Racconto di Cesare Battisti

Il giorno in cui mi chiedesti cos’è il tempo eravamo sul naviglio. Quello schifo di canale dove va la gente a camminare, come se fosse d’acqua chiara e di margini fioriti. Ti sei fermato a guardare un tale. Canna da pesca e sigaretta in bocca a penzoloni. Quasi fosse una sporgenza del cemento sul quale era seduto. Ti chiedesti cosa potesse mai tirar fuori da quella broda scura. Lo fa per passare il tempo, dissi io. A te piace saturare la gente e a lui pescare i cadaveri che ci manda il Seveso.

Non trovasti niente da ridire. Mi sembrò strano, non te ne sfuggiva una per trattarmi da scema, o anche da puttana. Invece ti limitasti a bofonchiare, come fanno i saputelli quando non sanno più che dire. Mi sembra di vederti ancora, mordendoti i baffi come quando rimugini un’idea. Se tu lo avessi detto con le maniere solite, ti avrei mandato a quel paese; Invece sembravi quasi un altro, al chiedere quanto tempo ci vuole per morire. Perfino la voce era differente, imbarazzata, simile a quella di un bambino che sta per scoprire qualcosa di cui si vergogna. Mi facesti quasi tenerezza.
Sentimenti da sceme, o da puttane. Adesso che qui di tempo non se ne parla, rivedo i nostri giorni tutti uguali. Mi scorrono molli tra le dita come grani unti di un rosario. Se mi fosse dato ridere lo farei. Ma non di allegria, giusto per dare un suono al tempo che ti rode. Chi l’avrebbe detto sul naviglio, che il tempo è una sigaretta spenta in bocca a un pescatore.

Piangere qui è permesso, ma lo fa solo chi ha rimpianti. Neanche di questo tu sei stato capace. Mi hai fatto uscire dalla vita a mani vuote. Ed.ora ti aggiri tra le tue rovine, sperando di trovarci una ragione. Era di sabato, uscendo da casa dicesti che mi ingannavo credendo che avrei potuto lasciarti su due piedi. Hai proprio detto così, mi chiedevo seriamente come te la saresti cavata. Sentivo il caldo molliccio dell’asfalto sotto i piedi e il tuo respiro corto, mentre dicevi che l’amore è cosa seria e che c’è poco da scherzare. Ci vuole del coraggio a dire certe cose, oppure disprezzo. Hai sempre pensato solo a te stesso.

I tuoi non erano pensieri ma congetture, te le ripassavi in testa come mantra fino a farle diventare reali. È così che ti masturbi, immaginando ciò che più può farti male. Le tue parole, il tono di finto distacco che adottavi, “…dai con me puoi parlare, non penserai mica che, siamo adulti e vaccinati, e non metterti a fare la santa, lo sai che così mi fai ammosciare…”, e via di seguito, fino alla nausea; rare volte all’orgasmo.
Questi monologhi tu li mettevi nel reparto di cancellazione automatica. La tua memoria è una punteggiatura fissa nella quale intercali parole giusto per renderla presentabile. Non c’è posto per argomenti, essi sono esclusi dai tuoi contesti. Due ombre unite e condannate a non dirsi mai la verità. Questo eravamo, perché tu ci avevi costretto a nasconderla così profondamente sotto la coscienza che ci sarebbe stato impossibile disseppellirla.

Me ne andavo, stufa di essere sempre al riparo di me stessa, con la paura di commettere un errore. O solo dire una parola equivoca. Avevo resistito grazie a quei momenti, sempre più rari, in cui il morbo della gelosia, (gelosia non è proprio la parola, a te farebbe quasi onore) ti concedeva una tregua. Allora rivedevo nei tuoi occhi la ragazza che ero prima. Quando passeggiando guardavo le vetrine, alla ricerca di un colore che ti fosse grato.

Piacerti era la mia vita, come li ricordo bene quei momenti, finanche l’illusione che tornava a gonfiarmi il petto. Il volere credere che stavi riscoprendo la donna spensierata di cui ti eri innamorato. Neanche tanto tempo prima. Di nuovo il tempo in mezzo a noi. In mesi, in anni, quanto in amore? Avrei voluto fissarti per sempre così nel mio sguardo, mentre mi riempivi di speranza, con i guizzi di malizia e di allegria che resistevano alle tue fobie. Alle fantasie frustrate, che ti facevano sentire maschio la sera e subito pentito al primo sonno.

Mi volevi puttana ad ore e ci hai creduto. lo cercavo la tua bocca, mentre tu frugavi nel mio telefono. Adesso è tutto troppo chiaro, anche quando mi spronavi a tradire solo per mettermi alla prova. Ed io a fingere di essere vulcano, nella pelle troppo umana in cui mi hai voluto. Mi sorprendevi a piangere per niente e dicevi che erano lacrime rubate. Avevi ragione tu, non sono mai stata davvero quella che tu volevi. Comunque fossi stata, tu mi avresti voluto differente. La felicità è il tuo terrore, percepirla nella persona che possiedi ti è insopportabile. Preferiresti uccidere o morire. Parlavi di norme e di rispetto, tutto ciò dal quale non si trae alcun piacere. Ci stavi seppellendo con la noia, mentre boccheggiavi per la vita.

Sul naviglio hai saputo di aver passato il limite. Hai percepito per la prima volta l’ironia del tempo sulla schiena curva di un pescatore. Ora so che hai sentito la sua voce; ti ha detto come le donne sanno amare. Ed allora io ti vidi impallidire, rannicchiato nell’angolo più buio della tua penuria. Poco uomo per troppo amore, si finisce per avere delle idee malsane. Tu sei capace di vivere solo nella tua testa. Mentre io assorbivo il mondo per poi sperimentarlo insieme. Ed ho fatto male a dirtelo. Da allora non hai più smesso di cercare l’intruso che ti sminuiva. Adesso ho piena vista su quello che eravamo.

