repubblica.gif> Nico Gallo wrote: “questo link su repubblica è oltre la fantascienza…”

cinaids.jpgNella regione dello Henan un milione e mezzo di contadini
sono stati contagiati dopo aver venduto plasma allo Stato

Cina, la città che muore di Aids
“Vendevamo il sangue per fame”

di PIETRO DEL RE

DONGHU – Il morto che cammina ci accoglie nella sua casetta di fango e paglia, dove l’inverno fa così freddo che nessuno si toglie mai il cappello. L’uomo si chiama Liu Shijun, ha 43 anni, e tra il 1992 e il 1995, incoraggiato dalle autorità della sua provincia, e costretto dalla povertà, vendette il proprio sangue. Cinquecentocinquanta volte. Quei soldi gli servirono a pagare le tasse, mandare i figli a scuola, acquistare concime e sementi.


Racconta Liu Shijun: “Tutti ripetevano che era un atto glorioso donare il sangue. Per me fu soprattutto il modo per sopravvivere”. Ma i guadagni realizzati allora gli saranno verosimilmente fatali: nel corso di quei continui prelievi, Shijun fu contagiato dall’Aids. Fiaccato dal male, non riesce più lavorare, soffre di violenti mal di testa e di dolori alle ginocchia. Ogni sera gli sale la febbre e, per via della diarrea, nell’ultimo anno ha perso venti chili di peso. La prima infezione opportunistica, probabilmente una polmonite, lo ucciderà. “Vede – dice il contadino mostrando un braccio coperto di piccole pustole – i funghi hanno già cominciato a mangiare il mio corpo”.

Entriamo clandestinamente a Donghu, il villaggio di Shijun. Arriviamo di notte, percorrendo sentieri di campagna anziché la strada maestra che proviene da Pechino, perché l’ingresso è ancora vietatissimo ai giornalisti. Nei mesi scorsi, numerosi inviati sono stati fermati dalla polizia, ed espulsi dal paese. Dei malati come Liu Shijun, il mondo non deve sapere nulla. Per il regime cinese sono un segreto di Stato. Uno spettrale tabù.

Negli anni Novanta, la maggior parte degli adulti di Donghu vendette il sangue. L’80 per cento di loro è oggi sieropositivo. Come nell’Africa più colpita o, se possibile, peggio. Perché nella provincia proibita dell’Henan, mille chilometri a sud della capitale, l’Aids é una realtà che le autorità continuano a negare. Perché in questa Cina ancora rurale, arcaica e poverissima, i sieropositivi rappresentano la prova di uno dei più clamorosi errori sanitari di tutti i tempi. Perché, infine, i responsabili andrebbero cercati nei ministeri di Pechino.

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Nel sovrappopolato Henan, i villaggi maledetti sono centinaia: un milione e mezzo di contadini sono stati contagiati dall’Hiv. Una catastrofe provocata da un business sordido e redditizio: la raccolta di sangue per i laboratori farmaceutici delle grandi città, effettuata senza le minime misure d’igiene.

Ricorda Liu Shijun: “La mattina mi prelevavano mezzo litro di sangue e mi pagavano quaranta yuan (7 euro). Poi, nel pomeriggio, me lo risomministravano leggermente “impoverito”, così mi dicevano, per non farmi perdere le forze”. Nelle stazioni itineranti di raccolta, il sangue veniva centrifugato in grossi contenitori per separare il plasma dai globuli rossi. Il plasma era venduto alle industrie che producono vaccini o farmaci della medicina tradizionale destinati a rivitalizzare ricchi impotenti o bambini debilitati.

I globuli rossi venivano invece nuovamente inoculati ai donatori per evitare l’anemia e per incoraggiarli a ripresentarsi nei giorni successivi. Ma questo sangue privo di plasma proveniva da grandi calderoni che contenevano i prelievi effettuati a centinaia di persone, sia pure appartenenti allo stesso gruppo sanguigno. Bastava che una di esse fosse infetta per contaminare tutte le altre.

Messe alle corde dagli esperti delle Nazioni Unite, che lo scorso anno hanno pubblicato un rapporto dal titolo eloquente (“L’Aids in Cina: una sfida titanica”), le autorità di Pechino cominciano soltanto adesso a riconoscere la gravità dell’epidemia di Hiv nel loro paese. Hanno recentemente dichiarato che il virus sta dilagando in 23 delle 30 province cinesi.

