresti di vice, ex, neo, e pseudo Riini vari hanno consentito al leghista Maroni di spacciarsi per paladino dell’antimafia, proprio mentre nel consiglio dei ministri e in Parlamento continuava ad approvare tutte le peggiori porcate criminogene, e a parare il culo a tutti gli inquisiti più sputtanati (incluso Berlusconi) e mentre nel suo stesso partito si trafficava con la ‘Ndrangheta.
I ricorrenti ”Arresti delle 08.00” (cit. Presta e Dose) le trionfalistiche notizie di intere bande ”sgominate” hanno per vent’anni svolto la funzione d’ingannevole palliativo che attenua i sintomi, mente il tumore continua a crescere e diffondersi.
Certo, il lavoro di quadro intermedio della sezione siciliana ha in effetti subito una precarizzazione, e questo in sé ovviamente è un bene. In cambio però il sistema politico-mafioso è uscito complessivamente rafforzato dalla nuova flessibilità.
Eterogenesi dei fini, e beffarda Nemesi per uomini onesti e coraggiosi che avevano un’opinione troppo alta degli italiani, e dello Stato. Un’opinione che in questi vent’anni non ci siamo saputi meritare.

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