di Sandro Moiso, Jack Orlando e Maurice Chevalier

“ We can do it together” (Boris Johnson)

“ Nous somme en guerre” (Emmanuel Macron)

“Ci sono guerre che possono essere vinte soltanto con la disciplina collettiva.
La Francia deve accantonare il suo ribellismo” (Le Parisien, 17 marzo 2020)

“Salvare l’economia” (Les Echos, 18 marzo 2020)

“No society can safeguard public health for long at the cost of its economic health.”
(The Wall Street Journal, 20 marzo 2020)

“La paura della gente si può trasformare in rabbia” (Maurizio Landini)

“E’ la guerra. Tutto è più immediato” (Perfidia – James Ellroy)

Per una volta iniziamo la nostra cronaca da oltre frontiera. Prendendoci, oltretutto, la libertà di modificare parzialmente i nomi dei quattro cavalieri dell’Apocalisse.
Quello che salta subito agi occhi ovunque, dalla Francia agli Stati Uniti passando per l’Australia, è che per i governi e i media la preoccupazione più importante fino ad ora è stata quella di salvaguardare economia, produzione e profitti.

Come al solito gli americani sono i più pragmatici ed espliciti, motivo per cui il Wall Street Journal può tranquillamente ratificare, nell’editoriale redazionale del 20 marzo, che nessuna società può salvaguardare a lungo la salute pubblica al costo di minare quella economica. Chiaro abbastanza no? Ma se l’organo per eccellenza del capitalismo e della finanza americana lo afferma con chiarezza, anche qui da noi non sono mancate le spinte in tale direzione. L’abbiamo misurato con l’enorme ritardo con cui il governo degli ominicchi e degli abbracci è giunto a decretare una chiusura vaga e fumosa che lascia non pochi dubbi sulla sua reale entità, evitata a ogni costo fino all’ultimo momento e poi, una volta varata, posticipata per dare una nuova mano agli squali di Confindustria.

Uno degli aspetti più evidenti è dato dal fatto che la richiesta ufficiale per giungere a tali chiusure non è mai pervenuta dalle associazioni imprenditoriali o da almeno una delle forze di governo, ma principalmente dalle associazioni dei medici che operano sui territori maggiormente colpiti dal virus (qui e qui) e dai sindaci delle province di Bergamo e Brescia (qui), con il secondo che non ha esitato a puntare il dito sulle associazioni degli imprenditori e le loro responsabilità, a livello centrale e regionale, nel ritardare il più possibile la chiusura delle fabbriche.

«Se fossimo partiti tutti prima, il contagio quanto meno sarebbe stato più diluito. Qui è arrivato da Lodi, da Cremona. Come a Bergamo – rileva – si tratta di una zona molto industriale, molto commerciale, dove la gente si sposta rapidamente. Noi, come dodici sindaci dei capoluoghi lombardi, il 7 marzo avevamo chiesto sia alla Regione che al governo di chiudere le attività produttive, tenendo aperte solo la filiera di igiene per la casa e quella alimentare. Oltre alla manutenzione dei servizi pubblici essenziali. Il numero dei lavoratori nelle fabbriche è molto elevato. Fontana ha sempre tenuto una posizione severa, ma il peso del mondo industriale sia su Roma che su Milano si è sentito». Così ha affermato, in un’intervista al Fatto quotidiano del 17 marzo, Emilio Del Bono, sindaco di Brescia1 di area Pd.

Pur muovendo molta aria, meno espliciti sono stati i governatori delle Regioni del Nord e la Lega che hanno invece sviluppato un discorso meno esplicito sulla necessità della chiusura, giocando d’anticipo sul governo emanando, in autonomia, nuove misure restrittive che comunque non toccavano minimamente gli interessi padronali. In un conflitto tra potere centrale e Regioni che ha assunto ancora una volta prima di tutto i caratteri del confronto elettoralistico e della salvaguardia dei rapporti con le associazioni di categoria degli industriali, dei banchieri e del commercio.

