di Sandro Moiso

Peter Apps, Contro la fine del mondo. Una biografia della Nato, Luiss Unversity Press, Roma 2025, pp. 566, 25 euro

«La Russia e la Cina non hanno alcun timore della Nato senza gli Stati Uniti e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Tutti sono fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito nel mio primo mandato e continui a farlo. Saremo sempre lì per la Nato, anche se loro non saranno lì per noi. L’unica nazione che la Cina e la Russia temono e rispettano sono gli Stati Uniti ricostruiti da Donald J. Trump.» (Donald Trunp su Truth)

Quando un leader inizia a suscitare repulsione persino nei suoi alleati più fedeli nel mondo, la storia insegna che non è mai finita bene. (Federico Fubini, «Corriere della sera», 19 gennaio 2026)

La pubblicazione della ricerca dell’inglese Peter Apps da parte della Luiss University Press non poteva cascare in un momento migliore, o peggiore a seconda dei punti di vista, per narrare le vicende politiche, militari e ideologiche che hanno portato alla creazione, sviluppo e attuale crisi di una delle alleanze militari multinazionali più longeve della storia. Quella della Nato, per l’appunto, che l’autore paragona alla Lega Delio-Attica, conosciuta anche come lega di Delo, una confederazione marittima costituita da Atene, nel 478-477 a.C. durante la fase conclusiva delle guerre persiane, a cui aderirono dalle 150 alle 173 città-stato greche.

Tra i tanti esempi di alleanze militari come possibili termini di paragone si è preferito questo, da parte di chi scrive, poiché, oltre ad essere volta a difendere l’Occidente, guarda caso, da un nemico proveniente da Oriente, greco fu anche il geografo e viaggiatore, Pitea, che nel 330 a.C., partito per un’esplorazione dell’Atlantico del Nord, riportò la notizia della scoperta di “una terra di fuoco e di ghiaccio su cui non tramontava mai il sole”: Thule (in greco antico: Θούλ,Thoúlē).

Nonostante il discredito gettato su di lui e sulla sua scoperta da Strabone, autore tra il 14 e il 23 d.C. di una delle opere storico-geografiche più importanti dell’antichità, le affermazioni di Pitea furono in seguito rivalutate da Claudio Tolomeo astronomo, geografo e astrologo egizio di cittadinanza greca, vissuto tra il 100 e il 168 d.C., e successivamente quella terra fu variamente individuata da altri autori nelle isole Shetland, nell’Islanda o nella Groenlandia. Soprattutto quest’ultima poiché, una volta corretto l’errore sistematico sulle longitudini della sua Geografia, come proposto da Lucio Russo (1944-2025)1, le coordinate di Tolomeo indicherebbero proprio un punto sulla costa groenlandese.

Oggi, però, quel mito dell’ultima Thule, ovvero di un’isola posta ai confini della Terra e della conoscenza umana, rischia di rivelarsi come l’ultima spiaggia della sopravvivenza della Nato o almeno dell’alleanza nata con il trattato firmato nel 1949 dagli Stati Uniti insieme al Canada e a vari paesi dell’Europa occidentale, non soltanto quelli direttamente affacciantisi sull’oceano che le dava il nome.

Un tempo soldato, poi reporter di guerra e scrittore, Peter Apps oggi è un analista britannico tra i più attenti conoscitori del settore della sicurezza internazionale e dei meccanismi interni della Nato. Pur costretto da un incidente in zona di guerra alla semi-paralisi, continua ancora la sua attività di ricerca come direttore del Project for Study of the 21st Century. Contro la fine del mondo è il suo primo libro pubblicato in Italia. Testo che ha inizio con la seguente, e piuttosto impegnativa, asserzione:

Coloro che hanno fondato l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico e ne hanno costruito le prime strutture civili e militari credevano di sapere esattamente quale fosse la sua missione. «Considero la Nato come l’organizzazione più importante oggi al mondo», dichiarò nel 1953 agli studenti del nuovo Collegio di Difesa della Nato il primo vicecomandante supremo alleato, il feldmaresciallo visconte Bernard Montgomery. «Credo fermamente che, se la Nato fosse nata prima, non ci sarebbe stata una Seconda guerra mondiale […] credo anche che il rafforzamento della Nato rappresenti la migliore speranza per prevenire la Terza»2.

