di Cecilia Vergnano, Elisa Lello e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)

Questa prospettiva ci permette di vedere come, dal punto di vista delle donne e della repressione dell’erotismo femminile, non ci sia alcuna contrapposizione, bensì complementarietà e complicità tra la sessuofobia della patristica cristiana e l’affermarsi della licenziosità anatomica, mercificante, pornografica, avviata fin dall’apertura dei bordelli tra XIV e XV secolo, quando si diffusero in Europa in numero assai maggiore a quello che raggiungeranno nel XIX secolo1. La loro istituzionalizzazione fu emblematicamente sostenuta dalla Chiesa che li riteneva, e a ragione, argine e antitesi a un erotismo libero e controproduttivo2, legato ad una dimensione mistica e trasformativa che avrebbe, quello sì, rappresentato una minaccia per il nascente ordine borghese. Sappiamo, inoltre, come il disciplinamento della sessualità e della riproduzione sia stato parte integrante di quel più ampio processo di accumulazione originaria che trasformò i corpi in forza lavoro e pose le basi dello sviluppo capitalistico delle prime rivoluzioni industriali3.

Questa stessa prospettiva ci mostra, inoltre, i nessi tra l’esclusione del femminile dalla sacralità e la sua associazione con l’impurità, il disordine e il peccato, e l’espropriazione del potere riproduttivo delle donne, ancora una volta esercitata dalla patristica, con l’affermazione di una divinità solo maschile che si auto-riproduce senza contributo femminile se non come recipiente, per di più vergine – asservimento che trova compimento nel culto della Vergine Madre di Dio, su cui, scriverà Simone de Beauvoir, «per la prima volta nella storia dell’umanità, la Madre si inginocchia davanti al figlio, (…) la femmina acquista una riabilitazione nel compimento della propria disfatta»4. Riecheggiano, qui, le parole che Eschilo fa pronunciare ad Apollo, secondo cui chi partorisce non è la donna, ma l’uomo che la feconda: la donna è solo contenitore che «ospita il figlio dell’uomo» – idea, questa, alla base della fine del matrilinearismo e necessaria per legittimare il patrilinearismo.

Essenza della patristica è l’idea che il Bene sia esclusivamente associato al maschile, al Padre; tanto che Agostino diceva di non capire «come si possa dire che la donna sia stata creata per essere di aiuto all’uomo, se si esclude l’opera della generazione»5. L’origine del male, infatti, è l’unione dei démoni con le donne: una continuazione della tesi esiodea che già vedeva nella donna la genesi di ogni male (Zeus induce gli dèi a far pervenire in dono all’uomo una donna di grande bellezza e grande malvagità; mentre, nel mito di Pandora, la donna fa uscire dalla giara tutti i mali e le pene, con connessioni evidenti con l’espulsione di Adamo ed Eva dall’Eden); e, al contempo, anticipazione del demoniaco delle streghe.

Collocare l’affaire Epstein nella prospettiva temporale e interpretativa tracciata da Galli getta una luce diversa sulle numerose mail in cui JE esprime il proprio disprezzo verso le donne unitamente alla paura di esserne dominato; in cui ammette di non capire perché mai queste dovrebbero continuare a vivere una volta passata la loro età riproduttiva, paragonandole “a gamberetti” di cui va bene “buttare via la testa e mangiarsi il corpo”6; in cui condivide con la sua rete di contatti il desiderio di ingegnerizzare e riprogrammare il desiderio sessuale femminile e di vivere in un mondo di umani superintelligenti ibridati coi robot7. Soprattutto, leggere il sistema venuto alla luce con la desecretazione dei files come punto di arrivo di quella storia antica ci permette di riconoscere come i suoi elementi portanti – le violenze sessuali, lo sfruttamento delle donne come recipienti per fantasie eugenetiche, e quel fortissimo interesse e supporto verso certi indirizzi della ricerca tecnoscientifica – non stessero insieme casualmente.

