di Franco Pezzini

[Nella Torino arroventata del passato fine giugno si è tenuta alla libreria Belgravia la presentazione del volume qui citato, primo titolo della nuova collana I Viaggi dell’Empusa dell’editore campano D’Amico.]

Franco Mistrali, I racconti del Diavolo. Storia della paura, a cura di Antonio Daniele, pp. 200, € 15, D’Amico, Nocera Superiore 2026.

Lo sappiamo, il gotico nasce “all’italiana” – Il castello d’Otranto – e si trapianta in Italia molto presto sull’onda del romanticismo. Oggi non è più sostenibile una svalutazione del fenomeno gotico in Italia, a prescindere dalla presenza di frutti di impatto non comparabile con i grandi capolavori neri inglesi o americani (da Mary Shelley a Stevenson, da Poe a Stoker), catafratti oltretutto da un successo transmediale planetario; eppure il romanzo storico a forte apprezzamento popolare che da noi trionfa nell’Ottocento deriva dal gotico in modo piuttosto visibile fino a grandissimi come Manzoni (che a tratti a Walpole si ispira, e comunque dipinge i suoi Promessi in chiave molto più nera di quanto in genere si ami sottolineare a scuola) e opere di vario tipo presentano potenti suggestioni gotiche (come certe Operette morali leopardiane). Per non parlare di tutta una produzione “minore” ma che tanto minore non è (per esempio nell’ambito della Scapigliatura, o di veristi attenti all’occulto come Capuana) e comunque di un orizzonte fittissimo di evocatori di male veglie. Che anzi, se notiamo, superano di parecchio il primo Ottocento del Sublime romantico e le fatiche insanguinate della prima metà del secolo (la questione nazionale oscura ovviamente tutto il resto) per approdare all’Italia postunitaria greve di ansie e depressioni, incubi e scandali. Già, perché fatta l’Italia – come, ben lo ricordiamo – i bei sogni finiscono in naftalina: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” e il dettame resterà invariato fino a questo nuovo Millennio di miserie.
La produzione di Franco Mistrali (1833-1880), più o meno ricollegabile agli esordi del movimento scapigliato, va collocata in tale clima. Figlio della piccola aristocrazia parmigiana, studioso di statistica, geologia, cultore di musica e autore teatrale, svilupperà un acceso amore per la patria italiana in formazione. Lo troviamo così rappresentante della “commissione permanente del congresso generale degli operai italiani” (si vedano suoi scritti come Dio e popolo: idee di un rivoluzionario al Congresso, Tip. Scotti, 1860) per guidare a Caprera una deputazione di associazioni operaie del Regno, intervistarvi Garibaldi a fini biografici e sollecitarlo a riprendere la battaglia per l’unità del paese (cfr. Franco Mistrali, Il pellegrinaggio degli operai italiani a Caprera, Tip. Sanvito, Milano 1861).
Come molti autori d’epoca, anche nel tentativo di smarcare la spiritualità dalle agenzie confessionistiche istituzionali, si interessa di mesmerismo, magnetismo e delle sonnambule meravigliose con facoltà di chiaroveggenza. Scrive poi una Vita di Gesù, dedicata a Renan, che viene prontamente messa all’Indice nel marzo 1863, e una serie di romanzi e saggi storici o di frisson anticlericale dai soggetti a forti tinte: la Maddalena (altra opera all’Indice) e Savonarola, i briganti e l’assedio di Forlì, i Borgia e i misteri del Vaticano, la massoneria, Le memorie d’un prete e Cagliostro – ma anche quel pionieristico Il vampiro. Storia vera (Tip. dei Compositori, Bologna 1869) che guarda molto più ai vampiri francesi alla Feval & Dumas, con cui in fondo ha parecchio in comune, che con quelli anglosassoni di Le Fanu e Stoker, almeno nelle trascrizioni definitive.
Merita sottolineare il lavoro di ricerca del curatore Antonio Daniele, che ha intercettato gli esigui e introvabili libretti delle pubblicazioni mistraliane – in particolare la trilogia dedicata a Garibaldi – tra biblioteche, cataloghi antiquari e siti specializzati, dando corpo a una biografia dell’autore e alla connessa bibliografia estremamente elusivi prima delle sue ricerche.
Proprio Il vampiro – riscoperto nel 1986 con una prima citazione da Fabio Giovannini – era stato riedito integralmente e curato da Daniele durante la breve, meritevole stagione delle Keres Edizioni (Mercogliano AV, 2011) dirette dallo stesso studioso, tra l’altro cogestore de Il Catafalco, il sito web più documentato in Italia sul tema vampiresco. In tempi più recenti l’opera è stata riproposta a cura di Jacopo Corazza e Gianluca Venditti per i tipi Arcoiris (2020) e più tardi Alcatraz (2025). Nell’insolito set del Principato di Monaco, il narrante, ospite del nobile polacco Alfredo Kostia, finisce coinvolto nel malsano rapporto di lui con l’enigmatica principessa Metella Schonenberg. In apparenza in Metella rivive quale non-morta Pia Ludowiska, disperatamente amata da Kostia anni prima e a sua conoscenza defunta; e senza dubbio quello di lei è un profilo psicologicamente vampiresco. Troviamo poi un ambiguo dottore forse circasso, cultore dei misteri del sangue; una setta dei Vampiri, a spalancare la trama a un lontano sfondo di cospirazioni politiche e drammi sentimentali tra Russia e Polonia, attraverso la progressiva ricostruzione del passato dei personaggi; ed è vampiro in fondo lo stesso narratore, che trae energie di status dalla società ospitante e – tra proclami di sollecita amicizia – tratta misteri e patemi dell’amico come un allegro gioco di società insieme a Sua Altezza il Principe di Monaco dove la vicenda si svolge. Fino agli ultimi capitoli, quando il passaggio in Lituania proietta la narrazione divenuta sempre più improbabile nei sottoscala dei sogni e del casi irresolubili.
Rispetto al più tardo Il vampiro e ai suoi funambolismi visionari, la raccolta I racconti del Diavolo (Tip. Pagnoni, Milano 1861) resta un’opera minore e acerba: minore anche come numero di pagine, tanto che a opportuno arricchimento in vista di una riedizione, il curatore Daniele offre de Il vampiro uno stralcio in appendice, un episodio gotico ben autonomizzabile. Minore non significa però priva d’interesse: e almeno due aspetti meritano attenzione.
Anzitutto una certa sfrenata visionarietà. Sia nella verve anticlericale, dove Mistrali si rifà alla tradizione dell’antipapismo gotico innestandolo in polemiche molto più recenti; sia in generale in una furia da pubblicista bellicoso che nel suo compiacimento retorico finisce con l’esondare in un surreale effetto Hellzapoppin’, sparando su tutto come certi vecchietti sul tram ma appunto con effetti febbrili, stranianti. Ciò è evidente nei primi due testi, quasi fantasie d’occasione. La sinfonia del Diavolo è una dedica scherzosa all’amico Giuseppe De Bonis che diventa bordata polemica contro i più vari obiettivi, compresi “i portici di Po per via della simmetrica fattura della regal Torino” (l’Italia non cambia: un centinaio d’anni dopo, in tempi di grandi licenziamenti Fiat, fantasiosi psicologi televisivi addebiteranno similmente i suicidi di operai alle vie dritte di Torino) – e non vi mancano genuini spunti d’orrore, come il ritrovamento d’una fanciulla conosciuta “bella, gentile, giovanetta, all’aurora della vita”, figlia di un fornaio e traviata per le miserie della vita, sul freddo bancone del teatro anatomico. Se il primo testo è una dedica, il secondo è una cornice alla raccolta: L’osteria della Maddalena, che trova il Nostro a Milano la notte del 18 giugno 1860, intento a ricevere in osteria – in compagnia d’un gatto ghignante – visioni streghesche o piuttosto etiliche su un intero teatro spettrale di storia patria. Il sogno a occhi aperti sull’onda dell’alcool traghetta alla categoria todoroviana dell’incertezza propria del fantastico per culminare in un’ode al vino.
Un secondo aspetto degno di nota sta poi nel passo linguistico, nel lessico tondo e sapido pronto a una lettura ad alta voce. Leggere Mistrali permette di trovare espressioni felici quasi da fine dicitore, pochi esempi (corsivi miei):

