monina_ultimo_stadio.jpgdi Michele Monina

[Esce il nuovo gonzo-reportage di Michele Monina, probabilmente l’autore italiano più dotato e impegnato nel genere che fu codificato da Hunter Thompson. Dopo tv, musica, spettacolo, tocca allo sport: frecciabr.gif Ultimo stadio – In viaggio tra i tifosi italiani (Rizzoli 24/7, € 17) è un’immersione nelle curve e tra i protagonisti anonimi degli stadi italiani, nell’anno fatale 2007, in cui l’ispettore Raciti e il tifoso laziale Sandri hanno perduto la vita. Cronaca e finzione, divagazione e comicità, tragedia e puro racconto: il new journalism di Monina continua ad aprire la crepa nella nostra narrativa. Riportiamo parte dell’incipit del libro, ringraziando autore ed editore per il permesso. gg]

SCENA PRIMA: NATURA MORTA CON BIDET (ovvero: La curva)

“E questo chi cazzo è? Uno della Digos?”
La pioggia folle scroscia sulle mie membra zuppe di nostalgia.
Piove che Dio la manda. In cima alla curva di uno stadio del nord-ovest, uno stadio qualsiasi, mi viene posta questa domanda, secca, diretta, e rivolta in tono non certo amichevole.
O meglio, viene posta al ragazzo che mi sta di fianco, perché Manolo, questo l’autore di queste poche, concise parole, non è a me che sta parlando, ma di me.

Manolo è alto circa un metro e ottanta e ha le spalle di chi nella vita ha capito che non sarà certo con il cervello che farà strada (e già il fatto di averlo capito, viene da pensare, deve essergli costata non poca fatica). Ha una felpa blu notte, col cappuccio tirato su e stretto dall’elastico e sulle spalle il simbolo della sua squadra del cuore. Completamente zuppa. Nonostante il sole, piuttosto avaro in questa stagione, stia già tramontando, complice l’inverno, non posso non notare una lunga cicatrice che gli attraversa la guancia sinistra. È stata ricucita molto alla buona, con filo spesso, come un tempo capitava di vedere nelle pance delle donne che avevano fatto il taglio cesareo, quando ancora era una pratica non molto diffusa.
Solo che lui ce l’ha in faccia.
Non so perché, a vederla, lì sotto il cappuccio, nella penombra che una fila di alberi, messi a recintare la parte superiore della curva accentua ulteriormente, mi viene in mente lo stopper olandese Jaap Stam.
Sarà deformazione professionale.
Sarà deformazione anagrafica.
Sarà che ho sempre amato il calcio maschio, quello fatto di scontri fisici duri, veri, e Stam era uno di quei difensori che non ci avrebbero pensato più di un secondo prima di stenderti, se era il caso (o come avrebbe detto l’ex capitano della nazionale Argentina e della Fiorentina, Daniel Passarella, anche solo per il piacere di farlo).
Sarà perché ormai tanto tempo fa, durante una semifinale dei campionati europei, poi passata alla storia, a quella particolare branchia della storia che si occupa di calcio, sia chiaro, per essere la partita in cui un giovanissimo Francesco Totti tentò per la prima volta, e con successo, il rigore a cucchiaio, Stam si fece ricucire una brutta ferita procuratasi durante uno scontro di gioco lì, a bordo campo, per non dover rinunciare al resto di quella semifinale.
C’era questo giocatore alto, completamente pelato, le spalle spropositatamente larghe rispetto alla vita (fatto che creava quel tipo di strana asimmetria cui di solito sono oggetto le pornostar che hanno, saggiamente, deciso di investire qualche migliaio di euro in abbondanti protesi mammarie, ben conscie che, nonostante tutto quello che certi uomini hanno a dire a proposito della bellezza dei seni che stanno racchiusi in una coppa di champagne, un bel paio di tette generose usate bene hanno già fatto mezza sceneggiatura), con la sua maglietta arancione, che a bordo campo guardava smanioso i suoi compagni di squadra vedersela con la nazionale italiana. E di fronte a lui c’era il medico dell’Olanda intento a suturargli la ferita all’arco sopracigliare, con la sommaria precisione che una simile operazione praticata a bordo campo può comportare.