Ma il vero motore sotterraneo, per giungere alla proposta di serrata dei luoghi di lavoro e delle fabbriche è stato rappresentato dalle fermate spontanee dei lavoratori delle fabbriche, soprattutto di quelle grandi, e dei magazzini. Tutta una serie importante di blocchi, picchetti, astensioni dal lavoro e resistenze varie che l’opinione pubblica e i media hanno quasi ignorato, ma che non è passata inosservata ai tutori dell’ordine che già si preparavano alle varie misure di contenimento della conflittualità (qui).

Le parole di Maurizio Landini, poste in esergo, ben sintetizzano le paure che i sindacati confederali, sempre tardivi a ricevere ed accogliere le richieste dal basso, hanno sventolato davanti al naso di Conte e degli imprenditori. Imprenditori tetragoni insofferenti, fino all’ultimo momento, a qualsiasi ipotesi di chiusura degli stabilimenti, come ha denunciato fin dal 12 marzo un uomo non certo di sinistra come Carlo Nordio, in un editoriale del Messaggero:

“Poteva e doveva vincere la ragione. Quella dei previdenti, ingiustamente liquidati come Cassandre dagli sprovveduti. Invece è arrivato – per giunta con grande ritardo – il solito compromesso di palazzo. Conte chiude l’Italia a metà. Non c’è l’atteso e necessario blocco totale che serve al Paese per arrestare il contagio e garantire la salute pubblica. Ma solo la chiusura di negozi e commercio, salvando ovviamente alimentari e prima necessità. Restano fuori industrie e fabbriche. Una grave omissione che potremmo scontare tutti a causa delle falle che lascia aperte nella cruciale guerra al virus. […] vi è tuttavia una categoria intermedia, che tenta di conciliare il diavolo con l’acqua santa. Alludiamo alla richiesta inoltrata al Governo dalla Regione Lombardia, che da un lato chiedeva, giustamente, la chiusura delle attività commerciali, artigianali, ricettive e terziarie (escluse, com’è ovvio, quelle assolutamente essenziali), ma dall’altro comunicava che era stato raggiunto un accordo con Confindustria lombarda “che provvederà a regolamentare l’eventuale sospensione o riduzione delle attività lavorative per le imprese”. Insomma, par di capire, la chiusura o meno delle fabbriche sarà affidata – secondo il premier – alla iniziativa degli industriali.”2

Cosa che dopo la delusione dovuta alla mancata chiusura di tutte le imprese attesa dal Dpcm Conte, ha fatto sì che la lotta ripartisse, con dimensioni che non si vedevano da decenni, in numerosi stabilimenti del settentrione dove gli operai e le operaie sono tornati ad incrociare le braccia, quasi sempre con astensioni dal lavoro pari al 100% dei lavoratori. Dall’Avio di Rivalta e Borgaretto all’Alessi Tubi, alle Officine Vilai, all’Alcatar, alla Brugnasco di Avigliana in Piemonte fino a tante altre aziende lombarde (qui). Mentre la Fiom di Verona ha proclamato due giorni di sciopero a partire da oggi e, nelle zone più colpite dal virus, gli operatori sanitari scalpitano per la macanza di sufficienti protezioni individuali e per i turni massacranti dovuti al mancato turn over del personale ospedaliero.

L’abbiamo detto nella terza fase di questa serie di riflessioni: la crisi disvela l’anima di classe e la guerra civile che la normalità quotidiana e la società dello spettacolo solitamente nascondono.
Mentre, però, alcuni grandi stabilimenti hanno chiuso al primo accenno di ripresa dello scontro di classe, sono state quasi ovunque le piccole, piccolissime e medio-piccole aziende ad opporsi alla chiusura e a portare avanti la produzione, chiamando in causa la responsabilità degli operai nel mantenerle in vita. Un discorso/ricatto odioso che fa, finalmente, piazza pulita di quel pietismo per i piccoli imprenditori che è stato cavalcato dal populismo di ogni risma nel corso degli ultimi anni.