Questi settori della ricerca tecno-scientifica rappresentano infatti il punto di arrivo della volontà di potenza e di dominio – sulla natura e sulle donne – fondata su un riduzionismo che porta alle estreme conseguenze quella epistemologia scientifica occidentale che, a suo tempo, sancì la cancellazione della cultura alternativa insieme alla repressione delle donne. Se, con l’affermarsi della modernità, si è passati da una visione organica a una visione meccanica della natura, oggi siamo sulla soglia di una transizione ulteriore: quella verso la cibernetica, che legge la natura puramente in termini di informazioni e pretende di manipolare e replicare i processi naturali sequenziando, brevettando, rubando, manipolando informazioni.

«Se accettiamo che l’universo e tutto ciò che contiene siano fondamentalmente computazionali… otteniamo un quadro di riferimento unificato che va oltre la portata di ogni precedente teoria della storia. Questo può permetterci di costruire un’API per integrare tutti i campi della conoscenza e del controllo», scriveva Joscha Bach, uno dei più importanti scienziati cognitivi impegnati nella costruzione dell’IA, generosamente finanziato da Epstein. Mentre, secondo Seymour Papert e Marvin Minsky, pionieri della ricerca sull’IA, «non c’è una vera differenza tra l’essere umano e le macchine. Gli esseri umani (…) non sono altro che delle “macchine di carne”»8; Minsky, in particolare, fu tra i fondatori nel 1966 dell’Artificial Intelligence Lab del Mit di Boston, e riconoscerà il generoso supporto da parte di JE fin dal 2002, quando ancora, nonostante decenni di sforzi, il progetto dell’IA stentava a decollare.

È la stessa hybris riduzionista e cibernetica quella che si esercita indistricabilmente sulla natura – con la pretesa di modificare la struttura genetica delle piante e degli animali: attraverso editing genetico, gene drive, MRNA – e sulle donne, espropriate del proprio potere riproduttivo per essere ridotte a corpi, e poi solo più ad uteri, recipienti, mentre si supporta la ricerca che permetterà, finalmente, di sbarazzarsi del tutto del loro contributo “impuro” nella riproduzione, sulla strada segnata da uteri artificiali, clonazione, eugenetica (come scrivono M. Mies e V. Bennholdt-Thomsen: «l’assassinio della madre è soggiacente ogni volta che gli uomini aspirano a collocarsi all’origine di tutte le cose»9 ).

Seppur richiamato in estrema sintesi, questo viaggio nella storia può forse contribuire a spazzare via la nebbia, portando un po’ di chiarezza concettuale. Al suo termine, si può vedere più nitidamente dove conducano certi ecologismi che cercano risposte e soluzioni proprio nei prodotti dell’editing genetico e della brevettazione/appropriazione del vivente, come gli OGM vecchi e nuovi, e come l’uso di tecnologie digitali e cibernetiche nell’agricoltura – non a caso, in sinergia indistricabile con il loro impiego bellico10. Diventa più evidente l’illusorietà dell’idea di hackerare, per piegarle ai fini dell’ambientalismo e dell’agroecologia, tecnologie concepite su presupposti filosofici e finalità di dominio incompatibili con quei nobili obiettivi, basandosi – come si basano – su un’idea di natura deprivata della sua ciclicità e dei suoi limiti, fin dall’inizio immaginata come indistinguibile dall’artificio tecnologico11.

Nella stessa direzione conducono certi femminismi postmoderni che, per sfuggire all’accusa di essenzialismo, finiscono per aderire ad un costruttivismo radicale secondo cui femminilità e mascolinità sono puramente concepiti come costrutti culturali, privi di connessione con il dato biologico (in contraddizione persino con una lettura profonda e attenta di Judith Butler). Tali visioni ripropongono il vecchio dualismo gerarchico cartesiano che vuole la cultura sovraordinata rispetto ad una natura/materia priva di qualunque significato, infinitamente plasmabile, aprendo ad un femminismo senza il corpo, senza il materno, senza vincoli di necessità; e che, facendo a meno di tutto questo, non può che aprirsi all’ibridazione con la macchina12.