Ora una tale convinzione, misurata a settantatré anni di distanza dalla sua enunciazione, rivela tutta la fragilità e, allo stesso tempo, la prosopopea di un progetto tipicamente occidentale di governare o rigovernare il mondo attraverso lo strumento militare. Formulazione che, non a caso, è attribuibile a un comandante più noto per il successo avuto dal capo d’abbigliamento che porta il suo nome che al suo genio militare. Anche se Apps cerca di ricordare più i suoi “meriti” che i suoi insuccessi che, invece, un altro autore britannico, saggista ed ex-militare anche lui, Anthony Beevor, ha ripetutamente sottolineato3.

La precisazione era necessaria poiché il lavoro di Apps affronta il problema storico della Nato spesso a partire dal ruolo che il Regno Unito e i suoi rappresentanti politico-militari hanno avuto nella sua creazione e nell’indirizzo dato alla sua funzione. Ruolo che, comunque, risulta, anche negli eventi narrati, sempre subordinato agli interessi e agli indirizzi politici dell’ingombrante alleato, sia per dimensioni effettive che per volontà politica, americano. Fin dagli esordi della suddetta alleanza.

Sappiamo da altre fonti4 quali profonde linee di frattura avessero segnato il rapporto tra Roosevelt e Churchill sulla condotta della guerra e le sue finalità, soprattutto in vista di un accordo con l’URSS di Stalin per la spartizione dell’Europa post-bellica, anche se entrambi non ne avrebbero visto la fine rimanendo al loro posto di comando. Il primo a causa della morte che lo colse il 12 aprile 1945, poco meno di un mese prima della definitiva sconfitta tedesca. Il secondo, forse peggio, per la sconfitta politica subita alle elezioni di quello stesso anno, quando il 17 luglio, ben prima che le atomiche su Hiroshima e Nagasaki ponessero il sigillo sulla vittoria americana sul fronte del Pacifico, il suo governo fu rovesciato dall’avvento di quello laburista di Clement Attlee con Ernest Bevin nominato ministro degli esteri.

In entrambi i casi però, e bisogna dirlo fin da ora, non furono tanto gli uomini a determinare una reale rottura col passato, ma piuttosto, e nonostante le differenze tra Truman e Roosevelt e tra Attlee e Churchill, fu la continuità a trionfare, riaffermando le linee guida fondamentali dei due principali alleati occidentali nel marcare i tempi e l’avvento di un nuovo ordine internazionale. A render chiaro ciò è proprio il percorso politico e ideologico di Bevin, che sarebbe stato tra i protagonisti della conferenza di Postdam e delle successive iniziative per l’avvio del Trattato atlantico.

Nato nel 1881 da una madre single nella campagna del Somerset, Ernest Bevin iniziò a lavorare come operaio non specializzato all’età di undici anni, per poi fondare il sindacato più potente della Gran Bretagna, il Transport and General Workers’ Union. I suoi primi anni, che inclusero la Grande Guerra e la Depressione, lo lasciarono preda della sfiducia nei confronti delle classi dominanti. Nel 1922, tuttavia, dopo esser tornato da una conferenza socialista internazionale a Berlino, sviluppò un’avversione ancor più profonda per lo Stato sovietico e la sua forma di comunismo. […] Dal 1940, durante la Seconda guerra mondiale, Bevin gestì gran parte del “fronte interno” britannico in qualità di ministro del Lavoro del governo di coalizione di Churchill. Dopo le elezioni […] il nuovo primo ministro laburista Clement Attlee lo nominò ministro degli Esteri con lo specifico compito di difendere dal Cremlino la Gran Bretagna e un’Europa devastata5.

