di Gabriele Guerra e Maurizio Marrone

Gli zombie sono tra noi. Questa affermazione ormai è diventata mainstream, nella sua intenzione scopertamente politica di vedere nella figura del morto vivente che è mosso soltanto dal desiderio di nutrirsi degli esseri umani; nella raffigurazione del compiuto dominio capitalistico, della “zombificazione” dei rapporti sociali, del collasso di qualsiasi forma di convivenza. Come tutte le affermazioni mainstream, però, questa raffigurazione, pur contenendo degli indirizzi critici notevoli, sta diventando una frase irriflessa, che non si chiede davvero chi siano gli zombie e chi siamo noi. Gli zombie, con la loro apatia, quel loro incedere in un mondo in rovina alla ricerca esclusivamente di fonti primarie di sostentamento, in realtà “portano alle estreme conseguenze la crisi del processo di individuazione”, come è stato notato da Rocco Ronchi.1 Questo autore si è confrontato filosoficamente con la moda zombie, rilevandone le caratteristiche letteralmente trans-umane. Secondo questa lettura lo zombie è il nostro prossimo che ha cessato per sempre di essere tale, con il quale non si può instaurare alcun rapporto possibile che non sia di mero conflitto. Quindi – aggiunge Ronchi – non esiste lo zombie, esistono solo gli zombie, massa indistinta e priva di ogni forma di individuabilità, “un plurale che non ha più l’uno come unità di misura”.2 In questo senso gli zombie rappresentano l’esatto antitipo del Leviatano di Hobbes che vediamo nel suo celebre frontespizio: un sovrano che domina la città, il cui corpo è formato da tutti i suoi sudditi. Agli zombie Ronchi riserva, con una intuizione davvero interessante, il titolo greco – già rintracciabile in Platone – di onkos, “peso”, “massa”.

Insomma: gli zombi sono una massa asoggettuale, oncologica, priva di volontà e scopo che non siano quelli di distruggere gli umani viventi, i soggetti. Questi invece formano una massa di tante individualità autocoscienti; in questo senso si potrebbe dire che l’onkos costituisce l’estrema propaggine teoretica delle descrizioni della massa che Elias Canetti compie in Massa e potere. Proprio su questa inaggirabile contraddizione fondamentale tra una massa di zombie incoscienti e la comunità di soggetti coscienti occorre riflettere seriamente, per evitare facili derive simboliche (gli zombie che stanno sempre per qualcos’altro), o facili liquidazioni. Dire che lo zombie, essendo puro corpo, si collega a “una biopolitica immaginaria dei corpi dei lavoratori”3 costituisce un’acuta osservazione rispetto alla genesi della figura dello zombie e al nesso strettissimo che instaura con il capitalismo e i suoi sistemi storici di dominio e di controllo; ma al tempo stesso si espone al pericolo di poter essere considerata come una delle tante figure di questo stesso sistema, quasi fosse un concreto antesignano, o un simbolo, del proletariato.
A prendere davvero sul serio la massa degli zombie come onkos, invece, occorre preventivamente interrogarsi sul suo statuto filosofico, e pensiamo che sia sempre Rocco Ronchi a fornire il quadro teorico di riferimento. Nella sua opera più recente, Il canone minore,4 egli tenta di definire delle coordinate storico-filosofiche di tipo nuovo che descrivano le modalità di esistenza dell’essere umano nel mondo. Tale essere umano qui è definito come non naturale, come un essere del possibile, in grado cioè di non fare qualcosa. Lo zombie invece somiglia allo scorpione di quell’apologo classico, ricordato sempre da Ronchi, che chiede alla rana un passaggio sul dorso per attraversare un fiume, promettendole di non pungerla. Cosa che invece fa, e alla rana dolorosamente stupita che gliene chiede conto mentre entrambi stanno annegando risponde che quella era la sua natura, che non poteva fare altrimenti. Lo zombie non può non mordere, insomma, come lo scorpione non può non pungere; mentre il soggetto umano è come il Bartleby melvilliano, che risponde sempre con I would prefer not to alle ingiunzioni a eseguire un compito. “Avrei preferenza di no” è dunque il motto dell’essere umano capace di deflettere dalla coazione “naturale” all’azione.