Per non fare troppo torto ai piccoli comunque vediamo cosa ha detto in un’intervista Giuseppe Pasini, il presidente degli industriali bresciani che è anche alla guida della Feralpi, uno dei principali produttori siderurgici in Europa, a proposito delle condizioni di salute in fabbrica:

“Abbiamo avuto anche qualche positività, non puoi non averne, ma le aziende hanno messo in atto tutti i controlli e le procedure di sanificazione previste dal governo. Hanno fatto quello che dovevano fare. E Non è detto che quelli che sono stati trovati positivi dentro l’azienda abbiano contratto il virus sul posto di lavoro. Magari sono rimasti contagiati nei giorni precedenti all’ordinanza di chiusura, fuori dalle aziende.“3

Già, affermazione che si accompagna bene con la colpevolizzazione individuale che viene fatta continuamente dagli organi di informazione e dai governanti con il proposito allontanare da sé ogni responsabilità in materia di contagio e mancati provvedimenti per prevenirlo e contrastarlo.
Tralasciando il grottesco flash- mob di solidarietà cui la Abb, azienda italo-svizzera che occupa nei suoi stabilimenti in Italia seimila dipendenti, ha chiamato suoi operai (qui):

“Quasi un terzo dei contagi si trova tra le distese di aziende d’ogni genere dei due polmoni economici d’Italia, Brescia e Bergamo. La prima in vetta alla classifica per densità produttiva, seguita da Milano e, appunto, Bergamo, che ha 4.305 contagi e 84 mila imprese attive nelle quali lavorano 385 mila dipendenti. Brescia ha 3.783 contagi, 107 mila ditte e 402 mila lavoratori. Stare a casa è più facile dirlo che farlo qui, dove per ammissione di Confindustria Lombardia il 73% di piccole, grandi e medie imprese sta andando avanti, come in tutta la regione. Come dire che nelle aree più epidemiche mezzo milione di lavoratori continua a fare avanti e indietro casa-lavoro, anche se poi in fabbrica si è cercato di rispettare i protocolli imposti per decreto. A Brescia nel settore industriale sono stati raggiunti 63 accordi per la sicurezza anti-Covid sul lavoro. A Bergamo soltanto 2, informa la Fiom. Che non possa bastare per contenere la crescita esponenziale dei contagi lo pensano i tecnici del comitato scientifico che affianca il governo e che suggerisce a Conte di «fermare tutto salvo le filiere che producono beni di consumo essenziali». Ci mette la faccia il Presidente dell’Ordine di Milano Roberto Carlo Rossi che tuona: «Mandare avanti la produzione è stato un gravissimo errore, dobbiamo chiudere tutto, lasciare aperto solo chi produce beni alimentari, prodotti per la salute e l’igiene. Vedo ancora capannoni e cantieri pieni di gente, è una follia». E che non siano tutte produzioni di beni essenziali lo si intuisce scorrendo l’elenco delle imprese nelle due province, dove a fianco a quelle zootecniche troviamo aziende che producono acciaio, chiusure industriali per capannoni, verniciature, calcestruzzi, strumenti elettronici. Ma anche auto di lusso come la Bugatti, o armi come Beretta e Perazzi.”4

Al di là del dramma implicito nei numeri, si può e deve affermare che mai come ora il movimento antagonista ha avuto tra le mani tali potentissimi strumenti critici per assalire l’ordine esistente, proprio nel cuore del cuore del capitalismo industriale e finanziario, italiano ed internazionale. Il problema è che gli imprenditori e i loro rappresentanti nei governi e negli Stati lo hanno immediatamente capito davanti ai tre giorni di fuoco nelle carceri e alle prime fermate operaie, affidandosi alle ordinanze prefettizie e agli apparati militari e polizieschi per il contenimento di eventuali proteste e insofferenze diffuse5, mentre ancora tardano a comprenderlo molti compagni, pur volenterosi, che si arrabattano ad inseguire dibattiti piuttosto fumosi sulla limitazione delle libertà individuali (come se il lavoro salariato e coatto non fosse già di per sé la più stringente e odiosa limitazione delle libertà individuali, nato guarda caso proprio all’epoca della fondazione del carcere moderno6) oppure sull’inaspettato pericolo (come se non fosse già presente da lungo tempo) di fascistizzazione di uno Stato che dal fantasma concreto del ventennio non si è poi mai liberato, piuttosto che approfondire l’analisi critica del presente e del divenire che ci attende per poterlo meglio affrontare e rovesciare.