Doveva quindi inserirsi in una situazione in cui, a partire da appena due settimane dopo la scomparsa di Hitler, Winston Churchill aveva già iniziato a pianificare il successivo grande conflitto europeo. Conflitto che sull’altro fronte avrebbe dovuto veder schierata l’Unione Sovietica. L’Europa occidentale continentale era in rovina, le sue forze militari praticamente inesistenti e i suoi cittadini ridotti alla fame, mentre l’armata rossa aveva conquistato la maggior parte dell’Europa orientale e Churchill credeva che potesse avere a disposizione fino a duecento divisioni, ovvero diversi milioni di soldati, mobilitate e pronte a spingersi ancora più a ovest. Tanto da fargli scrivere al neo-presidente americano Harry Truman, il 12 maggio 1945:

«Sono profondamente sconcertato dalla situazione europea. Vengo a sapere che metà delle forze aeree americane in Europa ha già iniziato a spostarsi verso il teatro del Pacifico. I giornali sono pieni di notizie sul ritiro degli eserciti americani dall’Europa.[…] In breve tempo, la nostra potenza militare sul continente sarà svanita, tranne che per l’impiego di forze modeste per tenere sotto controllo la Germania. […] Nel frattempo cosa accadrà riguardo alla Russia?»6

Tanto da fargli poi ancora scrivere, sempre al presidente degli Stati Uniti, che «una cortina di ferro era calata sull’Europa» per dividerla e che era impossibile sapere «cosa stia succedendo al di là». Convinzione che lo spinse, senza consultare gli alleati, a ordinare ai suoi comandanti di redigere i piani per l’operazione Unthinkable (impensabile), un piano unilaterale britannico volto a lanciare una guerra preventiva contro l’URSS nel corso della seconda metà del 1945.

Resta impossibile appurare con certezza con quanta serietà venne presa in considerazione. La smobilitazione britannica – il ritorno di soldati, marinai e aviatori alla vita civile – rallentò notevolmente nei mesi di maggio e giugno, forse deliberatamente o forse come segno di una considerazione ufficiale per cui avrebbero potuto essere necessari altrove. Il feldmaresciallo Montgomery – che, da comandante delle forze armate britanniche e canadesi, si ritrovò improvvisamente governatore militare di una vasta porzione della Germania – riferì in seguito di aver ricevuto l’ordine di cessare la distruzione di armi militari tedesche verso maggio, «nel caso in cui potessero rivelarsi necessarie […] per qualunque ragione». Come suggeriva il nome, l’operazione Unthinkable era un po’ folle. La controversa volontà del piano di trasformare in alleato l’esercito della Germania nazista appena sconfitto era solo uno dei motivi per cui la sua esistenza rimase riservata fino alla fine degli anni Ottanta7.

Motivo per cui, dopo la caduta di Churchill, Truman “il piccolo uomo del Kentucky”, si sarebbe chiesto se la perdita di quell’”alleato”, potesse rendergli più facile il raggiungimento di un accordo con Stalin. «Non era impressionato da Bevin o Attlee: in una lettera alla figlia, Truman definiva Bevin e i suoi collaboratori “musoni”, commentando anche il peso di Bevin»8. Successivamente la sua attenzione fu rivolta a marcare la supremazia militare statunitense nei confronti della Russia di Stalin attraverso l’uso dell’arma nucleare di cui, però, a subire le conseguenze furono sul momento e soprattutto i cittadini di Hiroshima e Nagasaki.

E’ in questo insieme di contraddizioni e diversità di prospettive, alcune sicuramente paragonabili ad altre espresse dal Regno Unito a seguito dello scoppio del conflitto in Ucraina, che mise le radici l’idea del Trattato Atlantico. Probabilmente, da un lato la necessità americana di definire, anche con la forza, ben precise sfere di influenza da condividere, come fu poi fino al 1989, soprattutto con l’Unione Sovietica. Necessità questa che se da un lato giocava sulla superiorità nucleare dimostrata nei confronti del Giappone, ben presto ridimensionata dalle attività spionistiche e scientifiche russe, dall’altra doveva tener conto che:

Fino alla primavera del 1940, i sondaggi di opinione mostravano che il 96,4% degli americani era contrario all’ingresso nella Seconda guerra mondiale e un ritorno all’isolazionismo era una possibilità concreta. Tanto meno un futuro come superpotenza militare era inscritto nel suo dna. L’esercito degli Stati Uniti nel 1939 era il diciassettesimo più grande al mondo, con 189.839 ufficiali e soldati. Nel 1945, contava 11 milioni di uomini – ma molti di loro ora volevano tornare a casa9.

Per questi motivi non era affatto scontato che successivamente gli Stati Uniti fossero coinvolti nella firma di ciò che avrebbe dato vita ad una delle più grandi alleanze militari della storia. Motivi che, tra le altre cose, dimostrano come il nazionalismo statunitense debba essere ricreato di volta in volta proprio a causa dell’impermeabilità della tradizione popolare americana a farsi carico di guerre all’estero in nome di non meglio identificati interessi patriottici o di ambigui e incomprensibili regìme change. Un problema con cui Donald Trump deve fare i conti ancora oggi a a livello elettorale.

