di Danilo Arona

BodySnatchersPremessa dell’autore: Il pezzo in prima stesura è stato redatto nel 1996. Lo riproponiamo in una versione aggiornata e integrata con nuove ipotesi e suggestioni. La dialettica tra verbi, ovvero imperfetto versus presente storico, sarà di aiuto nel verificare quanto e in che misura certe conclusioni siano, o meno, ancora attuali.

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Come scriveva nel 1996 Simonetta Mostarda, (1) sarebbe più comodo e più ipocrita per i detrattori dell’ufologia negare l’’“evidenza” di fenomeni complessi come le cosiddette abduction (i rapimenti e le manipolazioni di esseri umani da parte di presunti alieni) ricorrendo alla spiegazione ormai convenzionale, dell’”alieno dentro”, alludendo con ciò a una sorta di psicopatologia collettiva che introietta (e contemporaneamente proietta) antichi archetipi della paura nella loro “moderna” versione tecnologizzata e millenaristica. Se qui intenzionalmente non ci occupiamo di ufologia, in verità la questione dell’”alieno” che viene a occupare il nostro spazio interno è ancora oggi interessante, in quanto il cinema è ancora – con la TV e la Rete – la posizione più avanzata di una invasione “mediatica” che, ancor prima della fiction, ha colonizzato in qualche modo la psiche collettiva.

Probabilmente è da parecchi anni che lo leggiamo e lo sentiamo dire. Episodi e “segni” che ci comunicano in modo diretto quanto la mente umana sia già da tempo “preventivamente” invasa ancor prima di trovare gratificazioni catartiche nella letteratura e nel cinema di fantascienza continuano a susseguirsi da quasi un ventennio. Andando a ritroso con gli anni, si può citare la giornalista che, durante il TG2 dell’11 maggio 1996, riportò le conclusioni del Convegno Ufologico di San Marino, dicendo dapprima che «gli alieni non soltanto sono già fra noi», e poi, quasi in omaggio alla vecchia favola degli “Ultracorpi” ben nota a ogni appassionato di fantascienza: “gli alieni sono in noi”, cioè stanno proprio nella nostra pelle, nelle cellule e chissà in quanti altri dove, se volessimo rivolgere al nostro corpo uno sguardo, per così dire, “cronenberghiano”.

Si, quella domenica di maggio di diciotto anni fa il telegiornale pareva scritto da Colin Wilson. O da Denis Duclos. Wilson credo sia molto conosciuto, ma vale la pena di ricordare che il geniale scrittore e saggista inglese sin dal 1967 ha esposto l’ipotesi degli Ultracorpi in un’opera cult (a cui va peraltro stretta la definizione di romanzo) che s’intitola I parassiti della mente (2). Come riassume perfettamente Riccardo Fabiani, (3) l’uomo da sempre è fatto oggetto di un’invasione interiore da parte di un nemico che gli sottrae l’energia intellettuale, impedendogli il pieno e cosciente sviluppo delle proprie facoltà, comprese quelle parapsichiche: «Questa mignatta della psiche assale e trasforma l’essere umano in un diverso, in un “finto”; gli uomini diventano solo simulacri di carne, svuotati di ogni capacità di provvedere razionalmente al proprio sviluppo interiore al servizio delle entità annidate nei recessi del nostro Io. Questi artefici della nostra schiavizzazione, li portiamo dentro di noi come inconsapevoli gestanti. Siamo condizionati nelle scelte, nelle decisioni della vita di tutti i giorni, credendo invece di essere liberi e indipendenti. E il blocco dello sviluppo mentale e spirituale è l’arma con cui i nostri sgraditi ospiti tentano di impedirci il raggiungimento di livelli di coscienza superiori. Ma l’intento degli invasori mentali va ben oltre: infatti essi spingono al suicidio chi si rende conto di essere posseduto, togliendogli ogni volontà di riscatto o di rivalsa dal subdolo asservimento».

