di Marcello Simoni

DimeMistery.jpg“Ho l’impressione di essere piombato nel bel mezzo di uno di quei romanzi da dieci centesimi!”, si sente rispondere Sherlock Holmes da sir Henry Baskerville, dopo aver chiesto al nuovo cliente se, nell’aggirarsi per Londra, abbia avuto l’impressione di essere pedinato. La definizione usata da Conan Doyle per indicare il “romanzo da dieci centesimi” è dime novel, categoria alla quale egli stesso ascrive la propria narrativa attraverso le parole di un suo personaggio. Si accenna in sostanza a un tipo di letterarura che in base alle traduzioni italiane sfuma dal “romanzetto poliziesco” al “romanzetto d’appendice”.
A prescindere da come la si voglia intendere, sempre di romanzetti si tratta, sebbene al giorno d’oggi nessuno si azzarderebbe mai a definire tale Il mastino dei Baskerville o una qualsiasi altra opera di Conan Doyle. In realtà il dime novel non corrisponde qualitativamente parlando alla letteratura “da quattro soldi” bensì a un tipo di prodotto editoriale a basso costo dell’esatto prezzo di dieci centesimi e inaugurato in America nel 1860, e tuttavia vanta maggior anzianità il corrispettivo inglese, il penny dreadful, che fa la sua comparsa nel 1830.

La narrativa in questione non è soltanto accomunata dal valore di mercato ma possiede prerogative stilistiche che affondano nei gusti delle classi operaie dell’Otto-Novecento, sviluppando trame sui binari del mistero, dell’avventuroso e dell’esotico e ruotando intorno a personaggi hard boiled (duri da cuocere) come Buffalo Bill e Nick Carter, in un ventaglio di ambientazioni che partono dal Far-West per sfociare nel poliziesco. Negli anni successivi, sempre a prezzi stracciati, verranno lanciati sul mercato veri e propri volumetti specializzati, terror/mystery/horror tales e pulp magazines fino all’avvento del weird.
Seguendo le metamorfosi di questa fiction di consumo potremmo risalire senza difficoltà fino alle storie a fumetti e agli odierni serial televisivi. Ma se restringiamo il campo alle prime detective stories ci troviamo di fronte all’evoluzione del feuilleton che all’epoca aveva già dato alle stampe le avventure di Rocambole di Ponson du Terrail e Gli abiti neri di Paul Féval ma soprattutto il Lecoq di Gaboriau, capostipite del genere poliziesco e “antenato imperfetto” — assieme al Dupin di Poe — di Sherlock Holmes . D’altronde lo stesso Mastino dei Baskerville fu pubblicato per la prima volta a puntate per la rivista «The Strand Magazine», come buona parte dei romanzi di Conan Doyle, inserendosi in un mercato rivolto a un vasto pubblico che potremmo definire “di bocca buona”. E fu proprio grazie alla trovata commerciale dei giornali a basso costo — un esempio per tutti, «La Presse» fondata nel 1831 da Émile de Giardin — che la fruizione della narrativa dilagò negli strati sociali medio-bassi, facendo conoscere sotto forma di feuilleton le opere di autori come Balzac, Dumas, Eugène Sue e persino Allan Poe.
Eppure Doyle si riferisce al dime novel con toni non proprio lusinghieri, lasciando intravedere un universo dell’immaginifico sprofondato nella banalità di storie trite e ritrite. Mettendo tali parole in bocca a un aristocratico, per la precisione un baronetto, l’autore ne approfitta per fare il verso a una critica che all’epoca separava l’arte elitaria delle avanguardie da una corrente “industriale”, o meglio “di massa”, giudicata inferiore e moralmente discutibile. In ambito nostrano neppure Emilio Salgari sfuggì a questa (sotto)catalogazione, e sebbene abbia fatto breccia in un ampio mercato editoriale di massa — o forse proprio a tale ragione — ricevette per lungo tempo la quasi totale indifferenza da parte dei repertori bibliografici e istituzionali.
Nonostante oggi la narrativa d’intrattenimento abbia conquistato pari dignità di quella “alta”, nel Bel Paese si fa un gran parlare di un nuovo tipo di letteratura non meglio definita se non per il fatto di essere supportata da una corrente editoriale lowcost. Mi pare limitante considerare un simile fenomeno sotto la mera prospettiva di un trend consumistico e quindi imputare il successo di tali libri al solo prezzo di copertina. Innanzitutto perché non tutti questi discount books conseguono di default vendite da record e in secondo luogo perché per la maggior parte possiedono caratteristiche che consentono di riconoscerli come un nucleo compatto entro la sfera del sistema letterario. Proprio come per i dime novels, abbiamo di fronte l’ennesimo caso di romanzi d’intrattenimento caratterizzati sì da una varietà di filoni e tematiche, ma tutti orientati a offrire ciò che il lettore desidera, o addirittura ciò che il lettore si aspetta. E sebbene tali prerogative possano apparire cliché dai risvolti prevedibilissimi, lo stesso Conan Doyle non disdegna di attribuirle a Il mastino di Baskerville, seppur arricchendo le avventure di Sherlock Holmes con un metodo investigativo che le riscatta dalla tirannia del topos e dell’ovvio.
Se allarghiamo l’ottica e ci stacchiamo dal feuilleton per arrivare alla cronaca, ci accorgiamo di come il discorso trascenda la narrativa. Basti pensare al processo dell’uxoricida Henri Landru, uno dei casi più seguiti nella Francia del primo Novecento, per comprendere come il pubblico sia attratto da un certo tipo di argomenti che vanno dal mistero alla spettacolarizzazione del crimine. Ma pure dall’avventura alla fantascienza più dozzinale, o ancora dal fashion al sentimentalismo modulato nelle infinite varietà del rosa. E tutto sempre per la medesima finalità, cioè per evadere dall’ordinario grazie a una narrativa capace di distaccarci dal tran tran del quotidiano. Parlo di una narrativa di massa, commerciale quanto dir si voglia, ma non certo scevra dei riferimenti a un vivere sociale, a una mentalità o a un folklore e quindi non classificabile a priori in base ai resoconti del venduto. Se poi sarà lowcost tanto meglio, ma non necessariamente: è senz’altro più gradito un buon romanzo ad alto prezzo che due a prezzo dimezzato.
D’altra parte qual è il vero termometro capace di stabilire il gradimento di un libro? Il prezzo di copertina? Il marketing? Il passaparola? O forse il giudizio della critica, che Émile de Giardin estirpò dal suo «Le Presse» per dedicare maggior spazio ai romanzi d’appendice? Niente di tutto questo, la scelta spetta soltanto al pubblico.
Non lasciatevi ingannare dunque, l’invasione continua da molto, molto tempo. Forse avevano nomi diversi, formati diversi, ma i discount books vivono tra noi da centinaia d’anni. Li chiamavano feuilletons, penny dreadful, dime novels, pulp, romanzetti, ma sono sempre loro. E vengono in pace.

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