Proprio qui risiede, paradossalmente, una buona notizia. Se la visione del mondo soggiacente a determinati settori della ricerca tecno-scientifica non rappresenta altro che il culmine di una certa visione del mondo alchemica, faustiana-prometeica, da “apprendista stregone”, non significa tuttavia che alla volontà di potenza e di dominio transumanista corrisponda un effettivo piegamento della “natura” nel senso esatto che le si vuole imporre. Basch può avere un bel dire che «l’universo è fondamentalmente computazionale» e Minsky può affermare finché vuole che gli esseri umani sono «macchine di carne». Questo non significa che la realtà delle cose si adatti alla loro concettualizzazione: che questo tipo di conoscenza riduttiva, universalizzante e decontestualizzata permetta una comprensione e manipolazione precise dei fenomeni naturali nel senso desiderato, né che la loro agenda di ricerca dia i risultati sperati. È importante non confondere ideologia e realtà, perché farlo significherebbe cadere esattamente nella trappola di credere nell’onnipotenza di una ristretta cerchia di miliardari.

Se la volontà di sopraffazione e dominio insita in un certo tipo di ricerca tecno-scientifica e nelle sue applicazioni industriali ha effetti nefasti sull’esistente (e precisamente contro questo dobbiamo lottare), la “sindrome di Faust” appare anche quella che rende la Epstein élite, insieme alla sua corte di scienziati, più vulnerabile. Che razza di vita può essere quella di chi, raggiunto un potere e una ricchezza incomparabili, teme la morte ogni giorno e ogni momento, al punto da organizzare la sua routine per rallentare l’invecchiamento, evitare la malattia, e, magari, raggiungere l’immortalità13?

Questa è anche la parte in cui gli Epstein files rivelano un Epstein non tanto “di successo” nel suo ruolo di faccendiere, intermediario, investitore o trafficante di influenze, quanto un Epstein esposto al rischio del fallimento in quanto finanziatore di precisi filoni di ricerca, all’inseguimento di deliri di onnipotenza che qualche scienziato a caccia di finanziamenti può avergli venduto facendo leva proprio su debolezze, pretese di onnipotenza e comprensioni fallaci dei fenomeni naturali. Un JE inusualmente debole e irritato appare nei files quando il Venus Project (volto al miglioramento biologico della specie e al prolungamento artificiale della vita, ovvero mosso da inquietudini tipicamente transumaniste) non dà i risultati sperati. Così scrive JE al suo protegé Joseph Thakuria, medico genetista precedentemente affiliato alla Harvard Medical School e al Massachusetts General Hospital, impegnato (proprio tramite il Venus Project) in ricerche su editing genetico personalizzato mediante CRISPR per la longevità, colture di cellule staminali e analisi della genetica dei tratti facciali umani:

Se non avrò i risultati entro il 1 giugno, presenterò un reclamo formale all’amministrazione dei vostri supervisori, ecc. Sono stato paziente e comprensivo, ora l’onere della consegna spetta a voi. Spero che lo facciate. Mi riservo tutte le mie opzioni14.

Il nuovo essere umano che guiderebbe il passaggio alla Quarta rivoluzione industriale, a guardar bene, è una creatura profondamente mutilata, disperata15. Sotto quei deliri eugenetici e transumanisti non c’è forza, bensì debolezza, sebbene armata da enorme potenza tecnologica.

In chiusura: quando si scrive nello spazio di un articolo, è facile ingenerare equivoci. Per questo sentiamo l’esigenza di chiarire che la nostra non è una posizione di rifiuto della scienza, e nemmeno, in toto, della tecnologia: vorremmo piuttosto contribuire ad una riflessione quanto mai necessaria sulla loro non neutralità, sui rischi e gli esiti di tecnoscienze (e dei loro prodotti tecnologici) che portano all’estremo un certo tipo di riduzionismo, sul discrimine illichiano tra tecnologie conviviali e non. Allo stesso modo, ci preme chiarire che in nessun modo quanto scritto vuole andare nella direzione di un’ostilità verso il maschile. Anzi, siamo convinte che la repressione del potere, della sessualità femminile, e di quelle epistemologie alternative sia deleteria anche per gli uomini; ci sentiamo distanti da quelle declinazioni del femminismo che, facendo leva su una posizione vittimistica anziché sul potere femminile, conducono alla colpevolizzazione del maschile – finendo per contribuire alla dissoluzione dei legami di solidarietà tra i sessi e familiari, in direzione del tutto coerente con gli interessi del dominio del capitale, che ci vuole soli, fragili, soggiogabili.