Varrebbe la pena di sottolineare fuggevolmente l’assoluta attualità del testo di Wilson, soprattutto in quel periodo storico, prima del volgere di secolo, in cui millenarismo e New Age ci riproponevano le tematiche del raggiungimento di livelli di coscienza superiori quali vie all’illuminazione e alla verità assoluta. Duclos, nome certo meno illustre di Wilson, ma non meno autorevole, suggeriva la possibilità, nel quadro di un complesso rapporto di interdipendenza tra “fiction” e realtà, che fosse in atto alla fine del secolo scorso nel mondo occidentale una “seduzione” coercitiva esercitata dai media più popolari che di “fiction” si nutrivano, cinema e televisione su tutti. Tale possibilità, come scrivevamo, poteva essere favorita allora da un’imperiosa domanda che i media in questione inculcavano in modo continuo e incalzante nella mente dei fruitori (“Chi, o Cosa, mi possiede?”), favorendo in questo modo la voglia e l’esigenza di “essere posseduti”, con lo scopo ultimo di ottenere una delega pressoché totale da parte dell’individuo e favorendo l”‘esistenza” di un secondo Io virtuale, che in qualche modo continuava la sua vita ipotetica all’interno della “fiction” quotidiana trasformatasi in una specie di interfaccia. (4)

Si potrebbero citare ancora una dozzina di autori classici della fantascienza (Dick, Finney, McIntosh, Brown). 0 ricordare l’antropologo Ettore Tibaldi (5) che ha parlato di “invasori della mente”, richiamandosi alle teorie sul cervello rettiliano (la componente filogenetica più antica del cervello, formatasi duecento milioni di anni fa) nel quale sarebbero depositate le memorie ancestrali di mostruose forme animali, che gli strumenti contemporanei dell’industria culturale (televisione, cinema e “videogame”) risveglierebbero dal loro millenario letargo. Oppure potremmo avvalerci di un suggerimento della cybercultura di allora (ancora oggi valido), che segnalava un esempio di psicopatia della comunicazione, chiamandolo “effetto Hype”, ovvero il sovraccarico di segni portatori di significato sempre meno decodificabile in quanto il tempo di ricezione si fa sempre più stretto e spasmodico.

Allora, nel ’96, il nostro discorso aveva un suo preciso capolinea: le invasioni aliene (soprattutto quelle cinematografiche), il loro essere “tendenza” (tra riviste che in Italia riuscivano a campare solo di “alieni”, oggi scomparse a favore di riviste ispirate da programmi TV, e varie serie di film e telefilm a tema fisso) e la clamorosa risposta di massa che erano in prima istanza vere e proprie invasioni della psiche collettiva. Invasioni che, a dire il vero, sono tuttora in atto. Certo, da parte del cinema di fantascienza, ma anche da parte dei media, soprattutto quei media “fiancheggiatori” che, citando ancora Tibaldi, altro non fanno che riattivare e veicolare l’atavica ossessione dell’intrusione altrui nel proprio spazio vitale.

Del resto siamo mai stati — al cinema – veramente invasi dagli alieni? La risposta è ancora paradossalmente negativa: per la quasi totalità dei casi, siamo sempre stati aggrediti da noi stessi, copie umanoidi contraffatte o combinate geneticamente con schegge repertoriali d’immaginario zoologico, ma sempre e comunque “alieni” che ricalcano in tutto e per tutto gli umani (bestiali) comportamenti. L’alieno, dunque, come nostra falsa coscienza, doppia identità, altro speculare e metà oscura. Un alieno che è la figura-pilastro di questa “invasione mediatica” che raggiunse una delle sue più alte vette con il serial televisivo X Files e tanti blockbuster al seguito di Independence Day. E, a proposito di X Files, non é un caso che proprio il medium strausato per eccellenza, la televisione, sia stato l’indovinato veicolo per rivitalizzare e “fissare” nella psiche collettiva una serie di vecchie/nuove paure che nel serial di Chris Carter precipitarono all’interno di un vasto e funzionale contenitore, nel quale si sono susseguite più o meno azzeccate invasioni in serial che s’intitolano Roswell, Taken, Falling Skies, Defiance, e persino American Horror Story – Asylum (dove gli alieni sono ben presenti e fanno proprio il loro mestiere, quello di rapire la gente dalle camere da letto…).

