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Lo scorso maggio gli studenti del secondo anno di istruzione superiore (licei e istituti tecnici e professionali) sono stati sottoposti alle prove dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di istruzione e di formazione (INVALSI). Lo scopo di queste prove di “valutazione esterna” in italiano è di “accertare la capacità di comprensione del testo e le conoscenze di base della lingua italiana” (vedremo dopo le finalità più generali dell’INVALSI). Per verificare queste capacità e conoscenze è stato chiesto agli studenti di leggere dei testi e rispondere a un certo numero di “domande a risposta chiusa” [1]. Uno dei testi era il racconto di Mario Rigoni Stern “Sulle nevi di gennaio”, compreso all’interno della raccolta Aspettando l’alba e altri racconti (Einaudi, Torino 2004, in appendice). Il racconto, originariamente pubblicato su “La Stampa” del 19 gennaio 1994 col titolo “Sul Don, quel lontano inverno”, fa parte del “Ciclo del Don”: e infatti nel Meridiano Rigoni Stern è inserito, dopo i romanzi, tra i racconti della seconda guerra mondiale (alle pp. 859-863].

In questo testo il Narratore racconta, con lo stile che gli è abituale, le ultime ore di un soldato ferito durante la ritirata di Russia. Al termine della breve narrazione apprendiamo che le scene di un amore alla vigilia della partenza per la guerra che intercalano lo svolgersi degli eventi (il soldato, ferito, viene raccolto da un commilitone che sta conducendo una slitta) erano il delirio che precede la morte del soldato. E scopriamo che l’alpino che lo ha caricato sulla slitta era, forse, quello stesso contadino che lo trasportò sulla propria slitta, assieme alla sua morosa, in quella notte serena che il morente rammemorava mentre moriva. A suo modo, nella sua brevità, il racconto può considerarsi esemplare della produzione di Mario Rigoni Stern, e nella sua capacità di condensare molti dei temi trattati nelle più distese narrazioni romanzesche costituisce una significativa prova di raggiunta maturità e perfezione del narratore di Asiago: uno di quei salici nani cui Rigoni Stern paragonava, a fronte dei grandi alberi della letteratura, se stesso [2].

Rigoni Stern, forse per essere un salice nano nella foresta della letteratura, è un autore che non sempre si riesce ad affrontare a scuola: c’era quindi da rallegrarsi del fatto che, dovendo fare un test di misurazione, gli studenti avessero occasione di incontrarlo. Ma l’allegria ha ceduto il posto ad altri sentimenti, una volta esaminate le domande preparate dagli esaminatori, e le risposte indicate come “esatte”.

invalsi2011soluzioni.jpgLa seconda domanda, che ha per scopo “Riconoscere e comprendere il significato letterale e figurato di parole ed espressioni; riconoscere le relazioni tra parole”, chiede agli studenti di indicare il significato dell’espressione “soldati sbandati” all’interno del passo «il conducente bestemmiò e si guardò attorno: una moltitudine di soldati sbandati, di muli, di slitte era ferma su un grande spazio bianco. Erano tutti in attesa che lì, dove si sentiva sparare, si riprendesse a camminare». La risposta “esatta” era: “Sono in ritirata e non sanno dove andare”. In realtà l’uso del termine “sbandati” è, in questo testo, quello del lessico militare: «Isolato, disperso, non più in contatto con gli altri componenti del proprio reparto» (vocabolario Treccani); nessuna delle scelte possibili contemplava questa opzione. Non è questione di poco conto: quella di Rigoni Stern è un’anabasi (senza epica), e in un’anabasi si sa sempre dove andare — verso casa. Se i soldati in questo frangente sono fermi è perché là dove devono passare c’è battaglia, non perché hanno perso la direzione o la guida. I soldati in ritirata sapevano dove andare, benché sbandati, ossia non più irregimentati nei reparti di appartenenza, perché guidati da altri, magari giovani sottufficiali come lo stesso Rigoni Stern.
Dietro questa parola — anzi: dietro al sintagma “moltitudine di soldati sbandati” c’è dunque un profondo messaggio etico: la guerra non ha spezzato il legame di umanità che, più profondo delle appartenenze politiche o militari, accomuna gli uomini, e grazie al quale i soldati sono tornati a casa. Solo estrapolando il racconto dal suo contesto — il ciclo del Don, all’interno della più generale narrativa di Rigoni Stern — è possibile un simile fraintendimento. Ma Rigoni Stern non ha scritto per i test di misurazione e valutazione esterna.

