di Franco Pezzini

Dion Fortune vs. Aleister Crowley

Partiamo da una foto. Circa 1905: la ragazza – forse quindicenne, espressione serissima – ha il viso un po’ tondeggiante, i capelli acconciati con una riga in mezzo, e veste alla maschietta con giacca scura, camicia, cravatta. Sta guardando dritta nella macchina fotografica, pare fissarci. In un’altra foto della stessa serie – pochi minuti prima, o dopo – è invece di tre quarti e vediamo meglio il naso dritto, lo sguardo intelligente e determinato. Anche se il padre si occupa di stabilimenti idroterapici, la matrice familiare è l’alta borghesia dell’acciaio, produzione di armi a Sheffield: e il nonno ha creato un motto di famiglia, “Deo, non Fortuna”, per griffare il proprio successo sociale. Senza immaginare che la nipote, Violet Mary Firth – la ragazza delle foto, che in quel periodo vara due raccolte di poesie, Violets e More Violets, 1904 e 1906 – trasformerà quel motto nel proprio pseudonimo densamente simbolico, Dion Fortune (1890-1946). Passerà da psicanalista (a poco più di vent’anni una delle meglio pagate di Londra) a occultista, anzi una delle più grandi del XX secolo: e attraverso contatti con varie scuole – inizialmente la Società Teosofica, poi gli epigoni della Golden Dawn e il gruppo del Moriarty di cui si dirà – cercherà di sposare la tradizione ermetica alle moderne scienze umane (Freud e Adler da cui è iniziata la sua formazione, più avanti Jung) nell’esaltazione del principio femminile. Articolando il suo pensiero in una vastissima produzione di testi monografici e di articoli, ma anche in garbate opere narrative a tema occulto che le romane edizioni Venexia hanno preso sistematicamente a pubblicare.

Gli inizi delle avventure di Dion Fortune nei mondi sottili sono in realtà un po’ traumatici, segnati da un’aggressione psichica ai suoi danni (sull’interpretazione del concetto si lasciano liberi i lettori). A salvarla è un collega più anziano che prende a fungerle da mentore, Theodore William Carte Moriarty (1873-1923), il cui profilo lei dunque adotterà affettuosamente come modello per il dottore psichico protagonista della sua prima opera narrativa, una serie di racconti apparsi separatamente nel 1922 e più avanti raccolti nel volume The Secrets of Doctor Taverner, 1926 (I segreti di Taverner, dottore dell’occulto, Venexia 2003).

L’entusiasta Fortune, che alla morte di Moriarty non è riuscita a succedere alla guida del suo gruppo, sta organizzando a quel tempo una propria comunità, la Community – poi Fraternity, quindi Society – of the Inner Light fondata nel 1924, con un numero crescente di discepoli, e proprio a Pentecoste 1926 hanno un’importante esperienza estatica nella sede organizzata in un vecchio frutteto ai piedi del Tor, la collina di Glastonbury. Se le storie di Taverner sono precedenti, il conflitto magico con Moina Mathers, vedova del vecchio padre-padrone della Golden Dawn, deve contribuire al clima in cui la raccolta matura.

The Secrets of Doctor Taverner, che si iscrive nel filone al tempo di successo sui dottori dell’occulto, vede Taverner fronteggiare i più vari fenomeni paranormali, e rappresenta forse il frutto più immediatamente godibile della produzione dell’autrice per un pubblico odierno: ma in generale tutti i suoi romanzi restano piacevoli, e un garbato clima primonovecentesco molto british ammanta vivide storie di rinascita spirituale, virtuali controcanti narrativi alla sua ampia produzione saggistica (in questo caso, per esempio, l’opera può essere utilmente abbinata al godibilissimo – nel senso che si legge come un romanzo – manuale Psychic Self-Defense, 1930, più volte tradotto in Italia).

Il paragone con Crowley è inevitabile. Entrambi arrivano dai frantumi della Golden Dawn, entrambi sono occultisti e scrittori, entrambi spiccano tra le eccellenze magiche del Secolo Breve, lui come uomo – e, piaccia o non piaccia, è un mattatore assoluto – e lei come donna, forse con minore genialità e versatilità ma senz’altro con un enorme impatto. Anzi da un certo punto di vista può essere considerata la risposta femminile a Crowley o anche l’anti-Crowley, anche se il discrimine è nei fatti meno netto di quanto appaia a una prima occhiata.

