di Franco Ricciardiello
Roberto Sturm, Confessioni e tradimenti, Ventura Edizioni, 2026, euro 18,00 stampa
Lo scrittore e critico letterario anconetano Roberto Sturm torna con un nuovo romanzo dopo un intervallo di oltre dieci anni, con un incisivo testo di media lunghezza, che come i precedenti scava nella mentalità e nei rapporti sociali e sentimentali di un’Italia che se non è provincia, non è neppure lo scontato scenario di una delle città che monopolizzano l’immaginario della fiction.
Si alternano nel ruolo di protagonisti due personaggi di età differenti, il padre Sandro e la figlia universitaria Evelyn; l’uomo è raccontato in prima persona singolare, la giovane in terza persona, a capitoli alterni, in una disamina abbastanza spietata dei danni sentimentali che può provocare la mancanza di comunicazione, anche con le migliori intenzioni.
La semplice, allusiva frase di un cliente intrigante instilla il seme del dubbio in un bancario di mezza età: il possibile tradimento della moglie; Sandro è un collezionista compulsivo di vinili e di libri, il cui rigido moralismo gli ha nel tempo alienato il rapporto privilegiato che aveva con la figlia; durante l’adolescenza di lei, la mania di controllo e una genitorialità malintesa li hanno irrimediabilmente separati, sebbene l’uomo non se ne renda conto, e attribuisca la lontananza al carattere della ragazza.
Evelyn è dominata da una volontà di ribellione che da una parte la spinge a vagheggiare un allontanamento dalla famiglia, magari per proseguire gli studi superiori a Roma, dall’altra a ripudiare una concezione borghese del mondo che accetta supinamente la crisi ecologica e climatica. Anche nel privato si manifesta questa sua ribellione alle costrizioni, con l’infatuazione per un uomo che ha l’età del padre, e che è ignaro di suscitare in lei un sentimento d’amore.
L’andamento della narrazione non è quello di un dramma borghese in interni, bensì quello della tragedia, che non ha bisogno però di gesti definitivi. Se il titolo del romanzo potrebbe indurre a pensare a Woody Allen, è più dalla parte di Ingmar Bergman che conviene guardare: un dramma psicologico dunque, una doppia difficoltà di affrontare la realtà, che se per l’uomo è una lenta discesa nel tunnel della paranoia, dettata soprattutto da una autoreferenzialità che lo porta a scontrarsi con chiunque cerchi di aiutarlo, per la ragazza potrebbe essere una difficoltà momentanea, causata dalla mancanza di riferimenti, di un esempio positivo in una vita che lei cerca di riempire di ideali riflessi dalla generazione precedente, scampoli di ricordi di un’infanzia felice quando lei e il padre erano vicini: la musica che piaceva a lui, i suoi libri.
Schiacciata tra i due protagonisti, la moglie di Sandro e madre di Evelyn, Giovanna, rimane un personaggio insondabile, tirato da una parte e dall’altra, consapevole forse della deriva che la famiglia sta rischiando ma incapace di comprenderne davvero le implicazioni, fino a quando rischia di essere troppo tardi.
Aspro e dolce al tempo stesso, talvolta irritante, scandito dalla precisione dei capitoli, il romanzo risolva alcune soprese quando si scopre la vera identità di personaggi secondari. Una lettura che fa provare sentimenti.