Un’inchiesta, pubblicata su “Archives of General Psychiatry” alla fine degli anni Novanta, aveva sostanzialmente stabilito che quasi il 60% della popolazione americana credeva che il governo fosse coinvolto in una “congiura del silenzio” sugli UFO, che gli alieni eseguissero regolarmente abduction per effettuare esperimenti sugli esseri umani, cosi come credeva che sul nostro pianeta circolassero liberamente gli “uomini in nero” (fiancheggiatori terrestri – forse — degli invasori). Era il periodo in cui negli studi psichiatrici americani non si recavano soltanto quelle donne che sostenevano di essere state procreate per venire possedute carnalmente dal Diavolo (il tema molto in voga negli anni Ottanta e Novanta delle Breeders), ma soprattutto un alto numero di ragazze adolescenti e casalinghe più anziane che raccontavano esperienze notturne di visitatori alieni che avevano approfittato di loro con dolce e ferma coercizione. Se non occorre essere uno specialista del folclore per ravvisare la palese analogia con l’ossessione medioevale dell’Incubus (la demoniaca creatura, tentatrice notturna delle donne), va pero sottolineato che nell’impasto di realtà e fantasia, di notiziari e di programmi di “fiction” che la televisione ancora propone, si fanno strada alcuni contenuti che trascendono il proprio terreno di pertinenza referenziale. Tutto il retroterra di X Files attingeva a quella suggestiva e clamorosa “terra di nessuno” in cui realtà e paranoie si mescolano, dando vita a un ibrido non facilmente discernibile.

Se un buon esempio letterario di tale ibrido ci venne fornito da Stephen King ne La metà oscura, quando collocava la genesi del “doppio cattivo” dello scrittore Thad Beaumont proprio nel cervello, che dire di quell’impareggiabile prolungamento della fiction nel reale che fu il caso di Theodora Stefanova, una veggente bulgara già salita alla ribalta nel talk show di Maurizio Co-stanzo? La Stefanova nel 1984 era stata vittima di un disastroso incidente automobilistico ed era rimasta per diciotto giorni sospesa tra la vita e la morte. Quando si svegliò dal suo sonno profondo, dichiara di avvertire una strana presenza dentro di sé che si esprimeva in bulgaro, lingua madre della donna. Una veggente le svelò in seguito che detta presenza era un‘invisibile entità extraterrestre che aveva deciso d’“incorporarsi” in lei . Lei e l’alieno, due anime in un solo corpo. Peccato che i casi come quello della Stefanova non sono cosi infrequenti, anzi sono piuttosto comuni tra chi è colpito da ictus fuoriuscito dal coma. Non è raro che chi ha avuto un’esperienza del genere in seguito si senta invaso da un “Altro Io”, una presenza che può essere angelica o demoniaca a seconda delle personalità e delle credenze dei singoli. 0 addirittura aliena, se l’invasione mediatica precedente al trauma ha occupato in modo “aggressive” la psiche del soggetto.

Nel 1998, In una domenica da poco orfana di X Files, Italia 1 realizzò i promo del film Bagliori nel buio, utilizzando la famosa musichetta di Mark Snow e suggerendo allo spettatore distratto che si tratta di un’appendice al serial di Chris Carter. Non era che uno degli esempi dello stato di allarme televisivi che tendevano a convogliare gli archetipi in un unico contenitore/trasmettitore (per dirla in cyberlinguaggio, in un’unica Macchina Proliferante di Emissione).