La terza domanda (“Ricostruire il significato di una parte più o meno estesa del testo, integrando più informazioni e concetti, anche formulando inferenze complesse”) chiede allo studente “Quale frase riassume meglio la prima parte del racconto”. Incredibile a dirsi, la risposta “esatta” non è la C (“Il conducente di una slitta non esita a gettare via il carico per far posto a un ufficiale ferito”), ma “Un ufficiale gravemente ferito riesce a stento a farsi trasportare su una slitta”. Questa risposta è errata sia dal punto di vista letterale — l’ufficiale ferito, che non ha la forza di parlare, non chiede di essere soccorso, si limita a mormorare «sono stato ferito» —, sia dal punto di vista di una corretta interpretazione del gesto dell’alpino che conduce la slitta: che ha un ordine (impartitogli da un maggiore) da rispettare, ma viola quest’ordine gettando via le due casse di carte che dovrebbe trasportare e, senza parole ma con una bestemmia, soccorre il ferito. Le storie di Rigoni Stern sono piene di personaggi che scelgono il bene piuttosto che il male o l’ignavia di chi rispetta gli ordini senza curarsi delle conseguenze: e compiono il bene senza perdere tempo in inutili parole o giustificazioni. La risposta “esatta” fraintende questo aspetto, che è per l’Autore uno dei caratteri di quell’umanità che resiste all’orrore della guerra.

Con la quarta domanda, allo scopo di “Individuare informazioni date esplicitamente nel testo” si chiede allo studente di interpretare un brusco gesto della ragazza. Ebbene: la risposta “esatta” — “[la ragazza] è irritata con se stessa per essere caduta” — è errata, perché è la scusa innocente che la giovane usa per entrare in relazione, alla festa, col giovane alpino che ha in precedenza allontanato. È l’Autore a indicarci, con l’uso dell’indiretto libero, il contrasto tra l’aspetto buffo della ragazza in tuta da sci caduta nella neve, «così tutta bianca e il viso imbronciato», e quello leggiadro alla festa: «Senza la tenuta da sci, ora, in quel vestito, appariva leggera, luminosa e sorridente». È evidente che in quel frangente, come proponeva la risposta B, la ragazza si era vergognata del proprio aspetto. E sembra altrettanto evidente che questa domanda dimostra che all’interno dei tempi e delle modalità della rilevazione INVALSI gli studenti non riescono a cogliere le informazioni che l’Autore dà loro con lo stile letterario. Ma, di nuovo: Rigoni Stern scriveva letteratura, non compilava testi per la misurazione degli apprendimenti.

salvaterigoni1.jpgLa settima domanda, che mira a “Sviluppare un’interpretazione del testo, a partire dal suo contenuto e/o dalla sua forma, andando al di là di una comprensione letterale”, chiede allo studente di scegliere tra diverse interpretazioni del racconto della corsa in slitta. In questo caso si induce lo studente a pensare che le diverse, altrettanto legittime risposte proposte siano tra loro alternative: quella “esatta” è “Rendere l’atmosfera incantata di quel viaggio sotto le stelle”; sarebbero invece errate sia “Analizzare i sentimenti reciproci dei due giovani”, sia “Descrivere realisticamente il paesaggio notturno sotto la neve”. Come se uno dei tratti caratteristici della narrazione di Mario Rigoni Stern non sia la capacità di descrivere al tempo stesso il mondo interiore dei sentimenti e quello esteriore della natura, e mostrare le relazioni che si tendono da questa a quello. Con le parole di Eraldo Affinati, curatore del Meridiano: «Il realismo integrale di Mario Rigoni Stern non conosce la distinzione fra interiorità ed esteriorità perché il visibile a tutti esiste, senza inganni o falsificazioni, quindi no va truccato» [3]. Permettete una breve digressione. Mi è capitato di ascoltare, in apertura di un incontro con Gabriele Lolli su matematica e Lezioni americane di Calvino [4], un accorato grido di dolore lanciato contro la «distruzione della matematica» ad opera di didattiche che intendono la matematica come una tecnica che mira al risultato esatto, e non come una scienza che apre alla dimensione del problema, all’interno della quale sono possibili più risposte equivalenti. È quello che l’autore di questi test cerca di fare alla letteratura: instillare l’idea che se un narratore dice A, non può al tempo stesso dire B e C. È questo il modello di scuola che vogliamo?

