di Franco Pezzini

Angeli neri… angeli rossi

Nel 1970 esce un mondo movie un po’ particolare. Com’è noto, tale definizione etichetta un filone filmico curioso degli anni Sessanta e Settanta a metà tra documentario ed exploitation, rigorosamente a episodi, con filmati su fenomeni scioccanti (il termine alternativo è shockumentary) da parti diverse del mondo. Una certa retorica sensazionalistica connota di solito i toni delle voci narranti fuori campo: e in effetti, al di là delle pretese di “informazione”, è chiaro il compiacimento delle riprese sul morboso e sul violento.

Il film in questione ha però caratteri particolari e meno estremi: tratta certo con tocchi torbidi un tema controverso, ma senza flirtare con lo snuff. Si sta parlando di Angeli bianchi… angeli neri di Luigi Scattini e dell’uncredited Lee Frost (appunto 1970, ma uscito in Italia fin dal settembre 1969) con voce narrante di Enrico Maria Salerno su sceneggiatura dello stesso Scattini e di Alberto Bevilacqua: e il soggetto è l’occulto. Erompendo infatti dalle pieghe più o meno appartate di un decennio lunare (riprendo la definizione di Fabio Camilletti), proprio in quel volgere d’anni l’occulture prende a dilagare attraverso riviste e volumi popolari, cinema, tv e mille altri rivoli “ordinari”, comprese pratiche medianiche o magiche cerimoniali non più demonizzate e che diventano anzi di moda.

Se il tema interessa un po’ tutto l’Occidente, compresi gli Stati Uniti (con la loro The Occult Explosion, a citare il testo di Nat Freedland, 1972, e la svolta nell’immaginario sulle sette recata dal caso Manson, agosto 1969) e naturalmente anche l’Italia, la fucina più importante del revival magico è però ancora la Gran Bretagna. Cioè lo stesso paese che già una decina d’anni prima aveva visto riaprire le porte al gotico e all’occulto tramite l’avvio dell’età d’oro della casa cinematografica Hammer (1957), poi dettante all’immaginario collettivo una linea che corre per tutti gli anni Sessanta e anzi offre all’esperienza della Swinging London – ma con impatto planetario – un orizzonte mitico-magico peculiare; e ora è nuovamente da lì che l’occulto corre nel mondo. Basti rammentare eventi culturali come il varo nel 1970 della leggendaria rivista/enciclopedia inglese “Man, Myth & Magic” che porta il tema in chiave “colta” tra i lettori comuni; l’impennata della neostregoneria abbinata a un recupero (più o meno fantasioso, ma tant’è) di pratiche pagane; l’uscita nel 1971 del film-scandalo I diavoli di Ken Russell, ma insieme, già dalla fine del decennio precedente, la nascita di quel genere Folk Horror che, sposando minacciosi elementi ritualistici folklorici e neopagani a trame di fiction, troverà massima epifania nel capolavoro The Wicker Man di Robin Hardy, 1973. Non è un caso che Angeli bianchi… angeli neri parta proprio dall’Inghilterra, dalle profanazioni al cimitero di Highgate a rituali stregheschi a una presunta messa nera (ma le ragazze nude sembrano un po’ tutte troppo belle) eccetera: e il documentario, che corre per parti diverse del pianeta – con tanto di comparsata dell’allegro Anton LaVey, fondatore della Chiesa di Satana e uso a paludarsi da diavolone –, rappresenta una panoramica di straordinario fascino d’epoca.

Dove un aspetto rilevante sta proprio in quella voce fuori campo. E il primo episodio del film comincia così:

 