Ma se fosse lo zombie a mostrare una simile attitudine? Esiste un esempio nella vasta letteratura zombie che sembra andare nella direzione di una risposta a questo interrogativo: il romanzo del 2015 La ragazza che sapeva troppo,5 che mostra, nel solito mondo postapocalittico squassato da un’epidemia zombificante, una seconda generazione di morti viventi nati da madri infette. Essi si trovano nella terra di nessuno che separa i vivi sani dai morti viventi malati: esseri senzienti, che però regrediscono alla fame atavica di carne umana non appena sentono l’odore del sangue. La protagonista, di nome Melanie, è una bambina che scopre la sua natura duale, imparando a conviverci e anzi alla fine a farla fruttare. Realizza così il cammino dell’eroe che porta dall’acquisizione di sé e del proprio compito alla sua realizzazione attraverso il superamento di una serie di ostacoli. Il viaggio dell’eroe, inerente a qualsiasi testo che intenda porre la questione del soggetto nel mondo, in questo esempio estremo di letteratura zombie, comincia proprio quando si riaccende la coscienza: dall’onkos come insieme indifferenziato di un molteplice che ha perso il suo principio di unificazione, ovvero la capacità per gli individui di essere soggetti, si mostrano dei segnali di individuazione di un soggetto in grado di ri-fondare una comunità – senz’altro inedita e a tratti non riconoscibile come tale, ma sicuramente portatrice di un qualche futuro collettivo.
Melanie incarna insomma una possibile linea di individuazione di qualcosa come una soggettività al di là dell’onkos, una sorta di contraddizione in atto nel mondo, che del soggetto riprenda le categorie di atto e potenza, dell’onkos la massa “pesante”, e riconfiguri il tutto in forme e modi che superino sia la questione, tradizionalmente aristotelica del soggetto, sia le derive apocalittico-nichilistiche dell’onkos.
Crediamo che queste riflessioni di Rocco Ronchi intorno al soggetto e alla sua pretesa “naturalità”, come anche quelle intorno alla natura dello zombie possano andare ben al di là di una riflessione eccentricamente elegante circa la “zombologia”. Possano cioè fungere da spunto prezioso, se abbandoniamo l’ontologia dello zombie e per così dire viriamo su una sua “estetica”; ovvero sulla percezione che di esso – dell’altro, del corpo dell’altro – si sta dando in questi sventurati tempi.
Gli zombie sono tra noi, dicevamo. Il che oggi significa, fuori dalla metafora filmica: i migranti che arrivano in Europa, dopo un viaggio davvero eroico, tra mille incidenti e pericoli, vengono percepiti come una massa indistinta (e quanto pesante nel dibattito pubblico!) e dunque minacciosa, proprio come gli zombie che assediano in massa gli umani superstiti. E se fosse possibile invertire il processo degenerativo della percezione, e leggere in quelle masse di migranti il momento in cui dall’onkos emerge un soggetto individuabile, una massa di soggetti individuabili? È possibile cioè rintracciare una nuova genealogia del soggetto (e dell’eroe) proprio laddove il sistema compie il massimo sforzo per trasformare in onkos una comunità potenziale? Occorre insomma una riflessione all’altezza del fatto che l’essere umano non solo può non, ma anche del fatto che si comporti come lo scorpione della favola. È qui può giungere in soccorso una riflessione inedita sullo statuto degli zombie.

[Nell’ambito del ciclo di incontri sul “Viaggio rivoluzionario dell’eroe”, il Gruppo di Studio Antongiulio Penequo discuterà di eroi, zombie e migranti con Rocco Ronchi il 12 dicembre alle ore 19.00 (Libreria Caffè Giufà via degli Aurunci 38, Roma). Il tema dell’eroe è già stato affrontato su “Carmilla” da Luca Cangianti, Fabio Ciabatti (qui, qui e qui), Mazzino Montinari, Maurizio Marrone (qui e qui), Gabriele Guerra (qui e qui) e Pierpaolo Ciccarelli. Riguardo alla figura del morto vivente si segnalano inoltre i contributi di Gioacchino Toni (qui)]


  1. Rocco Ronchi, Zombie outbreak, La filosofia e i morti-viventi, Textus, L’Aquila 2015, p. 14. 

  2. Ivi, p. 25. 

  3. Antonio Lucci, Metafore della non-morte. Riflessioni culturologiche sul potenziale metaforico della figura dello zombie, in “Trópos”, n. 2, 2016, p. 104. 

  4. Rocco Ronchi, Il canone minore. Verso una filosofia della natura, Feltrinelli, Milano 2017. 

  5. M.R. Carey, La ragazza che sapeva troppo, Newton Compton, Roma 2015. 

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