Quel nostro appartamento sgraziato, arredato con resti della dote di tua madre e i regali sconci del tuo ufficio, Il letto no, quello era fatto per noi, dal futon rossonero al sudore che ci assorbiva. Troppo anche quello per non essere sospetto.
E i vicini che ti apprezzavano. Sei stata fortunata ragazza mia, oggigiorno un uomo così non lo trovi più. All’inizio, rientravi in casa e ci ridevi su, ma poi, con il tempo, hai cominciato a crederci al vicinato. Specialmente il tale del secondo piano a cui puzzava il fiato. Ci andavi a giocare a dama e a parlare di sconcezze. Era lui l’esperto di puttane, le riconosceva da lontano. Non se ne salvava una. Lo erano le straniere, anche tutte quelle con le quali sbavava davanti alla televisione e, evidentemente, le morte ammazzate dai mariti: ci deve ben essere una ragione.

Uomini come quelli sanno ragionare, ci passano il tempo ad escogitare piani. È molto meglio che andare ad ammuffire sull’argine a pescare. Ah sì, c’è poi la domestica straniera del ragioniere, da non dimenticare. Quella che volevi introdurre nel nostro letto per vedere se ci si stava meglio a tre. Al riparo di scandali, tanto prima o poi l’avrebbero rispedita al suo paese. Ma lei non c’è stata, questo le è costato una brutta fama e l’hanno anche licenziata. Farei ridere i morti, se potessi raccontare loro che poi a letto me la sono portata io da sola. Una brava ragazza e ci sapeva anche fare. Prima o poi capiterà da queste parti anche lei. Ma qui nessuno parla della propria vita, sarebbe un’indecenza forzare gli altri ad entrare in una storia che non gli appartiene.

Si dice che chi muore senza essersi preparati al trapasso non è degno e dovrebbe fare un inferno a parte. Per via dell’odore, pare che abbia un fondo acido. Sarà anche vero, ma se cominciamo con le categorie finisce che ognuno dovrebbe aver un girone a parte, o stare tutti con le pinze al naso. E che fare delle morti fulminee o di chi si è preso un tram in pieno. Non è bello da vedere un cadavere già tutto rinsecchito che si chiede ancora chi l’ha messo in quello stato.

Quisquilie, per chi il tempo ha smesso d’importare. Io avrei potuto annunciare la data e la mia ora, non l’ho fatto solo perché non potevo. immaginare come sarebbe andata. Se uno volesse un trapasso con tutte le carte in regola dovrebbe farlo di propria iniziativa. Ma non era il mio caso e neanche potevo andare in giro ad annunciare un avvenimento del quale disconoscevo le modalità essenziali. Ragione per cui, non si scappa, anche qui sono una sospetta. Ma c’è il lato buono, il vantaggio dell’incognita, che finché resterà tale non sarà possibile attribuirmi un’etichetta per l’eternità. L’ambiguità è il legame vischioso che tiene insieme le persone, vive o morte. A noi ci univa l’ombra del dubbio: tu non sapevi quando ed io non sapevo come.

Scartavo un’ipotesi dietro l’altra. Non ti ci vedevo architettare qualcosa di complicato, ti avrebbe dato il tempo di cambiare idea. I momenti in cui eravamo più prossimi erano i nostri silenzi carichi di ambiguità. Condividevamo il pensiero di ciò che tu non saresti mai riuscito a mettere a nudo, se non all’improvviso, nell’atto estremo. Evitarlo? Oltre a non essermi permesso tornare nel passato per ipotizzare scelte che potrebbero modificarlo, la curiosità di vederti agire era più forte del buon senso. E poi già allora covavo il desiderio di vederti prendere coscienza del tuo atto e crollare poco a poco nel delirio sciagurato. Il naviglio, mi chiedevo come ti fosse venuta un’idea tanto stupida. Non è posto da passeggio e nemmeno l’ideale per disfarsi di un amore.

Affrettasti il passo, per un momento pensai che tu avessi rinunciato. Eravamo ormai al punto dove il canale fa una brusca curva e poi sprofonda sotto il viale. E allora capii. Come avevo fatto a non pensarci prima? Mentre mi avvicinavo alla fine, mi chiedevo se per caso tu non avessi delle capacità nascoste. Tanto da mettere a punto un piano, o era solo un’altra idea del puzzone del secondo piano. Quella caduta d’acqua negli inferi di Milano non doveva essere sfuggita alla sua viziosa immaginazione. Ma tu non puoi prevedere, sai solo ubbidire al caos dei tuoi istinti. Capace di dividere un passo a metà per prendere due direzioni differenti. Vivi nell’affanno, adesso non te lo puoi più nascondere.

Sono stata io a darti l’idea. Hai visto nel mio sguardo te stesso mentre mi spingevi, giusto dove il naviglio ricade negli abissi che l’hanno rigurgitato a monte.
Hai guardato le tue braccia tese, mentre precipitavo, quasi tu volessi già prendere le distanze da un gesto non ancora del tutto consumato. I tuoi occhi nei miei, mentre la mia testa rimbalzava sulla pietra appuntita e poi giù, trascinata dal peso di un corpo ormai senza vita. Mi sarebbe piaciuto guardare la tua faccia quando non c’era più nulla da vedere. Se la velocità in cui si stacca la vita dalla retina non mi avesse risucchiata. Mentre tu, oh sì che lo so, non riuscivi più a staccate la vista dall’eternità.
I tuoi occhi fissavano tuo malgrado l’aldilà senza trarhe alcun profitto. Incapaci di vedere la grandezza di chi non ha più tempo da sprecare.