Tra i due non corre un’ostilità personale evidente, ma il vecchio 666 non può piacerle. Per lei, parlando in senso generale, un “black occultist” è uno che fa dell’“occultismo un pretesto per i propri vizi”, “sostiene la visione pagana della vita [in realtà anche nel cristianesimo esoterico di Fortune aspetti pagani non mancano] e un ritorno al primitivo, e racconta a signore non sposate di età incerta che ciò di cui hanno bisogno è parte del suo magnetismo maschile” (dall’opera Sane Occultism, 1929). Sta ammiccando ad Aleister? Forse sì, anche se le interessa stigmatizzare il tipo di approccio più che il collega in questione.

E appunto tra le avventure di Taverner, una sembra richiamare Crowley. “La casa del potere” (“The Power House”) vede emergere dalla folla di Londra, tra auto e quartieri sordidi, un occultista losco, tale Josephus, che fa pensare all’uomo della folla di Poe.

 

Davanti a noi rumoreggiava la marea della Londra commerciale, dalla quale balzò fuori un altro relitto umano sospinto sulla nostra isola come da un flutto. La mia mente tornò immediatamente alle immagini di Riccardo III nei miei libri di scuola: lo stesso volto da furetto, ma intellettuale, la bassa statura e la schiena lievemente gobba che serviva a spingere in fuori il torace dalla struttura potente per quanto sgraziata. Il pallore della pelle rivelava la scarsa salute e la vita malsana, trascorsa nell’aria sporca e senza la luce del sole, prediletta dagli abitati di quella zona. Gli occhi erano rotondi e luminosi come lo sono gli occhi neri come bottoni. La bocca, ampia e dalle labbra sottili, sembrava crudele; la bocca di un uomo sensuale, ma freddo, che provava sensazioni e non emozioni.

Il suo viso attirò la mia attenzione anche in quello sguardo veloce, perché esprimeva potere, ma fu il suo comportamento nei minuti a seguire che si impresse con tutti i particolari nella mia mente, perché non appena alzò gli occhi su Taverner la sua espressione cambiò da quella di una taccola agile e sveglia a quella di un gatto in trappola. Emise un suono che assomigliò molto a un sibilo

 

e lanciandosi nel flusso del traffico viene urtato da un’auto. Niente di grave, ma mentre è privo di sensi (Fortune sta pensando al finto malessere in strada dell’Haddo di Maugham?) Taverner si china su di lui e occhieggia per un momento il contenuto del taccuino che quello tiene in tasca, defilandosi poi rapidamente con l’amico e biografo Rhodes. La descrizione calza su Crowley almeno in parte e la conferma giunta da cenni offerti da Taverner – “Si pensava che fosse in Tunisia; persino Parigi era diventata troppo pericolosa per lui, invece eccolo qui, di nuovo a Londra” – sembra adattarsi bene al mago giramondo che tra il 1923 e il 1929 sarà appunto in Tunisia, a Parigi e infine a Londra, ma già prima aveva viaggiato moltissimo.

Anche qui come in Maugham troviamo una donna plagiata – tale Mary McDermot – e un losco manipolatore: appunto quel Josephus che considera un santo o un adepto. Il tipo organizza corsi di sviluppo psichico dopo aver scalzato il precedente leader di un gruppo iniziatico, tale Coates (Mathers?), e si è creato una confortevole setta-harem. Non dimentichiamo che nel 1922 (quando i racconti di Taverner sono pubblicati separatamente) Crowley sta portando avanti la comune della cosiddetta Abbey of Thelema di Cefalù (1920-1923), in un clima sporchiccio di harem che ritroviamo nella comunità di Josephus, e nel 1926 (edizione della raccolta) ha già subito pesanti attacchi dai tabloid per i fatti consumati in tal sede.