È accaduto un delitto. Siamo a Londra, nel cimitero di Highgate. Durante la notte, un episodio allucinante ha sconvolto la sacralità di questo luogo. Le prime tracce sono dei petali di fiori e delle piume di gallo, simboli della profanazione. Sembra assurdo, ma le vittime non sono persone vive: sono i morti. La polizia interroga, indaga: ma è sgomenta. È forse l’unica specie di crimine che paralizza anche i testimoni professionali della delinquenza con un terrore profondo come la coscienza. Ecco, quest’uomo è un testimone: dissimula il suo terrore, nega, non parla, ma ciò che ha visto non si cancellerà mai più dalla sua mente. Ha visto esseri umani avventarsi a scoperchiare le tombe. Aperte le bare, essi hanno affondato le mani nei resti orrendi dei cadaveri. Alla fine hanno conficcato negli scheletri pali aguzzi come lame. La versione della polizia sarà: sadici, spaventosi maniaci, necrofili dannati: ma ben altrimenti le antiche scritture demoniache definiscono questi colpevoli. Parlano di figli di Satana afflitti da una disperata nostalgia di Dio: uomini e donne che vivono tra noi, possono essere tra i nostri conoscenti; senza saperlo spesso confidiamo a loro i nostri segreti; eppure, giorno per giorno essi cercano d’imprigionare il cervello elettronico del mondo del Duemila con la millenaria, nera magia delle streghe; e anche i più scettici devono riconoscere che molte volte riescono là dove la scienza non può nulla.

 

Eccetera. Non badiamo troppo al confuso tenore dei dati offerti: ci si riferisce alla vicenda delle scampagnate antivampiriche per debellare il presunto vampiro di Highgate e ai vandalismi assortiti che il grandioso cimitero (dov’è sepolto, più dimostrabilmente, Karl Marx) aveva conosciuto in quegli anni e continuerà per un po’ di tempo a patire. A colpire nell’episodio sono piuttosto altri due elementi, cioè le immagini (la fotografia, gli ambienti, l’atmosfera) di straordinaria suggestione, e l’impasto retorico, pegno del tempo. Certo condizionato dall’ottica dell’Italietta coi suoi fremiti, le sue forzature, la sua cultura confessionistica, ma non solo: quel linguaggio riflette un più generale dato d’epoca tra toni forti, brividi e provocazioni in un’incredibile fase di svolta.

Se vogliamo averne prova, è consigliabile avvicinare un testo non italiano che – sia pure in termini più eleganti sul piano dei contenuti – propone come a episodi un consimile tipo di ottica, di linguaggio, di suggestioni: e cioè una bella raccolta riproposta abbastanza di recente per i tipi della milanese Ghibli, Voci dell’abisso. Racconti di magia nera di Aleister Crowley, H. P. Lovecraft, Montague Summers, Algernon Blackwood, August Derleth, Dennis Wheatley, Margaret Irwin, Cleve Cartmill, Robert Bloch, E. F. Benson (2017). Edita originariamente come The Satanists (1969, coeva dunque del film), l’antologia merita assolutamente la lettura, tanto più nella citata ottica vintage: e proprio a partire dall’introduzione I fatti del satanismo del curatore Peter Haining. Celebre antologista e divulgatore, Haining (1940-2007) è uno dei volti eminenti di quella stagione di dilagante riscoperta del magico: si pensi al suo leggendario Witchcraft and Black Magic (1971) uscito anche in Italia come Stregoneria e magia nera (ne I colibrì, Mondadori 1972) e che vantava un incredibile corpus di tavole di Jan Parker, non mere illustrazioni ma vera e propria opera parallela al testo. Ad avvicinare queste opere, comprese le bellissime e sinistre tavole di Parker, è il clima di inquietudine per una minaccia stregonesca che sembra echeggiare anzitutto insicurezze e crisi epocali.

Voci dell’abisso inizia con un trafiletto da The Sun 12 maggio 1968 – Messa nera in un parco dà il via alla caccia della polizia – che pare quasi rinviare all’inizio di Angeli bianchi… angeli neri; e lo stesso clima un po’ sovraeccitato da rotocalco si riscontra nell’introduzione.

 

Nello spazio di pochi anni soltanto, il satanismo è dilagato come un morbo maligno per tutta la Gran Bretagna. Dapprima semplice prerogativa di qualche isolato pazzoide e pervertito sessuale, crebbe poi con rapidità allarmante assumendo le proporzioni di una rete nazionale, con membri in ogni strato sociale: esponenti delle classi più abbienti alla ricerca di nuove perversioni e impiegati delusi, tormentati commessi d’ufficio e operai delle fabbriche appartengono notoriamente alla schiera di quest’arte funerea e lugubre.

