di Franco Pezzini
Frank Baker, Gli uccelli, ed. orig. 1936, trad. di Federico Cenci e Lucrezia Pei, prefaz. di Riccardo Nuziale, pp. 287, € 22, Cliquot, Roma 2026.
Quando si menziona il titolo Gli uccelli, è normale pensare al film The Birds di Alfred Hitchcock, 1963. Meno di frequente si pensa al racconto sottostante, omonimo, di Daphne du Maurier, 1952, di cui Hitch tiene appena il guscio. Mentre normalmente nessuno ricorda questo romanzo di Frank Baker (1908-1983) del 1936, che pur non essendo neppure il primo a utilizzare lo spunto – si pensi solo a certe scene con attacchi di uccelli del The Terror di Arthur Machen, 1917 – potrebbe essere in qualche modo a monte di du Maurier e Hitchcock.
La formula resta dubitativa. È vero che du Maurier anche in altre occasioni attinge a temi narrativi già usati da scrittori eminenti con la libertà del richiamo a miti condivisi (si pensi solo alle molteplici possibili fonti di Rebecca, 1938, in italiano Rebecca, la prima moglie, cui pure aveva attinto Hitchcock, 1940): non insomma un vero plagio, tanto più che il risultato è fortemente personale. Ma che ignori l’esistenza del testo di Baker risulta più dubbio, visto che il cugino di du Maurier è l’editore di Baker: oltretutto, presso i suoi uffici du Maurier lavorerebbe – tale la voce circolante – proprio al tempo di quel volume. Ovvio, qui si entra in un terreno arduo in cui è troppo facile banalizzare ingenerosamente, quello delle ispirazioni più o meno “prossime”: come quando a inizi anni Ottanta si ricordavano le frequentazione einaudiane di Umberto Eco al tempo della lavorazione de I dodici abati di Challant di Laura Mancinelli (di lunghissima genesi e infine uscito nel 1981) a motivare l’uovo di Colombo di una fiction ambientata nel medioevo norditaliano (Il nome della rosa uscirà per Bompiani, 1980). Il fatto è che ogni libro cresce nell’interscambio con tutta una realtà circostante, con notizie che provocano la nostra fantasia: in assenza di materiali indizi di plagio – qualche volta succede – è abbastanza inevitabile concludere per imprestiti incidentali, idee fortunate, provocazioni nel tessuto culturale del tempo. Col che però si comprende bene anche l’irritazione del povero Baker, a cui farebbe comodo un riconoscimento al suo dimenticatissimo romanzo (Hitchcock è oltretutto un formidabile volano economico).
Dopo un primo contatto fallimentare con i due “avversari”, con grande garbo lo scrittore, a cui gli avvocati hanno sconsigliato una causa per plagio, torna a interpellare du Maurier: questa assicura (1963) di non avere letto il testo in questione prima di scrivere il proprio, ma ora, a lettura conclusa, giudica l’opera di Baker senz’altro più profonda della propria. E qui arriviamo allo specifico di questa prima edizione italiana: fermo restando che ciascuna delle tre opere, al netto del motivo di un attacco all’umanità da parte di grandi numeri di uccelli, vanta una propria robusta autonomia – e non si tratta di un escamotage democristiano per salvarle irenicamente tutte, sono veramente tre opere diverse – Gli uccelli di Baker è un romanzo (onirico, visionario) di enorme fascino. Migliorato in occasione di una riedizione 1964 – che però non recepisce le modifiche, incorporate solo nell’edizione Valancourt 2013, a trent’anni dalla morte dell’autore – arriva in Italia in questa director’s cut con un’ottima Prefazione di Riccardo Nuziale e nella curatissima traduzione di Federico Cenci e Lucrezia Pei.
È di una lontana Londra 1935 che il narrante, molto tempo dopo in un Galles da utopia rurale, narra alla figlia, ma il fenomeno ha impattato (scopriamo) su tutto il mondo. Gli uccelli che si sono manifestati prima con ingombrante, spudorato candore e poi in modo sempre più devastante e aggressivo non appartengono a nessuna tipologia nota, e anzi le descrizioni fanno pensare di momento in momento a specie e forme diverse: nei fatti non si tratta di creature zoologicamente classificabili, ma, come il narrante comprende dai dialoghi illuminanti con la donna che ama, non si può neppure liquidarli come semplici fastidi da fronteggiare. Occorre lasciarli avvicinare, guardarli bene e lasciarsene graffiare: solo allora si passerà dal subirli – come fanno i più, aprendo le porte a un’esperienza apocalittica e mortifera per tutta l’umanità – al comprenderli, comprenderne le ragioni, lasciare che ci insegnino qualcosa. Che reintegrino qualcosa in noi.