Ma se qui si è scelto di dare particolare rilievo alla fasi preparatorie di quella che sarebbe diventata la Nato è perché, come avrebbe detto Cechov a proposito di ciò che appare in scena nel primo atto di una rappresentazione teatrale, tutti gli elementi dell’attuale crisi della Nato erano già disseminati nei suoi, diciamolo pure, confusi passi iniziali.

L’opera di Apps, senza mai nascondere complessità, ambiguità ed errori compresi nello sviluppo storico della Nato, attraverso le sue pagine, ci offre l’immagine di un organismo capace di nascere, crescere e trasformarsi più volte: dai giorni drammatici del dopoguerra a quelli dei conflitti odierni, passando per le grandi crisi internazionali come le guerre nei Balcani, in Georgia e in Ucraina, attraversando cambi di scenario repentini come quelli provocati dall’avvento del fondamentalismo islamista e dalle nuove forme di guerra ibrida.

Apps racconta una Nato imperfetta, problematica, spesso litigiosa, ma capace – tra errori, correzioni di rotta e compromessi – di svolgere il suo compito essenziale: tenere al sicuro il territorio degli Stati membri ed evitare escalation incontrollabili. Capitolo dopo capitolo, Contro la fine del mondo mostra come dottrine, decisioni e crisi abbiano modellato l’ordine di sicurezza europeo e atlantico, e perché oggi quell’ordine sia di nuovo in bilico. Da Dunkerque a Vilnius e Washington, l’opera delinea un percorso storico approfondito con ricchezza di dettagli, perché solo così si può comprendere perché la NATO ha potuto esistere. Spesso a discapito dei concreti interessi di milioni, se non miliardi, di abitanti del pianeta che non avevano la “fortuna” di risiedere all’interno dei suoi confini.

L’opera che vorrebbe essere apologetica, con la pretesa che sia stata la Nato ad evitare un nuovo e definitivo Armagedddon, in realtà fornisce, invece, tutti gli elementi per tracciarne con sufficiente sicurezza un diverso ritratto. Un filo rosso che permette di capire come il contraddittorio tra Stati Uniti ed Europa, dovuto ai reciproci e spesso differenti interessi geo-politici ed economici, sia stato soltanto rinviato nel tempo.

Il testo si apre, e si potrebbe anche dire si chiude, con lo scoppio della guerra in Ucraina, che è tornata a mettere in evidenza le falle di una difesa comune intrecciata con gli interessi geopolitici statunitensi e il loro costo per gli stessi se si fossero dimostrati incapaci di liberarsi dall’immagine di poliziotti e salvatori del “resto del mondo”. Un costo che nel tempo ha dimostrato vere le conclusioni dello storico Paul Kennedy sui motivi dell’ascesa e declino delle grandi potenze10, a proposito dei guadagni inversamente proporzionali alla continua espansione delle spese per il dominio da parte degli imperi. Considerazioni, all’epoca dell’uscita italiana del libro, valide per quello russo, ma oggi anche per quello americano.

Un impero che per rafforzarsi deve chiudersi in difesa e tornare a trattare, magari da posizioni di forza, con altre superpotenze11, autentiche o virtuali, tra le quali al momento non sembra essere annoverata l’Europa. Come il distacco di Trump dal consesso internazionale di valori condivisi (?) rende conto. Anche in maniera violenta, come avviene nei momenti di trapasso e di crisi degli ordini imperiali.