Se a volte la figura di certi calciatori è stata impropriamente paragonata a quella dei gladiatori (si pensi alla famosa pubblicità di quelle scarpe sportive con la virgola, o a certe descrizioni giornalistiche di giocatori come Rino “Ringhio” Gattuso…), vuoi per l’essere al centro dell’attenzione di tanti occhi puntati al cuore dell’arena, vuoi per il continuo ricorso alla forza fisica, vuoi per un senso d’epica che non manca mai a certi cronisti sportivi. Se a volte la figura di certi calciatori è stata impropriamente paragonata a quella dei gladiatori, be’, nel caso di Jaap Stam il paragone ci stava proprio, visto che si è fatto macellare dal suo medico sportivo pur di non perdersi la semifinale con l’Italia.
Cosa di cui noi gli siamo eternamente grati, visto che a differenza di Totti, che ci deliziò con il suo primo cucchiaio, lui, Stam, il suo rigore lo sparò, anche quello con la potenza gladiatoria di un Russel Crowe, direttamente nella curva, aprendoci un varco verso la finale con la Francia, poi devastata dal golden goal di un anche lui giovanissimo David Trezeguet.
La cicatrice che Manolo esibisce sulla guancia sinistra ha lo stesso tipo di ricamo di Stam, anche se dubito gliel’abbia fatta lo stesso medico. A meno che, dopo essersi dedicato per anni alla medicina sportiva (che evidentemente non prevede una grande applicazione di punti di sutura da praticare a bordo campo, ma magari si concentra di più sull’utilizzo di anabolizzanti) non sia passato a quella carceraria.
Poco prima che Manolo chiedesse ad Andrea chi cazzo in effetti io fossi, Andrea, il mio socio, mi aveva messo in guardia nei suoi confronti proprio tirando in ballo la cicatrice.
“Non fissargli mai la cicatrice che ha in faccia, diventa una bestia se si accorge che la guardi”, mi aveva avvisato.
Come se fosse semplice non concentrarsi su una cucitura così malfatta, spessa e lunga che attraversa una guancia come un naviglio, ritagliandosi spazio anche tra la barba incolta. Barba che intorno alla cicatrice non cresce, come a volerne sottolineare l’importanza. Traiettoria sghemba come una dorsale appenninica.
“Gliel’ha fatta un nano pugliese con cui era in gabbia la prima volta che l’hanno messo dentro,” si è sentito in dovere di spiegarmi Andrea. Dandomi così, immagino involontariamente, altre preziose informazioni.
Manolo è stato più volte in galera.
E con lui c’era un nano, però pugliese.
“C’era ‘sto tipo che ne voleva pochissime, ma era nano. Manolo, invece, lo vedrai, è una specie di montagna. Una vera bestia. Solo che del carcere non sapeva un cazzo. Non sapeva che lì ci sono altre regole. Così appena entrato nella cella va a rompere i coglioni al nano, dicendogli di sgombrare la branda sotto, che la vuole lui e che se no sono cazzi acidi. Il nano non fa una piega, fa per prendere le sue cose e zac, gli infila in faccia una bottiglia rotta che teneva sotto il materasso, messa lì per le occasioni buone come questa. Cioè, gliela infila completamente dentro la guancia, non è che si limita a lamarlo.”
Come immagine non c’è male, Edward Buker, fosse ancora vivo, ne andrebbe orgoglioso.
Io, potessi scegliere, eviterei di trovarmi con Manolo e con il nano nella stessa cella. Anche se poi, e questa sì che è stata una mia scelta, mi ci trovo in una curva, che con una cella ha molte cose in comune (come ben sanno tutti quelli che si trovano costretti ad aspettare a volte fino a notte fonda, quando fuori scoppiano tafferugli che costringono le forze dell’ordine a gestire situazioni d’allerta, o come purtroppo non sapevano tutti quelli che dentro le curve ci sono morti schiacciati, come nell’Heysel o a Hillsborough…).
Almeno qui, però, di nani pugliesi non ve n’è traccia (forse perché sono nani e non è facile vederli, visto che in curva stiamo sempre tutti in piedi).
Ma tornando a Manolo e al racconto di Andrea, neanche cinque minuti in galera e già si era fatto infilare una bottiglia in faccia. Da un nano. Non fosse la montagna che è verrebbe da dargli del coglione. Ma non mi sembra proprio il caso.
“Così nel giro di un cazzo si è trovato in infermeria, dove il medico non è che ha usato tutte queste attenzioni per ricucirlo. Del resto se era uno bravo mica stava lì, no? E adesso c’ha ‘sta roba in faccia che non puoi non notare.”
