di Luca Cangianti
Stefano Erasmo Pacini, L’estate infinita. Banditi, ribelli, sovversivi, sognatori, fuggitivi, Effigi, 2026, pp. 360, € 18,00.
Un libro può essere anche un atto d’amore. Forse il più grande: quello di continuare a far vivere gli amici che non ci sono più, bellissimi e bellissime, come quando erano giovani e sentivano di poter cambiare il mondo. Stefano Erasmo Pacini, fa esattamente questo con il suo ultimo romanzo: L’estate infinita.
L’autore è una sorta di bardo che racconta a noi ciò che è stato narrato a lui: «Sono storie ascoltate durante le veglie in campagna, hanno sedimentato dentro e fuori di me per molti inverni, e come semi a primavera hanno fatto fiorire altre storie.» Così facendo Pacini soffia sulle ceneri e ravviva la memoria di mondi lontani: villaggi maremmani dove il mare sembrava una meraviglia sconosciuta, troppo grande per esser vera, eppure era lì, appena dietro le colline; il dopoguerra rurale, le sigarette Nazionali senza filtro, i ghiaccioli colorati a 30 lire, comitive di ragazzi e ragazze pieni di vita e di curiosità, bestemmie creative come solo i toscani possono inanellare, trattorie gestite da vecchi anarchici, depositari di saggezza millenaria («a tavola non s’invecchia, si fa conoscenza e si filosofeggia del mondo e della vita»).
Poi, negli anni sessanta e settanta del secolo scorso, perfino in quei borghi lontani, arriva il vento della contestazione e la voglia di «Andare per il mondo si fa irresistibile»: i capelli crescono, le gonne si accorciano, la musica di Jimy Hendrix e Joe Cocker diventa il modo più diretto per esprimere il desiderio di sgominare ogni bigottismo e ogni ingiustizia ascoltata alla radio e vista in televisione. L’aneddotica popolare di mille personaggi a volte affascinanti, altre bislacchi si mischia con la storia nazionale, ma ne coglie i tratti più iperbolici, come quel corteo di bagnanti a Follonica, che dopo l’ennesima strage di matrice fascista, in ciabatte o a piedi nudi, assalta la sede dell’Msi impugnando le aste degli ombrelloni.
La rivoluzione sognata, infine, si fa realtà nel 1974-75, in un angolo d’Europa sconosciuto a molti. La «tribù solidale» si mette in viaggio verso Lisbona su una Mini scassata: «i cortei non finivano sotto il palco, perché questi non c’erano, erano tutti attori e spettatori, comunque protagonisti… per ore permanevano dibattiti e capannelli nelle piazze in discussioni appassionate. Spesso venivano fermati e persino abbracciati da ragazzi come loro.» La vita diventa uno stato di grazia febbrile: «non erano mai stanchi in quegli anni, in cui accadevano tantissime cose ogni giorno e il cavallo della storia galoppava furioso.»
L’estate di esplorazione di quella generazione finì contro il muro della repressione, della militarizzazione del conflitto sociale, delle ristrutturazioni produttive e dell’eroina: questo controcanto malinconico Pacini lo inserisce in una lunga appendice epistolare. Un amaro e ingiusto conto da pagare.
Siamo stati sconfitti molte volte, sembra concludere Pacini, e forse lo saremo ancora. Ma finché qualcuno racconterà le nostre gesta continueremo a dare assalto al cielo, tenendoci per mano con chi ha lottato prima di noi e con chi lo farà dopo di noi.