Ora il marito di Mary vorrebbe strapparla di lì, dove lei “perderà la propria anima”: lo scopo del plagiatore “è il male”, e anzi una sorta di vampirismo per cui necessita di sempre nuove reclute, se no si indebolisce. Taverner, che ha collaborato in passato a dare una lezione a Josephus (“Non c’è mai stata una canaglia più infida e […] non è uno di poco peso”), si offre di aiutarlo; e il fedele Rhodes si infiltra nella conventicola del nemico. Notiamo che Josephus appare drappeggiato e con la testa bendata come Crowley in varie foto all’orientale; che anche Josephus è coltissimo e divertente; che anche lui, pur non essendo un grande mago (il giudizio è stroncante), “conosce molte cose sul lato occulto del sesso e delle droghe”. Comunque Taverner con Rhodes gioca un nuovo tiro a Josephus, mettendolo KO ed esorcizzando il potere che stagna nella casa; poi congeda Mary che, liberata, torna dal marito. Certo, davanti a un arcidetective psichico come Taverner non c’è storia, e l’unica vera difficoltà è quella di sciogliere il legame psichico della vittima: per quanto canaglia, Josephus non sembra un vilain troppo serio e tutto si consuma rapidamente. Di assai più ampio respiro e pericolosa complessità è invece la vicenda di un romanzo di qualche anno dopo, The Winged Bull, 1935 (Il Toro alato, appena edito da Venexia): e, per il profilo di un altro vilain decisamente più tosto da affrontare, l’autrice – ça va sans dire – torna a Crowley.

Sono passati nove anni dalla raccolta, e Fortune è alla sua terza opera narrativa, per non parlare di tutto il resto delle sue pubblicazioni: del 1935, per dire, è anche il suo fondamentale The Mystical Qabalah. L’autrice ha iniziato ad abbandonare i compiti comunitari (nel 1931 si è dimessa da responsabile della Fraternità) per lavorare maggiormente su se stessa e semmai diramare insegnamenti tramite opere narrative: una fase in cui, rispetto al passato, accentua l’attenzione al dato rituale rispetto ad altri della sua precedente riflessione. Come appunto constatiamo nel Toro alato.

La trama (attenzione, con spoiler). Dopo la fine della Grande guerra, l’ex-ufficiale trentaduenne Ted Murchison, tanto capace tra i ranghi, non è più riuscito a trovare una propria dimensione sociale, e vivacchia tollerato dal fratello ministro di culto e dall’arcigna cognata. Dove l’autrice, tra le pieghe di un romanzo non tecnicamente letterario (al di là dei sottotesti esoterici e di un certo garbo, siamo in piena narrativa popolare, romanticismo annesso) offre un quadro documentario molto interessante di un impero in crisi, tra disoccupazione e demotivazione diffusa, con il problema di reduci che non riescono a ritagliarsi spazio nella società civile.

La crisi è anche, robustamente, spirituale: l’anglicanesimo di stato, moraleggiante e arido, sembra non offrire più sollievo e senso. Così all’inizio del romanzo, al British Museum, Ted si trova a simpatizzare con un’immagine religiosa molto più antica e che, nei suoi rovesci di fortuna, gli pare più vicina del Dio di suo fratello: un Toro alato, entità divina dell’antica Mesopotamia, icona di quelle dimensioni alte degli antichi paganesimi che lo spingono a proclamare ad alta voce – da memorie dei suoi studi giovanili – l’antica invocazione del dio Pan. Col risultato di essere udito – e portato in salvo nella nebbia fitta dove s’era perso, immagine emblematica di una caligine anche interiore – da un vecchio conoscente di passaggio, uno dei suoi superiori nei giorni dell’esercito, il paterno e amatissimo Brangwyn: e questi, colpito dal contesto e ricordandolo come giovane di grandi doti, gli offre un lavoro tanto ben pagato da autonomizzarlo dagli orridi parenti. Nella sua dimora elegante nascosta tra i bassifondi di Bloomsbury, Brangwyn ha coltivato i propri studi di antiche religioni, psicologia ed esoterismo non solo sui libri, e Ted comprende solo poco per volta cosa il nuovo capo vagheggi per lui. Per inciso, il Toro alato (lamassu o shēdu) era in varie civiltà mesopotamiche uno spirito guardiano, mentre qui diventa una metafora per la sessualità sublimata attraverso la spiritualità.