Quivi abitava Marzi, l’amico e il maestro di Pali nell’arte di Tubal, il vecchio zingano che, abbandonato il vivere erratico e predace, faceva ora professione di guarire, col miracoloso Abracadabra della medicina popolare, gli uomini e gli animali, suonando oltrecciò nelle sere festive il violino alle danze dei giovani valligiani.

Il bottoncino del suo corpo, irrorato un tempo dalla fresca rugiada dell’innocenza, erasi schiuso e pompeggiava ora come splendido fiore.

Tu taci, Erzsi? Nulla può dunque svellere dal tuo cuore il ghiaccio che lo assidera? Il pensiero di menare una vita segregata, semplice, tranquilla, consacrata soltanto alla virtù, dacché tu sei libera, è egli dunque sì orribile che tu gli abbia a sagrificare un cuore che tanto ti ama? La vuota pompa, le splendide miserie del mondo pajonti elleno più pregevoli della riputazione, della dignità e felicità della donna? Credimi, Erzsi, il mondo, in cui tanto ti piaci, è sconoscente! Esso fa orribil governo di coloro che gli si sacrificano; esso contamina, insozza, come le arpie, la sua preda. Povera Erzsi! tu non hai mai amato, tu non fosti mai amata! Tu ti sveglierai con terrore dal tuo letargo – troppo tardi forse! Nella deserta solitudine del tuo cuore tu rimpiangerai allora il passato. Io ti ho consecrato tutte le ore della mia vita, tutti i battiti del mio cuore, e tu getti via il mio cuore come il fanciullo un ninnolo che più non cura! Chi è quest’uomo cui tu ti donasti? Un giocatore, un cavaliere d’industria! [notiamo il disgusto di quest’ultima affermazione]

