di Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)
Capita perfino qui in costa, non solo nelle terre laboriose di opifici, capannoni, concerie e OGM: a volte una nebbiolina sale dalle masse d’acqua marina e si diffonde a rotoloni fra i vicoli del turismo blasonato. Da queste parti si chiama caligo, in Sicilia ha il nome, ben più evocativo, di lupa. Fatto sta che, nel nostro eterno malumore ligure, quando la nebbia di mare riduce visibilità e capacità polmonare ci sentiamo traditi: sottosviluppo economico e strade in salita devono accompagnarsi a un clima “impeccabile” (salvo occasionali alluvioni, che a ogni modo non contano perché sono, come ovunque, fatalità). Nelle poche ore di caligo che di tanto in tanto ci toccano, la frase che ci rilanciamo più spesso è: «Ma t’immagini passare così tutto l’autunno?». E rabbrividiamo nell’intimo, ringraziando il cielo per averci fatti nascere nel solo posto abitabile del nord Italia.
Per quanto antipatico, questo è, precisamente, il sentimento che ci attraversa quando siamo esposti alla nebbia: il sollievo metafisico di quelli a cui, nella vita, è andata proprio bene. Pensa quei poveretti in Padana. Chissà perché ci restano. Sarà per il lavoro, sennò non si spiega. Eh certo, lassù lavoro ce n’è più che qui… Però comunque che sfiga passar metà dell’anno all’umido, sai che reumatismi? E via dicendo.
In quanto genovese, plasmata fin nel midollo dalle strutture di sentimento di questa terra, solo di recente mi sono accorta di un paio di cose. La prima è che questo senso di sollievo cosmico s’apparenta, per inflessione, a quello dell’Occidente egemone quando, guardando al resto del mondo, pensa «Che fortuna esser nati nella terra della democrazia, del progresso e dell’industria! Certo, dalle altre parti non gli tocca puntare la sveglia alle sei e mezza e bombarsi di sostanze per arrivare a sera, ma vuoi mettere la soddisfazione di sentirsi superiori a chiunque altro?» La seconda è che, come spesso capita, fissare gli occhi sulle cose piccole impedisce di cogliere quelle grandi: si guarda l’albero senza vedere la foresta. Ci sono nebbie ben più fitte, malsane e durevoli della caligo, e perfino dei nebbioni in Val Padana, di cui non abbiamo contezza: grigiori cognitivi, ottundimenti percettivi che non riconosciamo come tali per il semplice motivo che ci viviamo dentro da sempre. Al punto da pensare che si tratti dello stato naturale del mondo.
Ciò che oggi ci obbliga a uscire dal compiacimento è l’alzarsi di un potente vento storico che, da brezza tesa che era verso la fine degli anni Dieci, s’è mosso a burrasca nel periodo della pandemia e ora è tempesta. Come ogni vento, anche questo spazza via la nebbia: non quella dolce di mari e fiumi, ma quella storica in cui siamo nati e cresciuti, la cappa vischiosa e caramellata di miti, narrazioni, credenze (a volte belle, a volte sinistre, quasi sempre false) che hanno costruito il nostro blocco culturale a partire dal dopoguerra e che ora, nel sommovimento parallelo di ciò che chiamiamo “politica” e di ciò che chiamiamo “natura”, si rivela per quel che sempre è stato: un castello ideologico, un giro d’orizzonte storicamente determinato.
Le fondamenta di questo castello di nebbia sono le stesse dell’occidente egemone che, nell’arco dei suoi cinque secoli, ha costruito un mondo particolarmente crudele fatto di colonialismo, capitalismo, scientismo riduzionista, Stato-nazione, individualismo, ideologia del progresso; e quindi, a livello pratico, di estrattivismo, di naturalizzazione di ciò che è storico, di profondo disprezzo per ogni forma di alterità, di imposizione violenta del proprio modo di “fare mondo”. A livello quotidiano, questo si traduce in lotta di tutti contro tutti, depressione, distruzione delle reti ecologiche da cui dipende la sussistenza di tutti. È quel che vediamo intorno a noi.
Talmente solide e blindate erano queste fondamenta che chi, negli ultimi due secoli, ha tentato di bucarle s’è trovato quasi privo di parole, ammutolito di fronte alla fatica immane di spiegare cos’è l’acqua ai pesci che vi nuotano. È l’intuizione dei romantici, sia nelle derive reazionarie che nelle aperture utopiche; dei luddisti, non a caso subito derisi e criminalizzati; di gran parte dei movimenti anarchici nel loro limpido rifiuto della ragione industriale; è il geniale scavo storico di Marx alle origini del capitalismo; è l’allusività di Conrad nel descrivere gli orrori del Congo agli europei che, inconsapevoli, li perpetravano; sono le voci di chi ha subito l’arroganza coloniale e la violenza di classe; e sono le grandi opere dell’archeologia filosofica novecentesca, il loro modo di toccare corde profonde.