Il fatto è che la sorellastra del capo, tanto più giovane di lui, Ursula (di cognome Brangwyn, a ricordare non casualmente l’eroina di David Herbert Lawrence, Ursula Brangwen), ha un grosso problema. Già “pitonessa di alto grado” per il fratello, ha partecipato a un rito esoterico da lui celebrato assieme al suo ex-segretario, tale Frank Fouldes: col risultato del saldarsi di una relazione sentimentale e magica tra i due giovani. Peccato che l’elegante, molle e ambiguo Fouldes – intellettuale e pacifista (orrore!), a pagar pegno a un certo patriottismo greve del tempo – sia caduto sotto l’influsso malefico di un mago nero, il mezzosangue Hugo Astley. Ovviamente Brangwyn ha provveduto ad allontanare il segretario ormai burattino dello stregone, ma l’instabile Ursula gli è rimasta magneticamente legata, scivolando in una penosa deriva nevrotica. Così Brangwyn ha arruolato Ted – goffo, rozzo, per nulla intellettuale – come nuovo segretario per fargli celebrare lo stesso rito con Ursula, e farla legare magicamente a un uomo di ben altra solidità e fiducia.

Ora, l’identificazione con Crowley del minaccioso Astley è stata talora contestata sostenendo che si tratta semplicemente di un mago nero come lui veniva gabellato in quegli anni dai tabloid: proprio nel 1935 gli strascichi del processo contro Nina Hamnett per il ritratto che aveva offerto di lui nel memoriale Laughing Torso (1932) l’avevano portato alla bancarotta; e del resto alla fine dell’anno prima era sempre plausibilmente Crowley il modello del lumachesco Mocata in The Devil Rides Out di Dennis Wheatley, 1934. Eppure vedremo che anche qui i cenni sono sufficientemente univoci da poter giustificare un’identificazione (almeno virtuale e “caricata” da romanzo), e la stessa assonanza Astley/Aleister sembra interessante. Pur non potendo escludere che, nella libertà della fiction, l’autrice vi mixi anche la fantasiosa trasfigurazione di un altro mago mulatto esperto in riti sessuali, Paschal Beverly Randolph (su cui cfr. qui).

La sofisticata Ursula e il rude soldato – entrambi dai caratteri difficili e orgogliosissimi – di primo acchito non sembrano fatti per intendersi, non si piacciono e paiono costituire veri e propri poli antitetici: ma quando Ted, che il principale/mentore sta formando a una consapevolezza del mito e del simbolo, celebra con la ragazza un primo rituale, ecco nascere un inizio di sinergia. La situazione resta però complicata, sia perché i vilain tentano in più occasioni di recuperare Ursula, e lei stessa è fortemente tentata di seguirli, sia perché le reazioni di lei e quelle di Ted sono ancora improntate immaturamente alla schermaglia, tra frasi infelici, giudizi superficiali, incomprensioni reciproche. Insomma la ragazza finisce col cedere alle lusinghe di Astley, che vuole coinvolgerla nella degradante Messa del Toro (Mass of the Bull, “quella che celebravano a Creta […] L’origine della leggenda del Minotauro”, in realtà un’invenzione dell’autrice che si ispira alle messe nere): ben diversa insomma dal rito del Toro alato dell’erudito Brangwyn, che mirerebbe a “Un’intensificazione della vita su tutti i livelli”.

Fingendo di fare il doppio gioco, Ted accetta dunque di partecipare al rito del mago cattivo, e si trova legato su una croce in termini assai più scomodi e pericolosi di quanto avesse creduto, col risultato però di comprendere meglio il senso salvifico di quel sacrificio nel cristianesimo. Si intuisce che il rito dovrebbe culminare in un atto sessuale su un sepolcro/altare tra Ursula e il viscido Fouldes: ma profittando di un momento di oscurità Ursula libera Ted, e i due si nascondono nelle stanzette sul retro della sala. Riusciranno a uscire dalla situazione di scacco – Fouldes fa il furbo e Ted gli rifila una saccagnata di botte, Astley incassa la sconfitta (in fondo per lui Ursula vale come qualunque altra donna) – e dopo qualche ulteriore strascico d’incomprensioni il lieto fine sarà coronato per Ursula e per il Toro alato Ted dall’amore, da una maturazione psicologica e da una crescita spirituale.

Rispetto al resto della fiction dell’autrice questo romanzo – in fondo uno dei primi – è stato talora giudicato il meno interessante, e comprensibilmente l’editore l’ha posposto ad altri più noti e riusciti: e tuttavia merita senz’altro la lettura, sia per la piacevolezza che per le tensioni sottostanti tradite.