Così, proprio là nella terra dell’ultima Thule sembra giocarsi una partita decisiva tra differenti interessi economici, geopolitici, difensivi e monopolistici, soprattutto per quanto riguarda le materie prime e, tra queste, in particolare, le terre rare, il petrolio e il gas. Dei cui depositi la Danimarca ha già concesso oltre cinquanta permessi di esplorazione mineraria, anche a società cinesi, un elemento che a Washington è stato osservato con crescente preoccupazione. Per questo motivo, Qaanaaq (un tempo nota come Thule), una cittadina di 656 abitanti posta nel nord della Groenlandia, uno dei centri abitati più settentrionali del mondo a appena 1300 km dal Polo nord, apparentemente quanto di meno centrale possa esserci nella geografia del potere mondiale, potrebbe assurgere a un’importanza un tempo riservata soltanto a grandi capitali come Roma, Tokyo o Berlino. Eppure, eppure…

Mentre i leader europei sembrano scandalizzati dalla scoperta delle mire imperialistiche americane, soltanto perché divergono ormai dalle loro e da quelle che davano per scontate per la Nato, proprio già nelle vicinanze di Qaanaaq sorge da circa settant’anni la Pituffik Space Base (in passato Thule Air Base), un’enclave amministrativa e militare statunitense che è la base aerea più a nord tra quelle gestite dalla USAF (United States Air Force), trovandosi a 1.118 km a nord del circolo polare artico e a 1.524 km a sud del Polo nord.

Nel 1953 gli Usa acquistarono il territorio per la base dalla Danimarca e gli Inuit che risiedevano in quell’area furono indotti dal governo danese a trasferirsi 110 km più a nord, dove attualmente sorge Qaanaaq. L’uso della base comporta per gli Stati Uniti, a salvaguardia dei “diritti” della Groenlandia, il pagamento di un “affitto” ovvero di “cessione temporanea della sovranità”, di 300 milioni di dollari annui.

Nel gennaio 1968 nei cieli della base di Thule si verificò un gravissimo incidente nucleare: un bombardiere B-52 precipitò nei pressi della base e i quattro ordigni nucleari di tipo Mark 28 F1 furono compromessi, contaminando con materiale radioattivo una vasta area ghiacciata. Motivo per cui, forse, gli unici ad aver qualcosa da ridire sulla presenza americana o europea in quelle lande dovrebbero essere gli Inuit che costituiscono l’85% della popolazione groenlandese, mentre ad esprimersi in difesa dell’intangibilità di quello stesso territorio sono stati soprattutto i rappresentanti della UE e del colonialismo danese (spesso dimenticato e rimosso, ma non per questo non migliore degli altri prodotti dall’Europa nella sua fase espansiva).

Mentre sulle pretese americane potrebbe pesare un documento firmato nel 1916, rispolverato in questi giorni dal giornale britannico «Guardian» e firmato dall’allora Segretario di Stato americano Robert Lensing, in cui si conveniva che: «Nel procedere oggi alla firma della Convenzione relativa alla cessione delle isole danesi delle Indie Occidentali agli Stati Uniti d’America, il sottoscritto Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, debitamente autorizzato dal suo governo, ha l’onore di dichiarare che il governo degli Stati Uniti d’America non si opporrà all’estensione dei propri interessi politici ed economici da parte del governo danese all’intera Groenlandia».

Ci sarebbe da ridere, se non si intravedesse anche, non solo in prospettiva, la possibilità di un’”unthinkable” conflitto globale, nel momento in cui i ferrei rappresentanti europei della democrazia e dei farlocchi green deal si trovassero a dover gettare definitivamente la maschera per riaffermare gli interessi del capitale europeo e dell’estrattivismo, ancora principale motore di ogni attività finanziaria, industriale ed energetica su scala planetaria. Un conflitto per molti sostenitori, anche a sinistra, di una visione della Nato deus ex-machina di ogni conflitto e assolutamente allineata alla volontà statunitense, certamente impensabile, ma non impossibile e di cui i dazi del 10% o più annunciati da Trump nei confronti dei paesi europei che invieranno soldati in Groenlandia, e per ora soltanto sospesi, costituiscono un anticipo di ciò che potrebbe determinare a breve, come ha affermato il giornalista Federico Fubini sul «Corriere della sera»: la fine dell’Unione Europea insieme a quella della Natp12.

In questo modo diventa chiaro che il compito della Nato che fin dal 1949, l’anno della sua fondazione, era stato riassunto con una battuta: “Tenere l’Unione Sovietica fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto controllo”, non poteva riguardare solamente il contesto dell’epoca, con l’inizio della guerra fredda e la sfiducia ancora forte nei confronti della Germania all’indomani della seconda guerra mondiale, mentre oggi tale affermazione ha finito col rivelare che al posto della Germania si sarebbe dovuto parlare dell’Europa occidentale intera. Forse proprio a partire dalle derive guerrafondaie e tardo-imperialistiche britanniche. Spesso fermate proprio dall’azione congiunta di Stati Uniti e Unione Sovietica, come avvenne nel 1956 per il Canale di Suez. Quando gli USA chiusero un occhio sulla repressione della rivolta ungherese, ma non sul tentativo inglese di rilanciarsi, insieme alla Francia, come protagonista sulla scena mediorientale (da cui gli Inglesi erano stati “cacciati” soltanto qualche anno prima con il riconoscimento dello Stato di Israele).