La domanda B12, che mira a “Ricostruire il significato globale del testo, integrando più informazioni e concetti, anche formulando inferenze complesse”, suggerisce, con la risposta “esatta”, che il sorriso sul volto dell’alpino ferito sia dovuto al fatto che “la corsa in slitta gli ha ricordato un momento felice della sua vita”. Dovendo scegliere tra altre risposte, alcune delle quali peraltro plausibili (“Perché il freddo intenso non gli fa più sentire il dolore della ferita”, “Perché il tepore delle coperte gli è stato di conforto”), lo studente è orientato a scegliere la A. Ma la domanda è: queste risposte sono adeguate a ricostruire una scena all’interno della quale il sorriso di cui si chiede la ragione è sul volto di un soldato che scopriamo essere morto durante il trasporto? Il delirio che precede e accompagna la morte può essere chiamato “un felice ricordo”? E soprattutto: l’autore delle domande ha capito che l’alpino, al termine del racconto, muore? Perché l’insieme delle domande, esatte o meno, lascia intendere proprio questo fraintendimento.

E veniamo, infine, alla domanda cruciale: quella che ha per obiettivo “Sviluppare un’interpretazione del testo, a partire dal suo contenuto e/o dalla sua forma, andando al di là di una comprensione letterale”. Secondo l’autore di questi test, il Narratore con questo testo non vuole “Dichiarare apertamente la sua avversione alla guerra ed esortare i giovani a evitarla” — chi ha barrato la casella corrispondente a questa risposta avrebbe “sbagliato”; lo scopo dell’Autore sarebbe di “Mostrare come la guerra modifica profondamente il modo di comportarsi e il destino delle persone”. Chiunque abbia solo sfogliato un testo di Mario Rigoni Stern sa quale è lo scopo della sua narrativa, che in questo racconto viene condensata e cristallizzata nel tragico finale: ma ciò non sembra accadere con l’estensore di questi (così li chiama burocratese imperante) “item”.
Le prove INVALSI, peraltro, hanno «una “vocazione” esterna alla singola istituzione scolastica»: «la competenza dell’INVALSI a distribuire agli studenti test per la verifica delle conoscenze e abilità degli stessi deriva dalla legge […] Nessuna norma attribuisce questa competenza (diversa essendo la valutazione periodica dell’apprendimento e del comportamento degli studenti spettante ai docenti) alle istituzioni scolastiche. Né conseguentemente agli organi amministrativi (organi collegiali e dirigente scolastico) che tali istituzioni compongono né al personale docente a titolo “individuale”. […] Detto in altre parole, la legge non attribuisce alle istituzioni scolastiche (e dunque agli organi amministrativi di queste o al suo personale docente) un ruolo decisionale in materia» (così l’Avvocatura dello Stato, parere dell’11 giugno 2009, avv. Paolucci). Nondimeno, queste prove aventi “vocazione esterna” producono effetti sulla didattica, perché inducono gli studenti a orientare la propria interpretazione di un autore che, seppure importante, potrebbero incontrare in questa sede per la prima e, forse, unica volta, nella direzione indicata dal combinato degli item e delle risposte designate come “esatte”. In un convegno del CESP dedicato alle prove INVALSI, l’insegnante Matteo Vescovi ha illustrato le giustificazioni delle risposte date dagli studenti. La risposta più significativa è stata: «Lo so che ci sono anche altre risposte vere, ma so che di solito l’INVASI mi chiede la risposta più superficiale» [5].