X Files era la punta dell’iceberg, un piccolo segnale di un grande stato di allerta. Nel serial, al centro delle indagini di Dana Scully e Fox Mulder, precipitava gran parte dell’immaginario fantastico prodotto dagli anni Cinquanta ad allora. La novità, e probabilmente l’espediente che ha fatto breccia nel profondo dello spettatore, decretando il successo mondiale della serie, era che a quell’immaginario s’intendeva dare dignità di manifesta verità. Ma non solo: ogni “stanza” della serie era interconnessa alle altre. Non più schegge di repertorio collegate agli archetipi o alle pulsioni freudiane, sempre e comunque episodi “conclusi” e definiti, ma frammenti scalari di un immenso macroevento che veniva in qualche modo manovrato sopra le nostre teste e contro i nostri interessi. Non solo gli alieni, da tempo immemore invasori del pianeta e vivisettori dell’umanità, ma vampiri, serial killer, licantropi con tutto il pantheon del fantahorror, venivano scomodati e asserviti a un colossale complotto, le cui direttive suonavano più o meno così: “A queste Cose non dovete credere, anzi lasciate proprio perdere!”. Si trattava di un imperativo categorico al quale si reagiva con voglia di disubbidire, a giudicare dai notissimi slogan che campeggiavano da riviste e videocassette connesse al mondo di X Files, “Io voglio credere” con un UFO sullo sfondo, “La verità e là fuori” e “Non fidarti di nessuno”, giusto a ricordarci che paranoia e arte fantastica vanno indissolubilmente a braccetto.

Il messaggio era talmente convincente, grazie al veicolo televisivo, che X Files rilanciava su scala mondiale la parascienza dell’ufologia, dal momento che le più celebri ossessioni legate alle presunte incursioni degli OVNI erano utilizzate da Carter come tematiche in diversi plot (dall’UFO-Crash di Roswell all’Area 51, dalle abduction alle manipolazioni sui rapiti) in senso “pro veritate”. E lo ritrovammo anche dietro il finto scoop del cosiddetto “affare Santilli” (il presunto alieno di Roswell al centro di un filmato dell’epoca che si voleva autentico – ma non lo era – e, che al di là di ogni polemica, risultava essere una perfetta sintesi dei molti alieni visti sullo schermo), spaccando ulteriormente il mondo dei ricercatori in due tronconi, l’uno quasi fideista e propenso a credere con grande convinzione all’autenticità della casistica ufologica e l’altro ben più critico e poco incline a lasciarsi andare alle inevitabili suggestioni di una materia cosi legata alle produzioni dell’immaginario collettivo.

Un altro veloce esempio di “allarme mediatico” (un invito a “guardare il cielo” rivolto agli spettatori che non intendono “essere soli”) fu l’inserimento del trailer di Independence Day alla fine della videocassetta I segreti di X Files, allegata a una nota rivista di fantacinema. E vero che si trattava sempre della Fox e che il bacino di utenza era lo stesso (gli appassionati di fantascienza), ma il messaggio sotterraneo risultava alquanto sottile: il giorno dell’Indipendenza, il giorno della riscossa, veniva letto come una sorta di trionfale coronamento della grande metafora degli “X Files”. E il promo stesso esprimeva un’esemplare coerenza simbolica: dopo averceli nascosti per tutti questi anni, dopo aver creato “uomini in nero” fiancheggiatori, dopo aver prodotto la più innaturale combutta della fantastoria (alieni e umani) ecco che gli invasori arrivavano a bordo di un Altrove Assoluto che era certo un’astronave extraterrestre di 550 chilometri di diametro, ma era soprattutto un’emanazione junghiana, una Cosa che si vede in Cielo, il lato oscuro della civiltà che, dopo avere offuscato i cervelli dei militari (i primi ad accorgersi nel film di Emmerich dell’invasione in atto), oscurava anche la Statua della Libertà, la Casa Bianca e l’immobile Abramo Lincoln. E così giungevano, gli invasori, decisi a spazzarci via.