Per du Maurier, reduce dalla lettura, si tratta di Anime, “spint[e] fuori dall’io cosciente, e in tal modo tradit[e], [intenzionate] a voler tornare nel corpo e renderlo completo”: sembra un’interpretazione convincente, tanto più che Baker non la contraddice, ma pur essendo menzionata nella Prefazione non costituisce un vero spoiler – in effetti l’autore resta sul punto piuttosto sfuggente. Possiamo peraltro denominarle anche in modo diverso: l’importante è che sia chiaro che hanno qualcosa a che vedere con ciò che noi siamo nel profondo, con ciò che siamo davvero e per sciatteria (e forse paura?) rifiutiamo. Di qui la necessità di farcene interpellare, segnare: foss’anche con una ferita che apre la pelle e lascia una cicatrice.
In ogni caso tre aspetti del romanzo restano straordinari, e spingono a consigliarne la lettura. Anzitutto l’affresco della Londra/Babilonia distopica, lunare, senz’anima che muta progressivamente in Terra desolata, tra monumenti di vuota retorica istituzionale e un privato limaccioso che a grandi numeri sembra aver perso ogni raccordo con qualche sana interiorità (ed ecco personaggi meravigliosi e struggenti come la madre o l’amata Olga): un panorama apocalittico che a tratti pare di riconoscere nelle nostre città tanto superficiali. In secondo luogo l’assoluto inatteso, provocatorio e iconoclasta, delle calate degli uccelli, con una furia che resetta il mondo svuotato, ma che è anche una furia simbolica, a provocarci nelle nostre infinite inerzie e imporre domande. Non si tratta tanto, infatti, di un patto violato con la natura, come nello scintillante testo di du Maurier o idealmente a un primo livello di lettura del film di Hitchcock, aperto però anche a chiavi interpretative diverse (politica, religiosa e sociale). Qui c’è qualcosa che parla di crisi epocale – non a caso è scritto in quell’età dei fascismi le cui radici tortuose tornano a crescere nel putrido dell’oggi – e di un imbarbarimento personale, individuale, fino a moltiplicarsi sul piano collettivo. L’ufficio del giovane assicuratore che tratta polizze marittime ricorda uffici che magari abbiamo frequentato, con dirigenti e funzionari ormai privi di un ABC di umanità; le arti del mondo capitalistico descritte con severità e sarcasmo dal giovane autore – con una bella stroncatura del cinema – sono quelle del gran circo di tanta chiacchiera da social su Strega e affini. Decisamente i tempi sarebbero maturi per un’altra incursione di uccelli: e non più a Hitler (l’innominato “detestabile politico che in poco tempo era diventato estremamente popolare in Germania […] noto persecutore degli ebrei e oracolo dell’antico grido di guerra imperiale del suo Paese” tra grandi adunate di folla), ma ai suoi ridicoli, grotteschi e vocianti epigoni postfasci, tronfi sulle loro poltrone tra saluti romani e commemorazioni di incommemorabili, gli uccelli inizierebbero benemeritamente a scacazzare in testa.
E poi c’è un terzo motivo: la storia ci racconta l’affondamento del capitalismo, perché di fatto è quello che gli uccelli distruggono con ferocia crescente, sia esteriormente sia a livello di posture mentali. Con tutte le domande – il mistero, se vogliamo – su come ciò possa consumarsi, su come reinventare un’esistenza in occidente, e con tutti i silenzi di una narrazione metafisica, allegorica, comunque ellittica, che lascia spazio alla macchina per pensare. A questo punto, che il romanzo possa non aver avuto inizialmente successo non è forse strano.
Uomini svuotati d’interiorità si spaurano a vedere gli stormi selvaggi di questi uccelli, pronti a calare rivendicando il proprio posto dentro di noi: e a quel punto, come nelle profezie escatologiche, spetta a ciascuno la scelta scomoda di una risposta personale. Come ben sa un certo vecchio ghignante che da solo tripudia in mezzo al panorama allucinato del massacro, e la cui identità il narrante non rivela.