Mentre nella società dello spettacolo attuale, senza necessità di adunate oceaniche, la mobilitazione solidale con lo Stato e il capitale nazionale può essere convocata via FB, Twitter, WA e tutti gli altri social per invitarci a sventolare il tricolore dai balconi e dalle finestre, ad accendere fiammelle e torce cantando inni nazional-popolari di ogni genere e risma e diffondere l’idea dello spionaggio collettivo per denunciare qualunque comportamento ritenuto anomalo, mentre le forze dell’ordine procedono con assoluta arbitrarietà a eseguire direttive confuse e mai chiare e a comminare multe e ammende a pioggia. Il pop incontra il nazionalismo con alcune tra le più note influencer che iniziano ad imbrattare le coscienze collettive fingendo un impegno che resta comunque tutto di parte.

La crisi da coronavirus ha aperto anche un’altra solida possibilità in cui si incrociano due grandi temi che, fino ad ora, erano stati unificati nelle idee (di alcuni) ma lontani tra di loro nella realtà materiale: la lotta operaia e la lotta per l’ambiente. In questi giorni infatti risulta sempre più chiaro che la lotta per la difesa della salute, in fabbrica e fuori, è strettamente intrecciata al discorso della crisi climatica e ambientale. Occorre sviscerare il tema e diffonderlo in una situazione che per un certo periodo sarà feconda e ricettiva. Un metro di Tav vale quanto centodieci giorni di terapia intensiva è solo l’inizio di una parola d’ordine destinata a coinvolgere molte più persone e molti più lavoratori rispetto a prima, in un contesto in cui:

“Chi segue anche da dilettante questi fenomeni sa che da anni una nube tossica sosta sul cielo della pianura padana.[…] la nostra più grande pianura ha condizioni meteo-climatiche e geofisiche uniche in Europa, e che gli inquinamenti dominanti sono dovuti agli allevamenti intensivi, alla concimazione chimica dei campi, ai fumi della fabbriche, alle emissioni dei motori diesel.
Mancano per la verità, in questo sintetico quadro, gli inquinanti atmosferici che non sono affatto scomparsi nelle città con la riduzione dello smog e che sono in aumento: l’ozono e il particolato M5 ed M10, le minute particelle che si depositano nei polmoni dei cittadini europei.[…] Oggi il Covd19 colpisce cittadini dai polmoni compromessi da decenni di smog.[…] Ebbene, questi dati non ci consolano e oggi servono a poco. Ma sono indispensabili per l’immediato futuro, per ripensare con radicale severità lo sviluppo capitalistico dominante.”7

“La correlazione tra inquinamento atmosferico ed infezioni delle basse vie respiratorie è ormai scientificamente dimostrata. E’ un fattore che aggrava la situazione infettiva senza alcuna ombra di dubbio”, dice Giovanni Ghirga, membro dell’Associazione medici per l’ambiente. Il 19 febbraio ha scritto una lettera pubblicata dal British Medical Journal, sottolineando l’esistenza di un comune denominatore tra l’esplosione in Cina, Sud Corea, Iran e Italia del nord: tutte aree dove l’indice di qualità dell’aria è molto basso.
Una ricerca della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima) ha già trovato una risposta: esaminando i dati delle centraline che rilevano lo smog e in particolare il superamento dei limiti di legge, ha potuto trovare una correlazione con il numero dei casi di persone infettate dal Covid-19. Le curve dell’infezione hanno avuto delle accelerazioni, a distanza delle due settimane necessarie alla manifestazione, con i livelli più alti di polveri sottili.
Numerosi esperti dunque stanno ora identificando nel cambiamento climatico e nell’inquinamento le cause che hanno portato il Pianeta a essere vittima della pandemia.
«La correlazione tra attività antropiche e diffusione dei virus è sempre più evidente. E non è un caso se le aree di maggiore diffusione del Covid-19 sono le stesse dove si verificano più casi di patologie oncologiche. Bergamo, e soprattutto Brescia, hanno i numeri più alti di bambini malati di cancro. Inoltre, a causa della tolleranza indotta, vale a dire al fatto che mediamente le persone hanno già un certo grado di infiammazione polmonare, non è stato possibile accorgersi subito dell’espansione. I sintomi lievi non sono stati notati.»”8