Come ragionamento non fa una piega.
“E il nano?” chiedo, incuriosito, come spesso mi capita, dai particolari sbagliati.
“Cazzo ne so, sarà rimasto nella branda sotto. Quello era dentro per aver ammazzato un tale che lo prendeva per il culo per l’accento. Dicono che stava sempre a dirgli, “mangi poppette di mmerda?”, come Abatantuono nel film. Poi gli diceva, “ma porca puttenola” e gli batteva la mano nella testa, come Lino Banfi.”
“Sulla testa,” lo correggo.
“Come sulla testa, la conosci già ‘sta storia?”
“No, niente, continua… continua pure…”
“Porca puttenola, gli diceva. E via botte nella testa. E che chezzolo, e via botte. Poi un giorno il nano si è svegliato e ha deciso che si era rotto il cazzo di essere preso per il culo e gli ha tagliato la gola, in strada. Un colpo secco, quella volta con un rasoio di quelli a lama fissa, che li devi affilare con il cuoio. Poi gli ha cagato sopra, dicono, ma secondo me è una cazzata.”
Un nano preso per il culo per l’accento terrone. E Manolo con la sua cicatrice fatta male, appena nascosta dal cappuccio della felpa blu notte, tutta bagnata dalla pioggia. E io che non lo devo fissare. Non devo assolutamente guardare quella cicatrice.
Del resto anche io sono bagnato dalla pioggia. E non solo. Di più, sono zuppo intriso. Fino alle ossa. E se è possibile anche oltre.
Ho l’anima fradicia, direi se solo fossi Romano Battaglia, magari abbracciato a un albero.
Perché per arrivare qui, in cima agli scaloni in cemento grezzo di questa curva di uno stadio del nord-ovest italiano, proprio sotto la fila di alberi che la recinta per impedire a quelli dei palazzi vicini di scroccare la partita dal balcone o dalla finestra, ho dovuto smontare un bidet dai cessi della curva stessa. Strano senso del dovere il mio, converrete con me. E io con voi.
Sia come sia, è un bidet quello che stringo in mano.
Quando io e Andrea siamo entrati lì, per pisciare, complice le quattro bottigliette di Caffesport Borghetti buttate giù, il gelo invernale e la pioggia, che qui al nord-ovest sembra non mancare mai, neanche negli anni in cui il telegiornale non fa altro che parlare di emergenza siccità, la prima cosa che mi è balzata agli occhi è stato un bidet, messo in un angolo, tra i pisciatoi e i lavandini.
“Cazzo ci fa quel bidet, lì?” ho chiesto. E mentre lo chiedevo, nonostante le quattro bottigliette di Caffesport Borghetti mi sono reso conto di essermi tradito.
Quando l’ho avvicinato, tre settimana fa, per cercare di aprirmi un varco tra i più intransigenti tifosi della squadra della città del nord-ovest dove adesso mi trovo, una di quelle con la fama di avere ultras davvero cattivi, di quelli che è meglio non incrociare, gli ho detto, ad Andrea, che erano anni che andavo allo stadio, ma che era il primo campionato che avevo deciso di passare in curva. Mi ero anche preparato tutta una spiegazione logica, sul perché uno che non è di quella città e che neanche ci abita avesse deciso di tifare proprio per quella squadra lì (una questione legata al Subbuteo e alla particolare bellezza della maglia della squadra stessa, avevo escogitato, oltre che all’amore smodato per un certo giocatore, un fantasista, che in quella squadra aveva militato negli anni passati) e anche sul perché avessi deciso solo quest’anno di andare in curva, ma Andrea non mi aveva chiesto nulla. Si era limitato ad alzare le spalle, e ad accettare la bottiglietta di Caffesport Borghetti che gli stavo porgendo come immaginario Calumet della Pace.
E ancora una volta mi ero detto che nonostante gli anni passati in curva (non questa qui, ma quella della squadra della mia città, Ancona, prima, e quella della squadra per cui tifo, che poi a ben vedere non è neanche una curva, ma una gradinata, la Nord del Genoa, poi) non ci avevo ancora capito niente.