Certo può essere letto da ottiche diverse. Per l’autrice si tratta della drammatizzazione narrativa di una serie di riflessioni in tema magico-erotico (il Toro alato presenta un corpo animale, immagine di grande forza anche sessuale, una nobile testa umana e ali simbolo di spiritualità): Ursula e Ted sbagliano continuamente, ma si danno da fare per sollevarsi – e salvarsi a vicenda – in vista di un’unione dove il sesso non è demonizzato e punta a dimensioni alte. Quindi molti aspetti culturalmente datati dei loro profili in progress, riscontrati con sconcerto da lettori moderni, vanno intesi come non definitivi, connotati d’immaturità destinati nel finale a un armonico superamento.

D’altra parte, un po’ come Margaret ne Il mago di Maugham, Ursula è al centro di una rete avviluppante di azioni di controllo e di vere e proprie sopraffazioni: comprese quelle a fin di bene del fratello che la coinvolge nei suoi esperimenti, e che manipola con gran disinvoltura anche il protagonista. A richiamare di nuovo, anche con un certo pragmatismo, situazioni che i personaggi sono chiamati a superare: del resto il personaggio di Murchison è basato su Tom Penry Evans, ex-marito di Fortune, che per Ursula guarda a se stessa. È insomma credibile che nelle schermaglie continue del romanzo precipitino anche echi di tensioni, difficoltà di Evans a fronte di dinamiche esoteriche esondanti nella vita privata, speranze di Dion non sempre decollate.

Però non tutto si esaurisce nei limiti di personaggi in progress, e ovviamente restano le vedute dell’autrice, assai più condizionata da valori, ideali e punti fermi del proprio mondo britannico di quanto lo sia lo spregiudicato, più “moderno” Crowley: si pensi qui a una certa retorica del guerriero, agli ambigui cenni su un’“hygienic living as the only basis for efficiency” che al tempo flirtano pericolosamente con tropi eugenetici e idee discriminatorie di ereditarietà, etnia e razza, o al vago razzismo di rendere lo spiacevole Astley “un mulatto robusto e butterato”. A richiamare una simbolica più ampia, secondo cui la Grande Loggia Bianca (la confraternita di esseri spirituali che la Teosofia e Fortune stessa considerano alla guida dell’evoluzione dell’umanità) darebbe a ciascuna razza la religione adatta ai suoi bisogni, le tradizioni sarebbero razziali (al di là di alcune dimensioni più ampie condivise tra occidente e oriente) e risulterebbe dannoso proporre a culture diverse i nostri insegnamenti esoterici, come per noi adottare i loro. In tutto ciò l’autrice è in netta opposizione ad Aleister, che invece fonde e trasfonde tutto. E che dunque può essere incarnato da questo sangue misto, immagine dei loschi, immorali giri cosmopoliti a cui Fortune con sincera preoccupazione vede l’occultismo sempre più saldamente associato. Di qui invece il suo “zelo nel promuovere un occultismo socialmente responsabile radicato in ruoli di genere ortodossi” (Andrew Radford).

D’altra parte, nei limiti di un’ispirazione narrativa, gli indizi per collegare Astley a Crowley sono abbastanza chiari per i lettori d’epoca. Come questi:

 

[Murchison] Aveva già letto di alcune scabrose rivelazioni su di lui [= Astley] in una delle riviste domenicali meno rispettabili. All’epoca non vi aveva prestato particolare attenzione, sebbene come storie di fantasia avessero il loro fascino; ma ora che si trovava dinanzi a quell’uomo in carne e ossa, cominciò a pensare che non fossero solo leggende metropolitane. [Inevitabile pensare ai racconti sui tabloid: cap. 8]

 

[Dopo aver parlato dell’uso del corpo femminile come altare durante le messe nere, sorte a cui finirebbe destinata Ursula, Brangwyn chiarifica:] “Be’, la moglie di Astley ora è in un manicomio”. [Si parla di Rose Kelly, prima moglie di Crowley, ricoverata nel 1911?: cap. 9]

 