 

E avanti su questo tono.

Del resto tra gli autori, a confermare tale vago sapore di assedio, spiccano due nomi eccellenti. Il primo è Montague Summers (1880-1948), l’equivoco reverendo convinto della colpevolezza delle streghe, studioso di letteratura gotica e di teatro ma soprattutto saggista sui temi dell’occulto, di cui è antologizzata qui qualche pagina su La messa satanica. Il secondo è Dennis Wheatley (1897-1977), il “Principe degli scrittori thriller”, mattatore della narrativa pop di lingua inglese tra gli anni Trenta e i Settanta, forte di una riconosciuta competenza sull’orizzonte stregonesco fin dai tempi del famoso romanzo The Devil Rides Out (1934, da cui il bellissimo film Hammer omonimo di Terence Fisher sceneggiato da Richard Matheson e interpretato da Christopher Lee, 1968). Già uomo dei servizi britannici, iperconservatore, nemico giurato di nazisti e comunisti, Wheatley canonizza nelle sue opere il nesso tra cospirazioni politiche e forze demoniache, ed è qui presente con Il sacerdote nero, stralciato da un altro suo romanzo, To the Devil – a Daughter, 1953 (da cui l’ennesimo film Hammer, Una figlia per il diavolo di Peter Sykes, 1976, sempre con Lee e di grande suggestione d’epoca ma liberissimo, e che stavolta disgusterà lo scrittore).

Poi certo, in Voci dell’abisso ci sono anche esponenti di un fantastico meno “tecnico”. A partire da Edward Frederic Benson (1867-1940) con l’elegante e torbido Il santuario, ronzante di mosche baalzebubbiche; poi Algernon Blackwood (1869-1951) con Antichi sortilegi, prova ormai celebre in tema di stregoneria, ma per qualità di penna godibilissima a ogni rilettura; Lovecraft (1890-1937) con l’obliquo La festa e August Derleth (1909-1971) con L’occhio del cielo, dove le note introduttive di Haining tradiscono gli equivoci d’epoca sull’interpretazione derlethiana della cosmologia di HPL.

Meno nota in Italia, Margaret Irwin (1889-1967), di solito autrice di romanzi storici, offre il sornione e raggelante Il libro, su impreviste conseguenze di scoperte nella biblioteca di casa; il pure poco conosciuto Cleve Cartmill (1908-1964) – poco conosciuto sia da Haining che dall’FBI, che indagò su di lui dopo il racconto Deadline (1944), evocante in modo dettagliato un’arma atomica non troppo diversa da quella del progetto Manhattan – parla di Figli di Satana nell’agghiacciante Oggi niente notizie; mentre un nuovo pezzo da novanta come Robert Bloch (1917-1994) chiude la rassegna con Il seme del Maligno. Una scelta insomma di piccoli gioielli per cui l’editore italiano merita senz’altro un plauso.

Ma c’è ancora un nome della raccolta, che la copertina indica per primo a dispetto della brevità del testo scelto: cioè quello di Aleister Crowley, la Grande Bestia 666 (1875-1947), personaggio citato qui anche nelle pagine di Wheatley ma presente in proprio come autore del brano titolato L’iniziazione. Non si tratta di un racconto, ma di un’istruzione stralciata da uno dei suoi opuscoli, con la messa in scena del rituale blasfemo della crocifissione di un rospo. Il fatto che tra tutta la sua produzione – nel 1969, è vero, meno facile da mappare nella sua impressionante estensione –, ricca di prosa, poesia e saggistica, sia stata proposta da Haining proprio questa breve istruzione finisce con l’orizzontare verso il Crowley più superficialmente “satanico” dei tabloid, “l’uomo più cattivo del mondo” eccetera: ancora una volta un pegno al clima d’epoca, che dice qualcosa delle provocazioni di un incredibile agitatore culturale (nel 1967 sulla copertina del Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles), ma rischia di travisarlo nel mero sodale del LaVey di turno. Torniamo insomma alla cornice vintage della raccolta in esame, che un lettore del 2019 è opportuno colga per poter capire e apprezzare il documento d’epoca.