In un saggio di alcuni anni fa [6] Hans Magnus Henzensberger ricostruiva il modo in cui l’uso di strumenti come questo pervertono la letteratura e trasformano i grandi letterati in «fornitori di randelli» ad opera di «tecnocrati che non sono capaci di metere insieme neanche una sola frase in tedesco» — gli odierni tecnocrati italiani, per contro, si compiacciono di usare termini come “criticità” credendolo sinonimo di “problema”, per il solo fatto di averlo sentito usare in questa accezione da un ministro diplomatosi in un liceo parificato. Era il 1976, e di acqua sotto i ponti ne è passata: ma evidentemente non è vero che conoscere gli errori del passato serve ad impedire la loro riproposizione nel futuro. Oggi, in Italia, qualche oscuro tecnocrate (la lettera del Commissario Straordinario dell’INVALSI ai dirigenti scolastici dell’11 ottobre scorso assicura trattarsi di «gruppi di esperti provenienti dal mondo della scuola e dell’università») esterno alla scuola prepara un test di rilevazione, lo inserisce in una busta che, sigillata, viene inviata alle scuole, nelle quali il dirigente si limita a trasmettere detta busta ai “somministratori”, che si consiglia dover essere docenti esterni tanto alla classe quanto alla materia, e da questi nelle mani e nelle menti degli studenti, che appongono sotto sorveglianza le loro debite crocette; questi test sono poi restituiti ai correttori, che con l’ausilio di uno scanner (quando va bene), o a mano conteggiano le risposte e trasmettono all’INVALSI gli esiti, affinché il «gruppo di esperti» esterno alla scuola elabori una misurazione (che viene spesso disinvoltamente spacciata, o confusa, o scambiata per “valutazione”), che a sua volta viene di nuovo trasmessa alle scuole. In nessuno di questi passaggi è attiva una qualche intelligenza critica che, esaminando i testi delle prove, può esercitare un legittimo diritto di interdizione fondato sul riconoscimento del danno che queste prove causano a cose come didattica, apprendimento, formazione, pensiero critico e altre sciocchezze. Coloro che lavorano nella scuola come insegnanti o dirigenti sono invitati a dismettere le proprie vesti e le proprie intelligenze e rivestire per un giorno quelle del passacarte, del burocrate cieco, sordo e muto al servizio di una macchina ottusa: come personaggi kafkiani, sono misuratori, e dunque misurano.
E così, di obbedienza a un ordine in ottemperanza a una direttiva, accade che il sergente Mario Rigoni Stern, scampato alla guerra, alla neve e ai lager nazisti venga impallinato dalla scuola italiana, senza che alcuna delle persone coinvolte nella gestione dei diversi segmenti del processo si senta responsabile dell’accaduto.

Il giornalista Chris Hedges, che dopo aver raccontato la guerra in Irak è tornato negli Stati Uniti per raccontare un’altra guerra, quella dichiarata al sistema di istruzione pubblico attraverso l’introduzione dei test di valutazione, cita nel suo articolo-manifesto Perché gli Stati Uniti distruggono il loro sistema di istruzione Hannah Arendt: «Il male più grande che sia stato perpetrato è il male commesso dai nessuno, ovvero dagli esseri umani che rifiutano di essere persone». Vi sembra eccessivo? «Il superamento di test a scelta multipla celebra e premia una forma peculiare di intelligenza analitica, apprezzata dai gestori e dalle imprese del settore finanziario che non vogliono che dipendenti pongano domande scomode o verifichino le strutture e gli assiomi esistenti: vogliono che essi servano il sistema. Questi test creano uomini e donne che sanno leggere e far di conto quanto basta per occupare posti di lavoro relativi a funzioni e servizi elementari. I test esaltano quelli che hanno i mezzi finanziari per prepararsi ad essi, premiano quelli che rispettano le regole, memorizzano le formule e mostrano deferenza all’autorità. I ribelli, gli artisti, i pensatori indipendenti, gli eccentrici e gli iconoclasti — quelli che pensano con la propria testa — sono estirpati», scrive ancora Chris Hedges. Vi sembra che esageri?