Già una volta Brangwyn ha fatto sbatter Astley fuori dall’Inghilterra “mettendo di mezzo un agente di recupero crediti che riscuotesse in blocco i suoi debiti e continuasse a citarlo in giudizio” (cap. 9), e le disavventure di Crowley coi creditori hanno trovato consacrazione in tribunale. Ancora, Murchison trova ripugnante che Astley, buttato fuori con la forza da casa di Brangwyn, gli chieda scusa “per essere stato preso a calci su una scala” (cap. 16): un atteggiamento molto simile al disprezzo di Arthur ne Il mago di Maugham, quando picchiato Haddo e uditolo scusarsi, ne liquida la mancata difesa come vigliaccheria. Considerata la notorietà dell’abbinamento Haddo/Crowley, un nesso pare plausibile anche qui. Ancora, Astley parla di caffè parigini e venta spagnole, del Sudafrica e del voodoo, del Tibet e dei lama (cap. 16), con la competenza del giramondo, e di nuovo è inevitabile pensare alla Bestia. Ancora:

 

Astley si dedicava a studi misteriosi e conosceva cose del tutto ignote all’uomo moderno, come quelle accennate nelle annotazioni latine al libro di Gibbon Declino e caduta dell’impero romano; le stesse che, di fatto, avevano portato l’antica Roma alla rovina. Collaborava inoltre con una casa editrice che stampava i suoi libri a Costantinopoli e i cui distributori si trovavano a Bruxelles e Buenos Aires. Ursula aveva visto alcuni dei loro volumi, che erano illustrati, e sapeva perfettamente per quale ruolo fosse stata scelta. [Le disinvolte operazioni editoriali di Crowley sono all’epoca abbastanza note: cap. 18]

 

Ancora, a far pensare a Crowley è la descrizione della casa di Astley (cap. 23) più come quella di un maturo malvissuto, beone, fumatore e dagli affaticati movimenti – c’è anche una ninfetta di servizio –, che non come il covo di un grande mago nero. Certo, nella casa sarebbero morti almeno tre uomini (si può pensare a quelli che la voce pubblica addebitava alla Bestia: cap. 24) e Astley viene definito “un uomo pericoloso, crudele quanto il demonio” (cap. 25): ma in realtà la sua pericolosità sembra riguardare più la psiche dei plagiati che non le classiche azioni di violenza attribuite agli stregoni da tutta una vulgata narrativa e poi filmica (sacrifici umani eccetera). Anche per il diverso clima della narrazione – qui i buoni sono efficaci – la pur provata Ursula non appare mai psichicamente a pezzi quanto la tragica Margaret de Il mago: e la terribile Messa del Toro, col suo caprone zoccolante (una sorta di citazione vagamente allusiva a quello fatto accoppiare da Crowley con Leah Hirsig a Cefalù nell’estate 1921) mantiene i connotati un po’ grotteschi dell’orgetta in costume. Aggiungiamo il possibile nesso con altre opere celebranti Crowley come vilain (si pensi al sogno liberante di Ted di cavalcare un cavallo nero, cioè del colore dei capelli di Ursula, che sembra richiamare la simbolica del to ride nel romanzo di Wheatley). È chiaro d’altra parte che qui, in forma morbida, ritroviamo il classico plot con la Bella, la Bestia e il grande rituale: finalizzato ora non alla nascita di una prole magica ma di una più complessiva pienezza di vita.

Interessante è peraltro il dettaglio del rito blasfemo con Ted crocifisso. È vero che inizialmente Astley sostiene che quella sulla croce è “una posizione confortevole. Io per primo ho meditato su delle croci per ore” (cap. 23); mentre poi durante il rito proclamerà che “è tramite la vostra agonia che verrà emanato il potere necessario al nostro rito” (cap. 25). Ma si tratta di una prova, e non è detto che quell’agonia sia davvero funzionale alla morte per soffocamento di Ted, anche se potrebbe non escluderla. In effetti, crocifissioni rituali sono documentate con una certa frequenza nell’antropologia religiosa, e non è strano che il tema venga inserito qui (anche per motivi di drammatizzazione narrativa della comprensione della categoria-sacrificio da parte dell’eroe).

Ma a fronte di tutto ciò lo spiacevole mulatto non riesce a sembrarci davvero minaccioso, un po’ come il Crowley dell’epoca; e quando la storia si conclude con la liberazione dei buoni a patto del loro silenzio, ci viene detto che Astley “sapeva perdere con dignità” (cap. 25). Sembra quasi di vedervi un tocco d’ironia benevola verso il vecchio furfante: a dir forse qualcosa dei veri rapporti dell’autrice con l’ingombrante collega.

(Le precedenti puntate di Sex and the Magic sono quiquiquiqui e qui)

 

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