Il gioco (filmico) era fatto. Gli Yankees, lo sappiamo, i più boccaloni del pianeta (ma ricordiamo anche che alla fine del secolo scorso il pianeta si stava vieppiù americanizzando, con un’invasione d’immaginario che probabilmente aspirava a essere la controparte di una presunta invasione d’immaginario terzomondista), si chiedevano, dopo avere visto Independence Day se il governo americano fosse veramente in grado – prima dell’11 settembre! – di fronteggiare una “vera” invasione aliena: il Pentagono — come riportarono diversi giornali — non aveva un piano d’emergenza e I’unico consiglio che usciva dalla Casa Bianca era: “Se li vedete, informate il più vicino distretto di polizia”. “Real vs. Reel Terror”…, come scrisse un acuto giornalista anglosassone.

In un numero del 1996, il mensile “I Misteri” pubblicò uno schematico elenco di alieni, dividendoli in Rettiloidi (con la pelle a scaglie come i serpenti, vedi I Visitors), Nordici (bassi e massicci e con lineamenti umani), Grigi (insettoidi con grossi occhi neri, “alla Spielberg”) e Antichi (simili alle cavallette), non senza tralasciare i misteriosi “uomini in nero”, che sin dal nome sono senza dubbio la codificazione più esemplare ed esaustiva dell’archetipo dello Spauracchio. Come leggemmo nell’inchiesta pubblicata dallo stesso giornale,(6) «gli uomini in nero sono descritti come coloro che perseguitano o intimidiscono i testimoni delle attività UFO… i loro volti sono descritti spesso con tratti orientali, le teste sono in genere prive di capelli; non hanno peluria sul viso né sopracciglia. Indossano in genere una giacca nera con cravatta egualmente nera e camicia bianca. I loro corpi, forse meccanici o comunque robotici, forniscono loro un’andatura goffa. Le voci sono monotone e i loro visi non esprimono emozioni. Preferiscono spostarsi in Cadillac di color nero».

Basterebbe già di per sé questa descrizione per desumere il carattere leggendario e diabolico degli uomini in nero. In un saggio fondamentale sul tema, Peter M. Rojcewitz, professore di Scienze Umane presso il Dipartimento di Lettere della Juilliard School di New York, mette in luce che la tradizione mitologica degli uomini in nero è antichissima e si confonde con quella stessa, ricchissima e complessa, dei demoni e delle creature della notte in genere e sottolinea che, comunque, veicoli delle descrizioni avute nelle presunte esperienze di contatto con gli uomini in nero sono stati racconti orali, pubblicazioni, film e telefilm. Di assoluto interesse il seguente passo che riponiamo integralmente: (7)

«Tra gli studiosi ci sono state serie discussioni riguardo alla questione se gli uomini in nero e forse gli UFO in generale non siano in relazione con la tradizione mistico-tibetana dei Tulpa. Un Tulpa è una forma-pensiero materializzata e che quindi può essere in parte collegata alle immagini olografiche. W.Y. Evans-Wentz scrisse che come la mente crea il mondo delle apparenze, allo stesso modo essa può creare qualsiasi particolare oggetto desideri. Il processo consiste nel dare forma palpabile a una visualizzazione, esattamente nella stessa maniera di come un architetto plasma, da un concetto astratto, una manifestazione concreta tridimensionale,

dopo averne dato espressione nelle due dimensioni del foglio di carta. Nel suo Iibro Magic and Mystery in Tibet, Alexandra David-Neal rivelò che lei stessa era riuscita a creare un Tulpa che, dopo qualche tempo, sfuggendo al suo controllo, divenne maligno e sfrontato. Da questa prospettiva si potrebbe dire che gli uomini in nero sono forme tulpoidali materializzatesi e stabilizzate grazie a paure collettive del Grande Fratello, del terrorismo e della violenza, dei dirottamenti e di tutte le varietà di intimidazione personale. Il fisico quantistico Thomas Bearden ha ipotizzato che la sindrome degli Uomini in Nero sia basata sulla nostra sintonia con l’inconscio; poiché ciascuno di noi conserva il ricordo di alcune spiacevolezze nel proprio subconscio, talvolta gli uomini in nero cosi sintonizzati possono essere molto cattivi.»