Tacite lagrime sgocciolarono sulle guancie aduste di Pali;

[…] e, ogni volta che lo sgraziato fattorino dalle gambe sottili entrava nella stanza, il vecchio Lobbs principiava immancabilmente a bestemmiare contro a lui nella maniera più saracinesca e feroce, sebbene in apparenza senz’altro fine ed oggetto che quello di alleggerirsi lo stomaco collo scaricare qualche superflua bestemmia.

eccetera. Qualcosa che non si esaurisce nelle forme anticate del lessico ottocentesco, ma in una consuetudine retorica alla parola rotonda e d’effetto che avrebbe fatto la gioia (per dirne uno) di Paolo Poli.
Ma veniamo al contenuto fantastico dell’opera. Riferendo

come i morti e le streghe non solamente parlino, ma veramente si dia anche il caso, più strano, che parlino le bestie, le piante, e peggio ancora le panche, i tavolini e le pentole

l’autore guarda idealmente ai persecutori folklorici che infestano come poltergeist locande di campagna e cucine regionali come tra i paioli di Pellegrino Artusi (uno spettro che vessa un’osteria torinese verrà qualche anno dopo studiato da Lombroso, ma sono storie popolari presenti in tutto lo Stivale) e insieme alla nuova negromanzia da tavolini borghesi, in fase di sviluppo un po’ ovunque.
Dopo i due testi d’ingresso citati, si passa dunque al corpo della raccolta. Il cranio dello Svevo e il pulpito di Pontida vede l’evocazione – diremmo – paranormale, grazie al cranio sfondato di un antico combattente imperiale, di un intero affresco nazionale: una sorta di ballata romantica in prosa musicale farcita sì di luoghi comuni d’epoca ma ricca di suggestioni. E sappiamo che l’affabulazione retorica su Pontida avrà vita lunga.
Decisamente più forte e apprezzabile dagli odierni cultori del gotico è però il seguente bel dramma napoleonico Caino, storia di legami e cruenta rivalità, proiezioni prodigiose, mesmerismo e terribili nemesi tra due ex-amici fraterni che fa pensare al Dumas dei Mille e un fantasma. È l’opera migliore della raccolta, meno prevedibile che a un primo esame, e basterebbe da sola a giustificarla.
Invece “I due ultimi racconti sono libera versione dal Claus [sic] e dal Dickens, onde offrire belli esempi di letteratura fantastica straniera”: dove l’aggettivo fantastica va però inteso come di fantasia, cioè fiction senza violazioni supernaturali dell’ordine delle cose. Si tratta dei racconti Lo zingaro ungherese. Racconto magiaro di Karl Clauss, un apprezzabile melodramma dalle vivide descrizioni comparso su varie riviste tedesche nell’estate del 1857 e incentrato sulla forza distruttiva dell’amore, e il divertente Il sagrista della parrocchia, estrapolato da Il circolo Pickwick di Dickens. Cos’hanno in comune con il resto, a parte l’occasione editoriale che ha indotto l’autore a una scelta un po’ miscellanea? Forse la possibilità di giocare anche polemicamente con istituzioni sociali e religiose come il matrimonio, in chiave di invettiva e di beffa, variando da virtuoso il registro: dal melodramma con tragico finale de Lo zingaro ungherese si passa così alla commedia burattinesca e acidula di Dickens.
Gli anni Sessanta avviati da questa raccolta sono per Mistrali di scatenata attività editoriale: non solo varo di opere narrative e saggistiche, non solo frenetico lavoro coi giornali (fondati, acquisiti, contrastati) nel confronto grigio tra Sinistra e Destra postunitarie e battaglie politiche, ma una condanna a cinque anni di prigione per bancarotta fraudolenta in rapporto al fallimento della Banca dell’Emilia per cui è consigliere delegato (a sua discolpa, di fronte ai fatti concreto del caso, più che di disonestà occorrerà però parlare di faciloneria e antipatie incrociate, da cui il siluro giudiziario). Sono in fondo i prodromi di una storia unitaria di pasticci bancari che attraverso il successivo, epocale scandalo della Banca Romana (1893, Mistrali è già morto da tredici anni – poco dopo la liberazione all’amnistia di Umberto I) condurranno in ultimo alle vicende sciagurate di un mondo molto più recente: Banca Privata Italiana, Banco Ambrosiano eccetera.
Un bilancio su Mistrali, autore di qualche ingegno e di buona penna, può essere difficile: archiviato anche per l’ostilità di quel Carducci con cui pure condivide bordate (i cavalieri d’industria, eccetera), fantasie e miti (Pontida…), passioni ideali, il barone parmigiano appare uno di quei minori la cui avventura fa meglio capire la storia di una nazione. Goffaggini incluse.