Che il mio modo di pensare, per quanto, come avrò modo di farvi vedere in seguito, in grado di regredire fino a livelli subumani inimmaginabili, specie se uno ha un buon senso di autostima, resta sempre ben diverso dal frequentatore medio delle curve italiane. E con questo non si legga nelle mie parole nessun atteggiamento snobistico, tutt’altro. Proprio per mancanza di snobismo, non posso non constatare, e voi con me, che l’uomo medio che frequenta gli stadi italiani, specie nelle curve, non è solito perdere troppo tempo in ragionamenti sottili. Vuole subito arrivare al sodo. Cerca scorciatoioe. Procede spesso per istinto, un po’ animalescamente.
Per capirsi, è molto più facile che parli come il protagonista di un libro di John King o Irvine Welsh piuttosto che come Eduardo Galeano e Javier Marias, gente che in tutti i casi gli stadi li frequenta e di calcio ha scritto.
Ma Andrea non mi ha posto domande a cui io avevo preventivamente trovato risposte, a questo punto inutili. Ma visto che siamo da pochi entrati nel girone di ritorno, e che quindi, stando a quello che ho raccontato ad Andrea, questa dovrebbe essere almeno la tredicesima partita che ho visto qui in curva, ai suoi orecchi credo sia suonato davvero strano che io non abbia mai notato il bidet nei cessi. Perché se una cosa proprio è impossibile è che uno vada allo stadio e non si rechi a pisciare almeno un paio di volte a partita, specie durante la stagione fredda.
Infatti Andrea mi ha guardato strano, come se non riuscisse a capire il senso della mia domanda.
“Ogni volta che lo vedo me lo chiedo, cazzo…” ho aggiunto, cercando di metterci una pezza.
E lui, Andrea, mi ha seguito nel ragionamento. Come se davvero io fossi un cliente fisso di quei cessi. Come se ogni domenica, dopo essermi scolato qualche bottiglietta del liquore, per altro prodotto nella mia città natale, mi fossi recato lì, nei cessi della curva di questo stadio del nord-ovest per svuotarmi la vescica. E ogni volta mi fossi interrogato, senza risposta, sul senso di aver messo lì, a due passi dai pisciatoi e dai lavandini, un bidet. Andrea ha visto la scorciatoia che gli ho indicato e l’ha imboccata.
“Chi cazzo l’avrà mai usato quel bidet lì?” ho chiuso il discorso, serafico.
Ed è stato a quel punto che anche Andrea, uno che davvero passa tutte le domeniche (o almeno tutte le domeniche in cui la sua squadra del cuore gioca in casa) incastrato nella routine della vita di curva, si è accorto dell’esistenza del bidet. E si è anche reso conto, nonostante il freddo e l’alcol, che un bidet, lì, proprio non ci doveva stare.
Un improvviso risveglio da un sonno millenario, come quello delle dame delle fiabe. Come quando uno si accorge di avere un lieve difetto fisico, che so?, una gobbetta sul naso, solo perché qualcuno, vai a sapere perché, si è sentito in dovere (e in diritto) di metterlo al corrente dei fatti.
“Lo sai che ti puzza il fiato?”
“A chi? A me?”
“Sì.”
Ecco.
Nei cessi della curva c’è un bidet.
E così, senza neanche starci a pensare troppo, mi ha detto, “C’hai ragione, cazzo, lo dobbiamo proprio levare…”
A quel punto sono stato io che non l’ho seguito, nel senso che non ho capito cosa intendesse per “levare”.
Non è che stavamo parlando di una macchia, che uno prende e la leva con uno di quei prodotti fatti apposta, gli smacchiatori, o al limite con un po’ di borotalco e una forte strigliata con la spazzola.
No, qui stavamo parlando di un bidet. Un oggetto buffo, messo lì nei cessi dello stadio, sono d’accordo. Buffo, decisamente fuoriposto, ma dalle caratteristiche piuttosto solide.
Un bidet è un bidet, ovunque mente umana decida di metterlo.
E se si trova dentro un bagno, sia anche il cesso di una curva, potete star certi che non è possibile toglierlo tanto facilmente, perché è attaccato al muro.
In realtà Andrea, di bagni, ne sa molto più di me, perché, vista la zona dove è nato e dove tutt’ora vive, di bagni ne ha tirati su parecchi, e pure fatti a regola d’arte.