Nella seconda metà del Novecento il castello di nebbia ha preso forme ancor più anguste, emotivamente e cognitivamente carcerarie. Negli ultimi ottant’anni abbiamo vissuto, pensato, sentito, amato e odiato secondo i modi imposti dalla nostra appartenenza al blocco atlantico a guida statunitense. Per quanto critici, antagonisti, attivisti e filo-qualsiasi altra cosa, questo fatto ci è intimo, ineludibile: poiché ogni forma umana si costruisce in relazione a un mondo storico specifico, le profondità di noi sono state plasmate dall’egemonia moderna e quindi degli USA, che la incarnavano come nessun altro.
Per capirci, ecco un breve test rapsodico. Quanta parte dei nostri sogni di libertà prevede un motore a scoppio? Che lingua parla la colonna sonora di quei sogni? Quanto ci sentiamo spersi senza un supermercato dove comprare il nostro cibo? Quanto diamo per scontato che il nostro passaporto ci porti ovunque nel mondo? Quali avventure cinematografiche hanno attraversato la nostra adolescenza, plasmando le nostre idee di amore, di eroismo, di famiglia, di giustizia? Con un capo conficcato nelle Alpi e un altro vicinissimo all’Africa, quanto sappiamo di geografia, storia, politica e costumi anglosassoni e quanto di quelli maghrebini? Fino a che punto la nostra idea di incanto è targata Disney? Quale immaginario erotico si è diffuso insieme all’internet delle piattaforme? E via così.
Questo per dire, con Françoise Sironi, che non solo esistono emozioni politiche, ma che, in senso ampio, quasi tutte le nostre emozioni lo sono, visto che perfino l’idea di “mamma”, la cosiddetta “famiglia naturale” o la rabbia sono costrutti storici e culturali, e dipendono quindi dalle scelte, implicite ed esplicite, dei collettivi che le fanno esistere. Il che apre questioni delicatissime sul rapporto di ciò, in noi, reputiamo più intimo e irriducibile e i sommovimenti dell’inconscio collettivo.
Si alza il vento: snebbia. E tocca capire come vivremo. Nell’insieme, il panorama che emerge fa molta paura e non potrebbe essere altrimenti: quando le coordinate fondamentali di un mondo si spostano, si apre la crisi. Se siamo fragili (e chi non lo è?), potrebbe venir voglia di buttarci per terra e fare i morti. Se siamo fortunati, invece, la crisi ci tocca in termini di commozione e lutto, come una chiamata. Come i fantasmi di Avery Gordon: tracce di ferite storiche, memorie di violenza sedimentate nei luoghi, che balenano alla periferia dello sguardo per avvisarci di “qualcosa che dev’esser fatto”. Una riparazione, una consolazione, forse una festa d’addio, o magari la scelta di deporre ogni crudeltà: in ogni caso, qualcosa di bellissimo.
Mentre manifestiamo perché il peggio non si compia (perché bombe e genocidi lascino qualcuno vivo o perché i militari la piantino di importunare gli scolari), c’è chi, sfidando il cretinismo imposto dagli schermi, è tornato a praticare lo studio, e cioè la disciplina della comprensione, come arte da combattimento. Gruppi piccoli e piccolissimi raccolgono biblioteche di base; si aprono cerchi di lettura e discussione; l’argomentazione ha bisogno di farsi precisa. Una notevole letteratura critica sta crescendo ai margini vivi dell’editoria dove, abbandonato il mercato librario, editori e tipografi ancora stampano per l’antica specie dei lettori, e cioè per gente che dalle parole scritte si aspetta qualcosa di non triviale. Oltre a ciò, questi ruggenti anni Venti hanno liberato dalla paralisi accademica molti “classici minori”, regalando loro una nuova leggibilità fatta anche di cuore, fegato e stomaco, oltreché di neocorteccia e note a margine.
Di questa letteratura vorrei (vorremmo) parlare in questa serie di interventi intitolata, per l’appunto, Si alza il vento: dei testi oggi a disposizione per la lettura critica del presente e dell’apertura d’immaginario indispensabile per muovere altrove. Lo farò insieme ai compagni e alle compagne del gruppo Tutta Un’Altra Storia, coi quali, a partire dal rifiuto intellettuale ed etico del governo della pandemia, è stato facile, negli anni seguenti, tracciare la continuità bellica degli eventi.
Nell’attraversare la parte critica potrebbe arrivare sconcerto, magari anche furore, nel percepire fino a che punto siamo stati plasmati nella disvisione e nella scissione. Ma poi anche ci sarà bellezza perché, nel prendere distanza da quel che è stato il nostro mondo, si può infine riprendere contatto in modo gentile e stupito coi mondi degli altri e con tutto ciò che, nella modernità, avevamo reso oggetto e invece (sorpresa!) è soggetto. E per quanto possa sembrare sciovinista detto da me, l’antropologia – questo immenso archivio di modi altri dell’umanità – sarà continuamente in causa, perché da essa emerge che la fine del mondo che ci apprestiamo a vivere è, in fondo, solo la fine di un mondo; e che altri mondi, più giusti e abitabili, sono pur sempre possibili, a volte perfino reali.