Non si contano ormai le ricerche che dimostrano che crisi climatica, consumo del suolo, inquinamento industriale e coronavirus sono strettamente collegati e che l’unica alternativa è quella di rovesciare di direzione e senso l’attuale produttivismo industrialista e capitalista, di cui il lavoro salariato costituisce l’indispensabile corollario. Tenerne conto diventerà sempre più obbligatorio, anche di fronte alla minaccia contenuta in uno studio realizzato dall’Organizzazione del Lavoro (che riunisce i governi, i sindacati e le organizzazioni degli industriali di 187 Paesi) che dimostra che la pandemia rischia di provocare la perdita di 25 milioni di posti di lavoro al termine del tunnel attuale9. Cui però, senza esitazione, occorrerà contrapporre i milioni di morti che la stessa pandemia, ultima di una lunga serie di morbi contemporanei, potrebbe causare proprio a causa del regime attuale. Ad esempio in Italia, dove negli ultimi vent’anni sono stati tagliati 70.000 posti letto, a beneficio di una sanità privata che anche negli attuali frangenti cercherà di gonfiare i propri guadagni con autentici profitti di guerra che lo Stato, esattamente come durante i due conflitti mondiali, non si è minimamente preoccupato di calmierare, contribuendo così a ridistribuirne i costi sulla pelle dei cittadini.

Insomma o la vita o il salario e il suo vampiro, il profitto.
Termini decisivi e incompatibili tra chi lotta per salvaguardare la specie e chi lotta e opprime per salvaguardare il presente modo di produzione. Inconciliabili tra di loro e, oltre tutto, irriformabile il secondo. Se ne faranno una ragione le anime pie che lo credono capace di modificarsi per mezzo del green capitalism.

Non a caso quello che molti governi, e molti titoli anticipati in apertura, mettono in risalto è l’autentico clima di guerra che si va via via allargando sul pianeta. Guerra psicologica e di classe, poca guerra al virus e tanta preparazione per i giochi militari e geopolitici, tutt’altro che pacifici, che seguiranno la crisi economica mondiale, ineludibile alla fine della pandemia e già durante il suo decorso.

Con buona pace di tutti coloro che hanno sempre pensato alla guerra allargata come ad un’ipotesi risibile e catastrofista, proprio nel pieno di questa crisi, ogni potenza sta già giocando le sua carte e mettendo in campo le sue strategie economiche e geopolitiche. La fine dell’Europa Unita si profila come scenario credibile ormai, con la politica dell’ognuno per sé, in cui la Germania ha già iniziato a schierare tutte le sue pedine in vista di un terzo tentativo di riprendersi un lebensraum ormai di dimensioni continentali, con buona pace per portavoce del governo che hanno sventolato con troppa bramosia i “soldi facili” provenienti dal Mes (qui).

La Cina si presenta come la vincitrice, per ora, politica del confronto basato sulla crisi indotta dal Covid-19 e i suoi medici, medicinali e aiuti fanno parte di un moderno Piano Marshall sanitario indirizzato a raccogliere consensi e alleati all’interno del pianeta NATO. Idem per la Russia che con il suo invio di aerei, medici e virologi oltre che ospedali da campo in Italia gioca sullo stesso campo, pestando un po’ i piedi sia alla prima che agli Stati Uniti. Non sono pochi gli indizi del sorgere di un rinnovato bipolarismo in cui l’Europa torna frontiera e terreno di contesa e l’Italia un nuovo tassello cruciale da conquistarsi al proprio campo.