Da una prospettiva femminista, il punto che emerge, al termine di questo viaggio, è tutt’altro: riprendiamoci tutto il nostro potere. E, nel farlo, non lasciamoci abbagliare dall’illusione che le risposte ai nostri problemi possano venire da tecnologie (e dalle visioni della natura ad esse sottese) che mai hanno fatto parte della nostra storia – semmai, che hanno fornito forza e armi alla storia della nostra repressione. Si tratta, invece, di ripartire dalla dimensione materiale della vita delle donne; di difendere la maternità e riscoprirne il potere, anche in un senso politico, senza permettere al sospetto che questo debba necessariamente significare schiacciare il destino delle donne sul materno (perché mai dovrebbe significare questo?) di dissuaderci dall’occuparcene: col risultato di lasciare le madri, e chi vorrebbe diventarlo, esposte ai ricatti del mercato e alle insidie di certi approcci medici e tecno-scientifici.

Si tratta, infine, di riconsiderare il riemergere, nella contemporaneità, di conoscenze e pratiche legate a quelle culture sotterranee e ai loro sistemi di conoscenza come fenomeno importante e meritevole di attenzione, che ci parla di un bisogno intatto e diffuso di ricercare senso e connessione, come vie di fuga da quel nichilismo disperante che, in fondo, opera sotto i deliri transumanisti. Di riappropriarci, dunque, di quelle pratiche e conoscenze (di sostentamento, di cura, ostetriche, di attraversamento delle soglie), schivando tanto la loro mercificazione in chiave New Age quanto la loro liquidazione e inferiorizzazione con un’alzata di sopracciglia tipicamente illuminista. Proprio nel riequilibrio, e dunque nella riapertura verso cosmovisioni altre, possiamo forse re-incontrare l’esperienza del limite, di un limite inteso non come mortificazione e rinuncia bensì, al contrario, come senso e misura: e proprio di questo oggi, di fronte alla slimitatezza del capitale16, abbiamo il più grande bisogno, non solo come donne, ma come movimenti di critica e di lotta.

In ricordo, grato e affettuoso, di Mariolina Falzari, che per prima fece conoscere a una delle autrici (Elisa) il libro di Giorgio Galli, aprendo tutto un filone di riflessione, e molto altro.

(2 – Fine)


  1. S. Federici, op.cit., pp. 72-75.  ↩

  2. L. Parinetto, Transe e dépense, Tabor, 2024  ↩

  3. S. Federici, Oltre la periferia della pelle. Ripensare, ricostruire e rivendicare il corpo nel capitalismo contemporaneo. D Editore, 2023.  ↩

  4. G. Galli, op. cit., p. 135.  ↩

  5. G. Galli, op.cit., p. 133.  ↩

  6. Perucchietti, Epstein files, op.cit  ↩

  7. I. Cockerell, “All my fundees have blue eyes.” Epstein and the tech world’s dark ideology.  ↩

  8. Andrea Signorelli, Chi era Marvin Minsky, il pioniere dell’intelligenza artificiale.  ↩

  9. Mies e Benholdt-Thomsen, op.cit., p. 47.  ↩

  10. Sull’intreccio tra l’utilizzo di queste tecnologie in agricoltura e quello militare, si veda Mangiare è un atto di guerra, un recente lavoro firmato da “Alcuni amici di Ludd”.  ↩

  11. M. Blay, R. Garcia, La nature existe. Par-delà règne machinal et penseurs du vivant, L’Echappée, 2025.  ↩

  12. Mies e Benholdt-Thomsen, op.cit.  ↩

  13. Vedi la visione del mondo transumana accompagnata da una precisa routine quotidiana di miliardari del tech quali Bryan Johnson fondatore di Braintree/Venmo, Sal Altman fondatore di OpenAI, e Peter Thiel fondatore di PayPal e Palantir, tra altri.  ↩

  14. justice.gov/epstein – rep. EFTA00348068, da Perucchietti, Epstein files, p. 309.  ↩

  15. Cfr. Autore anonimo, Manifeste Conspirationniste, Seuil, 2022.  ↩

  16. Cfr. W. Bukowski, La merce che ci mangia. Il cibo, il corpo e il capitalismo, Ortica, 2025.  ↩