Il cinema di fantascienza ha nutrito abbondantemente l’immaginario collegato alle abduction. Il cinema, ma anche libri, televisione e media in genere, in una sorta di contagio psichico che ricorda da vicino le paranoie demoniache degli anni Ottanta. Correnti di pensiero, animate soprattutto da studiosi del folclore (Jacques Vallée, Bernard Méheust), hanno sostenuto che l’incontro con gli UFO sarebbe in realtà un vero e proprio incontro con l’Altro, rielaborato e interpretato in una chiave accettabile, pur se fuori dall’ordinario, come appunto l’incontro con extraterrestri. Méheust soprattutto, usando gli strumenti tipici dell’antropologia e dell’etnologia, nota che l’immagine UFO si avvale di apporti culturali diversi e sovrapposti, costituendo una dispersione transculturale di numerosi temi folclorici: (8)

«La confusione iniziale, l’ambiguità/ambivalenza della manifestazione ufologica (teatrale, per non dire cinematografica, e al tempo stesso elusiva), la scelta dei luoghi e dei tempi, la chiamata, la paralisi, il blocco dei motori, le luci che si spengono, la luce che scende dal cielo o fa evoluzioni, la sala luminosa, i prelievi di pelle o organi, il meta-viaggio, il teletrasporto, i disturbi e

le malattie successive, le cicatrici, le tracce al suolo: sono tutti elementi che si ritrovano negli incontri tradizionali con l’Altrove, che si tratti di divinità, angeli, demoni, fate, folletti, spiriti, esperienze sciamaniche o storie di streghe». Per Méheust queste forme di “folclore fluttuante” si fonderebbero con il “meraviglioso scientifico” che ha consentito al leggendario arcaico di rinascere in forme inedite, dapprima nella letteratura popolare di fantascienza dal 1890 al 1945, dove si ritrovano i temi che poi diventeranno tipici della casistica ufologica. «Dopo cinquant’anni d’incubazione», scrive ancora Méheust, «il mito si sarebbe incarnato in forma originale nelle esperienze dell’incontro ravvicinato di terzo o quarto tipo, veri e propri romanzi subliminali (a volte suscitati con l’ipnosi, spesso comunque aventi l’aria di stati alterati di coscienza) previa una riorganizzazione delle immagini attorno ai concetti dell’era spaziale». Diventa impossibile non prendere in considerazione che i media, cinema e televisione soprattutto, sono stati i veicoli di tale riorganizzazione, soprattutto dal 1950 a oggi, da quando cioè la visione “diretta” ha potentemente sostituito la fantasticheria dei romanzi e dei pulp. Un film dall’enorme impatto sull’immaginario collettivo (proprio per ciò che riguarda il tema abduction) come Incontri ravvicinati del terzo tipo, è stato preceduto molti anni prima da tutta una serie di telefilm, quali Project UFO, ESP, The UFO Incident, The Invaders, che hanno probabilmente “educato” una cospicua fascia di spettatori ad aspettarsi, in opportune circostanze storiche, la visita dell’Altro.