Gli Usa nel chiamare, come vuole Trump, lo stesso virus con il nome di virus cinese già affilano le armi comunicative che saranno ben presto affiancate da nuove armi di distruzione di cui il missile ipersonico (capace di volare ad una velocità superiore di cinque volte a quella del suono, qui) appena testato è solo l’anteprima. Mentre nemmeno la gara per la scoperta, produzione e distribuzione del vaccino sfugge ad una logica di confronto che soltanto nella guerra aperta per il controllo del mercato mondiale troverà, presto o tardi, la sua soluzione.

Ospedali da campo di varia nazionalità, truppe per le strade da New York a Milano, discorsi sempre più marcati da termini come nemico comune, guerra, solidarietà nazionale preparano, o almeno dovrebbero preparare, le popolazioni al clima di guerra reale che seguirà a questo periodo di clausura; quando non solo gli interessi geopolitici, ma la fame, le economie disastrate e parassitate e le rivolte per una vita degna dilagheranno in scontro aperto nei tessuti metropolitani. Riuscirà il nostro nemico collettivo e dichiarato, che per ogni nazione avrà prima di tutto il volto del proprio governo e dei propri spietati imprenditori, a ottenere l’effetto desiderato (qui)? Forse, soprattutto se noi, dopo aver seppellito in silenzio i nostri morti ed aver accettato per forza di cose quarantena ed isolamento, non sapremo opporci, sia nelle lotte che nell’immaginario politico che le produrrà e di cui sarà il prodotto, con altrettanta forza e determinazione al suo percorso catastrofico, che in questo ultimo periodo ha ulteriormente sfoggiato il suo volto più autentico, cinico e spietato.

In tutti i frangenti e con ogni mezzo necessario.

“Noi abbiamo il compito quasi impossibile di promulgare un amore che sia ancora più spietato, e con uno spirito di sacrificio che non avremmo mai conosciuto, se non fossimo stati chiamati dalla Storia. In questo momento, le nostre opzioni sono soltanto due: fare tutto, oppure non fare nulla.” (Perfidia – James Ellroy)


  1. https://www.giornaledibrescia.it/brescia-e-hinterland/coronavirus-del-bono-le-fabbriche-andavano-chiuse-prima-1.3467623  

  2. C. Nordio, I ritardi del governo. Compromesso al ribasso che lascia esposto il Paese, Giovedì 12 Marzo 2020 il Messaggero  

  3. G. Colombo, “Il motore bresciano si sta fermando”. Intervista a Giuseppe Pasini, Huffington Post 20 marzo 2020  

  4. I. Lombardo, P. Russo, Governatori e scienziati a Conte: “Fermi le fabbriche in Lombardia”, La Stampa 20 marzo  

  5. Si veda come esempio https://torino.repubblica.it/cronaca/2020/03/22/news/
    il_questore_torino_e_ubbidiente_ma_in_periferia_primi_segnali_di_insofferenza_-251968980/?ref=RHPPTP-BH-I251947184-C12-P5-S11.3-T1  

  6. M. Ignatieff, Le origini del penitenziario. Sistema carcerario e rivoluzione industriale inglese (1750-1850), Mondadori 1978 e D.Melossi, M.Pavarini, Carcere efabbrica. Alle origini del sistema penitenziario, il Mulino 1977  

  7. P. Bevilacqua, Ambiente e pandemia: il drammatico connubio della pianura padana, il Manifesto 20 marzo  

  8. M.Bussolati, Sembra che il Covid-19 colpisca più duro nelle aree più inquinate, Business Insider 18 marzo 2020  

  9. P. Del Re, Coronavirus: la pandemia provocherà 25 milioni di disoccupati, la Repubblica 20 marzo  

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