La lettura del libro di Apps serve dunque, anche involontariamente, a seminare dubbi più che a confermare certezze. E questo, considerata l’ormai insopportabile narrazione istituzionale europea sull’unità di intenti su cui si sarebbe fondato l’Occidente successivo al secondo conflitto mondiale, fa sì che diventi un utilissimo strumento di ricerca non soltanto per meglio comprendere la storia passata e l’attuale miserabile presente, ma anche per provare a fare delle serie ipotesi sugli sviluppi di quella futura.

Se poi, in chiusura, qualcuno fosse ancora dubbioso sul fatto che Trump con i suoi autentici atti di pirateria economica e militare13 non rappresenti affatto una novità nel percorso politico e imperiale americano, dovrebbe prestare attenzione a quanto scritto recentemente da Davide Ferrario, regista, scrittore e documentarista, a proposito della conquista americana delle Isole del guano nel corso della seconda metà dell’Ottocento14.

Bisogna fare un salto indietro a metà dell’Ottocento. Anche allora esisteva una risorsa naturale ambita da ogni nazione. Non era il petrolio, non erano le terre rare. Era il guano. Sì, proprio quella cosa chiamata così per non doverla descrivere per ciò che in effetti è: merda d’uccello essiccata, vecchia di secoli di solito rintracciabile in remoti isolotti disabitati15.

Isolotti dai quali per secoli naviganti e pescatori si erano tenuti lontani per ovvie ragioni, ma che dopo l’avvento della Rivoluzione industriale e la susseguente necessità di sviluppare un’agricoltura più moderna e produttiva e dopo la scoperta di Alexander von Humboldt che tale materiale, ricco di fosfati, poteva essere usato come un fantastico fertilizzante, si trasformarono in autentiche miniere di quello che sarebbe stato chiamato “oro bianco”. Un nuovo e autentico “sterco del demonio”, così come il cristianesimo delle eresie medievali aveva chiamato il denaro. Per il quale sarebbero scoppiate guerre e morti molti uomini sia in battaglia che per la sua pericolosissima e antigienica estrazione fatta a mano da schiavi, prigionieri e lavoratori pagati pochissimo.

A metà dell’Ottocento, gli Usa avevano un continente da coltivare, 25 milioni di abitanti da nutrire e un «destino manifesto» -da poco teorizzato – a cui adempiere. In questo contesto il problema del guano non era marginale. Ne parlò perfino il presidente Millard Fillmore nel suo discorso di insediamento il 9 luglio 1850. «Il guano peruviano è diventato così centrale per gli interessi dell’agricoltura americana che sarà preciso dovere di questo governo utilizzare tutti i mezzi necessari perché nel Paese ne sia consentita la disponibilità a prezzi ragionevoli». E aggiungeva: «Sono convinto che facilitandone il commercio il governo peruviano farebbe anche il suo interesse, fornendo inoltre prova di atteggiamento amichevole verso di noi, cosa che sarebbe debitamente apprezzata»16.

Naturalmente il lettore che in tali parole riscontrasse enormi e immutabili similitudini con le parole di Trump a proposito di Venezuela e Groenlandia non sbaglierebbe affatto. Visto che già allora il governo americano cercò di giustificare legalmente le minacce con una legge ad hoc approvata dal Congresso il 18 agosto 1856: il Guano Islands Act, tuttora in vigore. Sulla base della quale gli Stati Uniti si impadronirono nei decenni successivi di una miriade di piccole isole e isolotti, al momento non rivendicati apertamente da alcuna nazione (e se qualcuno lo avesse fatto la marina americana avrebbe rapidamente inviato le sue cannoniere a discuterne) che si trasformarono spesso, una volta esaurito i puzzolenti e insalubri giacimenti, in basi militari sparse nell’Oceano Pacifico. Come ad esempio accadde per le isole Midway che distano da Washington circa 5 mila miglia (9 mila chilometri).