E negli anni Novanta il grande e “convincente” successo di X Files e del genere “invasione” sembrò dovuto a un matematico allineamento di fattori mai verificatosi negli anni precedenti. Ettore Tibaldi scriveva nell’ormai lontano 1980: «Gli alieni che popolano la nostra fantasia nascono anche dai timori che ci circondano ed esprimono molto bene accanto all’invenzione, l’ossessione e la paura di essere invasi, contaminati, infiltrati da esseri diversi. Tale paura può essere paragonata a quella provata nei confronti del demonio, all’ossessione di restare vittima di una trappola infernale. E questi mostri ci raccontano che l’inferno non é più sepolto nelle viscere della terra, né nascosto tra le nebbie della metafisica, ma che è vicino a noi, tra di noi, quotidiano e ubiquitario. E cosi l’uomo diventa la cavia sociale di una sperimentazione assurda che gioca con la salute delle persone, che mette in movimento oltre alla intossicazione reale quella psicologica che comporta il timore del mostro, dell’alieno dentro di sé». (9)

Allora Tibaldi proponeva un gioco di continue sostituzioni, di rimandi alla Faccia dell’Altro: l’alieno come sostituzione del demonio, l’inquinamento chimico (l’alieno dentro, il cancro) come sostituzione-rimando dell’alieno. Negli anni Novanta, grazie a un estenuante lavoro in profondità   dei media, non esisteva più il rimando, la sostituzione e la metafora. ma demonio, alieni e inquinamento chimico esistevano “nel profondo” perfettamente allineati e indipendenti l’un dall’altro. Perché una grandiosa intossicazione psicologica era avvenuta e noi non ce ne eravamo accorti.

Panorama-copertina

Oggi la storia non si è spostata di molto. Sono però cambiati i soggetti “invasori”. Non più e non soltanto alieni e feticci del folclore (al punto tale che la CIA ha un po’ pateticamente annunciato in tempi molto recenti: «Gli Alieni eravamo noi!»), ma un variegato esercito di controllori e manipolatori della psiche, decisamente più “laici” dei demoni”: scienziati pazzi, politici del Bilderberg Club, spie informatiche e i loro corrispettivi tecnologici, virus geneticamente modificati e computer viventi, fabbricatori di scie chimiche e di nuvole assassine. All’alieno dentro si è succeduto il complotto in ogni sua forma e in ogni dove. Il complotto sta dentro sotto forma di personalità frantumate e assenti. E l’alieno non abita più qui. Magari sogghigna sulle nostre disgrazie da qualche parte nel cosmo. O invisibile in un angolo-striscia della fisica quantistica.

Coloro che hanno deciso di occupare gli spazi vacanti sembrano essere al momento gli Uomini Neri del Califfato islamico. Amici psichiatri mi riferiscono che iniziano ad avere a che fare con turbe notturne e incubi condivisi indotti dai barbari filmati immessi in Rete, alla portata di tutti, da parte dei “combattenti” dell’ISIS. Che del resto hanno già intrapreso da mesi una strategia invasiva in pieno stile Ultracorpi… Prendete una delle ultime copertine del magazine Panorama e verificate di che cosa (Cosa) abbiamo parlato in questo mini-saggio se cancelliamo il termine “Alieno” a favore di “Jihadista”…

 

Note

 

(1) Simonetta Mostarda, Un figlio alieno- Perché Ie Abducton?, In “I Misteri”, 15 (1996).

(2) Colin Wilson, I parassiti della mente, Fanuccl, Roma 1977.

(3) Riccardo Fabiani, Chi si nutre della nostra psiche?, in “La bottega del fantastico” 2 (1979).

(4) Denis Duclos, Le complexe du loup~garou, La Découvette, Parigi 1994.

(5) Ettore Tibaldi, Gli invasori della mente, in Gli invasori- Introduzione alla parassitologia contemporanea, Editiemme, Milano 1981.

(6) Francesco Ravello, L’invasione segreta, in “I Misteri”, 12 (1996).

(7) Peter M. Rojcewitz, Gli uomini in nero e la tradizione-Ipotesi di analogie con la figura tradizionale del Demonio, in MIB, gli uomini in nero tra mito e fenomeno, supplemento monografico a UFO, Upiar,Torino 1989.

(8) Edoardo Russo, Il fenomeno abduction in prospettiva storica, in “UFO”, 5 (1988).

(9) Ettore Tibaldi, La paura dei mostri, in “Entronauti”, 9 (1980).

 

 

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