mike2012.jpgMa c’è un’altra finalità di questa macchina anonima che «effettua verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti e sulla qualità complessiva dell’offerta formativa delle istituzioni di istruzione, effettua le rilevazioni necessarie per la valutazione del valore aggiunto realizzato dalle scuole; formula proposte per la piena attuazione del sistema di valutazione dei dirigenti scolastici, definisce le procedure da seguire per la loro valutazione, formula proposte per la formazione dei componenti del team di valutazione e realizza il monitoraggio sullo sviluppo e sugli esiti del sistema di valutazione» [7]. Nel rapporto Un sistema di misurazione degli apprendimenti per la valutazione delle scuole: finalità e aspetti metodologici, predisposto da tre “tecnici” su mandato del precedente governo, si suggeriva di approntare tali valutazione del sistema istruzione al fine di «studiare se e come collegare i risultati della valutazione a misure di natura premiante o penalizzante per i budget delle singole scuole», attraverso «a) reclutamento e rimozione dei presidi sulla base della performance ottenuta, b) reclutamento e rimozione degli insegnanti, formazione e aggiornamento, c) governance (sic!) delle scuole», per arrivare a un sistema di tipo britannico «che premia le singole scuole (o circoscrizioni scolastiche) con un budget correlato al ranking (sic!) della scuola». Una proiezione effettuata dalla Fondazione Agnelli [8] calcola che, se applicati criteri di valutazione consimili, sarebbe possibile tagliare, rispetto a quanto già operato dal ministro Gelmini, ulteriori 17.400 posti di lavoro nelle scuole. E dalla lettera di chiarimento al governo italiano che la BCE ha inviato lo scorso agosto apprendiamo, leggendo il punto 13 — «Quali saranno le caratteristiche del programma di ristrutturazione delle singole scuole che hanno conseguito un risultato insoddisfacente nei test INVALSI?» — che effettivamente il governo italiano ha promesso di utilizzare i test INVALSI per operare ulteriori riduzioni di bilancio nel settore scolastico. Uno degli autori del rapporto in questione, Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, è esponente di punta della più grande lobby nel settore dell’istruzione privata, e cioè Comunione e Liberazione: c’è bisogno di dire altro?
Enzensberger concludeva il suo saggio con queste parole: «Buttate nel più vicino cestino dei rifiuti tutte le copie del Manuale di direttive per l’insegnamento del tedesco che vi capitano a tiro! Sabotate più che potete le Deliberazioni della Conferenza permanente dei ministri della pubblica istruzione! Combattete il turpe vizio dell’interpretazione! Combattete quello ancora più turpe della giusta interpretazione!»
Di cos’altro abbiamo bisogno per fare lo stesso ai documenti e ai rapporto INVALSI, ai test e alle pratiche che trasformano l’istruzione in una fabbrica di ottusa mediocrità a vantaggio dei mercanti dell’istruzione privata?

Note al testo

[1] L’intero fascicolo delle prove è scaricabile qui (quella di italiano per le scuole secondarie è l’Appendice 9).
[2] Mario Rigoni Stern, “Al lettore”, in Meridiano Rigoni Stern, Mondadori, Milano 2003, p. 3.
[3] Meridiano Rigoni Stern, Introduzione, p. xxxv.
[4] L’incontro verteva sul testo dello stesso Gabriele Lolli Discorso sulla matematica. Una rilettura delle Lezioni americane di Italo Calvino, Bollati Boringhieri, Torino 2011.
[5] L’intervento di Matteo Vescovi è visibile qui.
[6] Hans Magnus Henzensberger, “Modesta proposta per preservare la gioventù dai prodotti della poesia”, in Mediocrità e follia. La banalità della cultura e l’indifferenza civile di una società opulenta, Garzanti, Milano 1988, pp. 20-33 (il saggio è però del 1976).
[7] Cito dal sito dell’INVALSI, qui.
[8] Fondazione Giovanni Agnelli, Rapporto sulla scuola in Italia 2010, Laterza, Bari 2010, pp. 137-44.