A seguito di un caso giudiziario sorto per una violenta rivolta di lavoratori afro-americani su una di quelle, in prossimità di Haiti, la Corte suprema, invitata ad esprimersi da uno degli avvocati difensori dei rivoltosi, che rischiavano la condanna a morte, a proposito della extraterritorialità in cui erano avvenuti i fatti e quindi sulla applicabilità delle leggi americane in tale contesto, argomentò nel modo seguente la propria risposta: «Non è nostra materia investigare, e tanto meno determinare, se gli atti del potere esecutivo siano giusti o sbagliati. Basta sapere che il governo ne abbia deliberato nell’esercizio dei suoi poteri costituzionali. Chi sia sovrano di un territorio de jure o de facto, non è questione legale, ma politica»17.

E di forza verrebbe da aggiungere, considerato anche lo stato attuale dei rapporti tra gli Stati e le classi18.


  1. Si veda in proposito: L. Russo, L’America dimenticata. I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo, Mondadori, Milano 2013. (seconda edizione con postfazione di obiezioni e risposte, Mondadori, Milano novembre 2013.)  

  2. P. Apps, Contro la fine del mondo. Una biografia della Nato, Luiss Unversity Press, Roma 2025, p. 11.  

  3. Si vedano, a proposito degli errori di valutazione di Montgomery durante il secondo conflitto mondiale e che a più riprese lo misero in contrasto con i comandi americani, le seguenti opere di A. Beevor: L’ultima vittoria di Hitler. Arnhem 1944, (titolo originale: Arnhem. The Battle for the Bridges, 1944), RCS Libri, Milano 2018; Ardenne. L’ultima sfida di Hitler, (Ardenne 1944), RCS Libri, Milano 2015 e D-Day. La battaglia che salvò l’Europa, (D-Day. The Battle for Normandy), RCS Libri, Milano 2010.  

  4. Si veda, soltanto a titolo di esempio: J. Dimbelbay, 1944 Finale di partita. Come Stalin vinse la guerra, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2025.  

  5. P. Apps, op. cit., p. 49.  

  6. Cit. in P. Apps, op. cit., p. 47.  

  7. Ibidem, p. 48.  

  8. Ivi, p. 49.  

  9. Ibid., p. 52. Sulle ribellioni dei soldati americani alla fine della Seconda guerra mondiale si vedano: G. Poole, Nazione guerriera. Il militarismo nella cultura degli Stati Uniti, Colonnese Editore, Napoli 2002 e J. O. Killens, Doppia V (edizione originale And Then We Heard the Thunder, 1962), Vincitorio Editore, Milano 1972, un romanzo quest’ultimo sul malessere e la rivolta dei soldati afroamericani al loro ritorno dal secondo macello imperialista.  

  10. P. Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti Editore, Milano 1989.  

  11. Solo a titolo di esempio si veda l’intervista allo storico e politico canadese Michael Ignatieff contenuta in: A. Lombardi, Ignatieff:”L’America vuole un mondo ib tre blocchi ma l’Unione deve resistere, «la Repubblica», 19 gennaio 2026.  

  12. F. Fubini, I nuovi dazi, una mina sui mercati, «Corriere della sera», 19 gennaio 2026.  

  13. Si veda ancora: F. Fubini, art. cit.  

  14. D. Ferrario, Mossa del guano. Strategia Usa, La lettura n° 738, supplemento al «Corriere della sera» del 18 gennaio 2026, p.37.  

  15. D. Ferrario, op. cit.  

  16. Ibidem  

  17. ivi  

  18. Si veda in proposito il rapporto Oxfam presentato a Davos secondo cui una dozzina di miliardari che detengono un capitale di 2.635 miliardi di dollari superano da soli le risorse possedute da 4,1 miliardi di persone, la parte più povera della popolazione mondiale. Se a questo si aggiunge che i miliardari complessivi sono diventati 3.000 con un capitale complessivo di 18.300 miliardi, si può tranquillamente affermare che ci si trova di fronte a una concentrazione di ricchezze mai registrata prima nella storia, Cfr. R. Amato, Oxfam: una dozzina di potenti più ricca di metà del mondo, «la Repubblica», 19 gennaio 2026.