Per approfondire un po’ il tema, può piuttosto essere utile accostare un altro testo edito nel 2015 dalla stessa Ghibli, cioè la biografia Aleister Crowley: la natura della Bestia di Colin Wilson (1931-2013): uno studio del 1987, è vero, ma preparato dal profilo di Crowley in The Occult: A History (1971) e da altre sue opere.

È vero che oggi questo saggio fortemente basato sulle Confessioni del mago può apparire povero a fronte di opere d’altra ampiezza e ricchezza di dati. Per limitarsi al mercato italiano, si pensi solo alle due monumentali biografie di John Symonds, giunta alla quarta, arricchitissima edizione, Aleister Crowley. La bestia 666 (Mediterranee 2006), e di Lawrence Sutin, Fai ciò che vuoi. Vita e opere di Aleister Crowley (Castelvecchi 2006); per non parlare di monografie come quelle di un’altra grande voce del revival magico, Francis X. King (1934-1994, peraltro legato anche personalmente a gruppi occulti) o, più recentemente, di Marco Pasi (in particolare Aleister Crowley e la tentazione della politica, Franco Angeli 1999, aggiornata nell’edizione inglese Routledge 2014). Però è anche vero che, in modo diverso dalla raccolta di Haining, Aleister Crowley – The Nature of the Beast ci riporta proprio allo scorcio d’epoca in questione. Sia per il taglio eccentrico di Wilson, testimone e in qualche modo promoter di quell’eruzione dell’insolito coi suoi studi sugli outsider – fin dalla famosa monografia del 1956 – e sull’occulto che hanno potentemente contribuito a un certo clima culturale tra i Sessanta e i Settanta (sul personaggio, cfr. qui): Wilson critica altre biografie su Crowley, incapaci di comprendere il personaggio, professa la propria fede nel fenomeno che etichettiamo come magia e colloca la Bestia nella galleria dei propri geniali outsider, umanamente perdenti ma portatori di svolte. Sia per le riflessioni sull’antiautoritarismo compulsivo e l’ossessione sessuale che l’autore sottolinea – con qualche buon motivo – come caratteristiche di Crowley e che negli anni del revival magico (e della rivoluzione sessuale) saranno viste come profetiche di fantasie diffuse e pratiche sociali. Più che mago nero, Crowley fu mago rosso nel senso della magia sessuale, anche se il termine è indubbiamente limitante: se certo non è il primo a praticarla (e abbiamo visto per esempio le idee del “Dumas d’America”), altrettanto sicuramente ne è il più grande teorico in età moderna. E i suoi angeli – se si vuole usare una metafora per ricondurre il sistema thelemico alla dimensione filosofica/religiosa che gli è propria – non sono tanto quelli neri del titolo di Scattini, quanto angeli rossi, scarlatti quanto la Babalon della Bestia.

Certo The Nature of the Beast, con le caratteristiche peculiari che lo pongono idealmente nella scia di studi alternativi come Il mattino dei maghi (1960) più che delle biografie “pure”, pur offrendo provocazioni interessanti è da accogliere un po’ sempre con le molle – e non solo per le personalissime idee di Wilson. La sensazione per esempio che nelle Confessioni Crowley tenda a intessere lisergicamente autofiction, giochi a impressionare, ricami per amor di narrazione e per gigioneria – come in fondo sempre, nella vita quotidiana come in romanzi e racconti, con un unico indiscusso mattatore in scena, sempre lui –, sia pure in alternanza a momenti di desolata onestà, lascia a volte pensare che invece Wilson prenda tutto un po’ troppo sul serio. Ma in ciò, tra fascino e limiti, sta il valore documentario del suo testo: e rileggerlo oggi finisce col suscitare una vaga melanconia per i sogni di un’epoca – che è stata anche nostra, almeno di chi può ricordarla, delle nostre singole vite e dei nostri sogni – ormai irrimediabilmente chiusa.

Le precedenti puntate di Sex and the Magic sono qui, qui e qui.

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