Non solo: da pochi giorni, un laboratorio di Shangai ha messo in commercio la prima triterapia anti-Aids interamente “made in China”. Ma tutto ciò riguarda altri malati: le prostitute, gli omosessuali, i tossicodipendenti. Non i sieropositivi dell’Henan, che per Pechino continuano a non esistere, e che rischiano di finire in prigione se soltanto incontrano un giornalista. Un’eventualità che non spaventa Liu Shijun: “Mia moglie mi ha abbandonato l’anno scorso e tra qualche mese sarò morto: che mi importa del carcere?”.

Come molti villaggi di questa regione, Donghu si snoda lungo una stradina incastrata tra due montagne, sulle cui ripide pendici, da secoli, i contadini coltivano improbabili terrazzamenti. A pochi metri dalla casa di Liu Shijun, c’è quella del moribondo Huo Shulao, che da tre settimane non si alza più dal letto. E’ uno scheletro che ti guarda con occhi vuoti, sgranati, ogni tanto animato da brevi colpi di tosse.

Anche lui è un ex donatore di sangue, e il virus gli ha già attaccato il cervello. Sotto al suo giaciglio, c’è qualche flacone vuoto di glucosio. Niente di più per alleviare il suo patimento. Neanche un’aspirina, un antibiotico. Figuriamoci un antivirale. Lo accudisce la moglie, Yang Jinxiu, anche lei sieropositiva, per il momento senza sintomi manifesti. Dice: “L’anno scorso, dopo un mese di insopportabili sofferenze, portai mio marito all’ospedale del Popolo del capoluogo Zhumadian. Appena si accorsero che aveva l’Aids, ci dissero che dovevamo andar via, perché lì c’erano dei malati. Ci dissero anche non farci più vedere. Una sola cosa mi preoccupa: che ne sarà dei nostri figli quando noi non ci saremo più?”.

Come nei paesi africani più devastati dal male, anche nell’Henan si sta presentando il problema degli orfani dell’Aids. Dong Shumin, dieci anni, magro come un chiodo e vestito di stracci, è uno di questi. Il padre è morto lo scorso aprile; tre mesi fa la tubercolosi ha fulminato sua madre. “Da allora devo pensare a me stesso, e non ho mai di che cenare”, si lamenta il piccolo Shumin, che dalla scomparsa dei genitori vive nella casa del vecchio nonno.

L’anno scorso, a Donghu, non c’erano orfani. Oggi, sono già venti. Entro il 2004, saranno probabilmente un centinaio. L’Hiv uccide a ripetizione in queste freddissime campagne. Uccide mariti e mogli, spesso contemporaneamente, perché insieme andarono a vendere il sangue e perché per loro l’Aids é stata a lungo una malattia misteriosa, della cui gravità solo adesso si è consapevoli. Un male che comincia sempre con la stanchezza, una stanchezza morbosa; e il cui esito, per i contadini dell’Henan, é sempre lo stesso.

“Non sapevamo che cosa fosse, né come avvenisse il contagio, e i medici diagnosticavano solo ‘fatica cronica'”, spiega Liu Shijun. “Per noi l’Aids era il morbo dei paesi capitalisti, dove c’è depravazione. Noi siamo povera gente, non abbiamo mai fatto niente di male”.

Secondo le infauste previsioni dell’UnAids, l’organismo delle Nazioni Unite che combatte l’epidemia nel pianeta, nel 2010 in Cina ci saranno tra dieci e venti milioni di sieropositivi. Una bomba a orologeria. Per tentare di disinnescarla il governo cinese ha finalmente tolto il divieto di pubblicizzare i profilattici, e il ministro della Sanità, Zhang Wenkang, ha annunciato che stanzierà 22 milioni di yuan (2,7 milioni di euro) nei prossimi due anni per aiutare i malati. Una minima parte di questa irrisoria somma di denaro arriverà forse a Donghu. Ma quel giorno né Liu Shijun né Huo Shulao saranno ancora in vita per poterne beneficiare.

(9 febbraio 2003)

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