Appendice
Sulle nevi di gennaio

Si era appoggiato alla slitta con il braccio destro, quello sinistro lo teneva infilato davanti, dentro il cappotto. Quando una pallottola della raffica l’aveva colpito, aveva sentito solamente un colpo secco, come una sassata.
Dopo aveva avvertito un po’ di caldo lungo il fianco, ed era il sangue che colava. Infine più niente, perché il freddo aveva saldato la ferita.
Erano le ginocchia, ora, che facevano fatica a sostenerlo, e poi i piedi erano attanagliati nella neve. Si lasciò andare e tenendosi con il braccio si fece trascinare. La slitta si fermò. L’alpino che conduceva il mulo per la briglia si girò e lo vide: — Via! Stáccati! — gli gridò. — Il mio mulo non ce la fa più.
Non rispose, non aveva forza per parlare, nemmeno per staccare il braccio dal bordo. Il conducente si avvicinò adirato e minaccioso. Vide che era un ufficiale, sulla manica aveva ancora i gradi: — Stáccati dalla mia slitta, — gli ordinò. Ciglia e sopracciglia del tenente erano incrostate di neve ghiacciata, il passamontagna da sotto l’elmetto gli scendeva sul volto:
— Sono stato ferito, — disse con fatica aprendo gli occhi.
Il conducente bestemmiò e si guardò attorno: una moltitudine di soldati sbandati, di muli, di slitte era ferma su un grande spazio bianco. Erano tutti in attesa che lì, dove si sentiva sparare, si riprendesse a camminare. Guardò ancora quell’uomo appeso alla sua slitta e, maledicendo, slegò le funicelle che tenevano fermo il telo che copriva il carico. Sempre imprecando scaricò nella neve due casse piene di carte che un maresciallo di maggiorità gli aveva fatto caricare e nello spazio lasciato dalle casse sistemò il ferito e lo coprì. Ora, il tenente disteso su un po’ di paglia e sotto le coperte non sentiva più freddo, nessun dolore. C’era una profonda quiete.

…saliti sull’Altipiano per le esercitazioni invernali, un giorno di gennaio, dopo una marcia lunga e faticosa, si erano acquartierati nella vecchia caserma. Finite le escursioni tra Vezzena e Marcesina per Portule, Cima XII, Ortigara e Fiara, ora gli allievi godevano di un periodo di relativo riposo e si addestravano sul Kaberlaba. Fu qui che la conobbe. Durante una discesa l’aveva vista cadere fuori dalla pista sollevando una nuvola di neve farinosa. Si era precipitato giù come un falchetto per aiutarla. Era proprio buffa: tutta così bianca, il viso imbronciato…
Fu lui a scusarsi per averle dato una mano a risollevarsi sugli sci: lei, come fu in piedi, senza dire grazie riprese la discesa indispettita e crucciata. La rivide alla Casetta Rossa, dove con il plotone e un sergente erano entrati per bere vin brulé. Lei si era avvicinata per dirgli: — Mi scusi, ero proprio arrabbiata per quella stupida caduta.
— Così tutta piena di neve mi sembrava un pupazzo, — aveva risposto lui. — Questa sera viene al ballo della Croce Bianca? Domani noi partiamo per Bassano.
Non credeva di rincontrarla, ma quando la festa era già avviata la vide comparire. Senza la tenuta da sci, ora, in quel vestito, appariva leggera, luminosa e sorridente.
Ballarono. C’erano ragazzi e ragazze arrivati per le gare studentesche, ufficiali e allievi ufficiali degli alpini, maestri di sci.
— Qui dentro c’è tanta confusione e fa anche troppo caldo. Davanti all’albergo ho visto delle slitte in sosta ed è una notte molto bella e serena. Perché non andiamo a fare una corsa con la slitta?
— Con questo freddo? — Vada a mettersi qualcosa di lana. L’aspetto. O l’accompagno? Dove abita? — Qui, in questo albergo. Mi aspetti nella hall. Attese con la mantellina sul braccio e il cappello in mano. Lei giunse subito, vestita da neve; sorrideva imbarazzata e un poco anche confusa. Le slitte erano sulla strada in attesa dei clienti, i contadini stavano insieme a parlottare e battevano i piedi. Si avvicinarono alla prima della fila, era dipinta di bianco con fiori alpestri azzurri e rossi sulle fiancate. Il cavallo, con una coperta sul dorso, stava mangiando la biada nella musetta.
— Volete fare un giro? — chiese il contadino.
Salirono sul sedile posteriore, con la schiena rivolta al guidatore. Si avvolsero insieme in una coperta, con un’altra si coprirono le gambe fino ai piedi. Il contadino sfilò la musetta dalla testa del cavallo dicendo: — Basta Baldo, finirai dopo quando ritorneremo —. Levò la coperta dalla groppa e salì al sedile di guida; si avvolse nel mantello, con la coperta del cavallo si coprì le ginocchia e infilò i piedi dentro il sacco del fieno: — Vai Baldo, — disse facendo leggermente schioccare la frusta. — Dove vogliono andare? — Dove vuole, non abbiamo preferenze. Per i prati, dentro il bosco, — disse lui. …andava la slitta nella notte che rifletteva le stelle nei cristalli di neve, lieve scivolava come su una nuvola nel cielo, e il campanello di bronzo sul collare del cavallo tintinnava a ogni passo.
— Vai Baldo! — disse il contadino toccandolo leggermente con la frusta. E il cavallo prese il trotto, dapprima leggero e poi via via più veloce e disteso. Infilò una strada che s’inoltrava nel bosco.
La luna che stava sorgendo illuminava gli alberi sul dosso della montagna e la luce si diffondeva tra i rami carichi di neve…

Si alzò la tormenta. Un vento radente sollevava come sabbia del deserto la neve della steppa, e come degli spettri gli uomini silenziosi camminavano curvi contro quel vortice. Andarono così tutta la notte, molti cadevano e non si rialzavano, alcune slitte restavano ferme nella neve.
Venne un’alba livida, senza luce, e lontano, confuso nel bianco, apparve un villaggio. A lato della pista un ufficiale incitava chi aveva ancora forza ad andare avanti, perché non tutti potevano trovare posto in quelle isbe. Solo qualche chilometro, diceva, e troverete altri villaggi dove riposare al caldo.

…la slitta scivolava su grandi cristalli luminosi, e il cavallo Baldo ora galoppava sfiorando la neve. Ogni tanto scuoteva la testa come volesse far sentire più squillante il campanello di bronzo. Il corpo di lei si era abbandonato contro il suo, la testa nell’incavo della spalla, le braccia in un reciproco abbraccio. Il respiro era leggero e sembrava quasi il respiro di una piccola bambina.
— Dormi? — le chiese.
— No, — rispose sottovoce — guardo le stelle e il bosco.
— Hai freddo?
— Oh no, qui sotto c’è un bel tepore.

 
Il conducente fece fermare il mulo nel centro del villaggio, vicino a una casa con il portico. Guidò la slitta dentro il cortile. Slegò il mulo e lo condusse sotto quel portico, dove c’era del fieno sparso; ne raccolse una bracciata e gliela depose davanti al muso. Domani mattina, pensò, ne caricherò un bel po’. Con le mani pulì dalla neve il telo che copriva la slitta e slegò le funicelle che lo tenevano fermo alla forza del vento della steppa. Scostò il telo e la coperta. Il volto aveva un’espressione di serena felicità: sorrideva e gli occhi socchiusi avevano una luce sconosciuta. Guardando bene quel viso gli parve di riconoscere l’allievo ufficiale che in una notte di gennaio, con una bella ragazza, aveva portato con la slitta in una corsa per i prati e dentro il bosco. Lo prese sotto le braccia, lo trascinò dietro la casa, scavò nella neve, adagiò il corpo e con le mani ricoperse quel viso sorridente e quegli occhi felici.

(Tratto e adattato da: Mario Rigoni Stern, Aspettando l’alba e altri racconti, Einaudi, Torino, 2004)

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