Come mi ha detto la settimana scorsa, in trasferta a Parma, dopo che ci eravamo scolati diverse altre bottigliette di Borghetti, e una intera bottiglia di Sambuca (liquore che, lo giuro, pensavo non esistesse più da almeno vent’anni) il mio lasciapassare per il suo cuore, lui “lavorava nell’edilizia”. Da principio ho pensato si trattasse di un muratore, uno dei tanti che abita in zona. Uno di quelli bravi anche con il cartongesso, i tubi e i fili elettrici, magari, di quelli che poi si cotruiscono la casa da soli, scambiandosi favori coi colleghi e così si ritrovano a vivere in villette molto più rifinite di quelle che costruiscono ai loro padroni. Poi, invece, quando ormai la mente stava cominciando a vacillare, per l’alcol e il freddo, ho realizzato che quel “lavoro nell’ediliza” significa che Andrea c’aveva una ditta tutta sua. Che costurisce case o le ristruttura. Andrea è uno che ha sotto di sé una bella squadra di manovali, e che ha rilevato la società del padre quando questo, superati i sessanta, si è rotto le palle di alzarsi tutti i santi giorni alle cinque e mezza per andare a schiantarsi la schiena nei cantieri.
Ma nonostante sia il titolare dell’azienda, una di quelle con un nome inglese, di cui probabilmente ignora pure il significato, Andrea è uno di quelli che la mattina si alza davvero presto, e se ne sta a seguire i lavori fino all’ultimo. Come si dice, il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene.
“Perché è solo così che i dipendenti non ti inculano,” mi ha spiegato, senza bisogno di andare ulteriormente nel dettaglio.
Quindi, visto che lui non vuole farsi inculare dai dipendenti, di cessi ne capisce, eccome.
Così sono venuto a sapere, mentre con Andrea mi chinavo su quel cazzo di bidet, che questi oggetti non sono saldati al muro, come erroneamente credevo, ma imbullonati a terra, al limite bloccati con un lieve rinforzo di cemento. Alla parete posteriore, invece, sono semplicemente appoggiati, tramite i tubi.
Quello che invece Andrea si è dimenticato di dirmi, forse sì, annebbiato dall’alcol e dal freddo, o forse dando per scontato un know-how che io, ahimé, non ho, è che se sfili un qualsiasi sanitario dai tubi con i quali è collegato a un muro, immediatamente viene meno l’effetto del rubinetto, cioè quello di frenare il getto d’acqua che, di norma, dai tubi sarebbe ininterrotto, come quello delle fontane di montagna.
Questo l’ho imparato da solo, sulla mia pelle, e non è un modo di dire. Appena infatti Andrea ha finito di sbullonare il bidet, e dopo aver fatto neanche troppa forza in terra, per sbriciolare il leggero strato di cemento, io, come un vero coglione, ho tirato con tutte le mie forze il bidet verso di me, facendo leva con i piedi alla parete, convinto di trovare chissà quale resistenza. In realtà di resistenza non ne ho trovata affatto, perché le guarnizione dei tre tubi che lo collegavano al muro dovevano essere fottute da tempo.
Il bidet si è sfilato come niente fosse, e io mi sono trovato lì, in terra, le gambe all’aria, con il sanitario in mano e completamente inondato dal getto di acqua che partiva da due dei tubi rimasti scoperti (l’altro, mi avrebbe spiegato poi Andrea, era lo scarico). A bagnarmi da capo a piedi non ci ho messo neanche dieci secondi, anche perché già ero piuttosto zuppo dalla pioggia. Solo che queste non erano gocce, era un vero e proprio getto di acqua.
Calda e fredda, una per tubo.
Doccia scozzese nei cessi della curva.
E per di più, prima di potermi alzare, ho anche dovuto scanzare il bidet, che nella caduta mi era cascato addosso, lasciandomi, immagino, ematomi vari.
E adesso me ne sto qui, con Andrea di fianco e Manolo di fronte, tutti sotto la pioggia. Credo che mi si noterebbe, non fosse per la pioggia, perché io sono quello col bidet in mano. Particolare non da poco, converrete con me.
Del resto ho anche io il viso mezzo coperto dal cappuccio, almeno finché Andrea non me lo scopre, per farmi riconoscere da Manolo.
“Cazzo dici,” fa a Manolo, tirandomi giù il cappuccio e mostrando i miei lunghi capelli neri, ricci, completamente appiattiti dall’acqua.
“È Michele, non te lo ricordi?”
No, sembra che Manolo non si ricordi di me. Allora Andrea insiste, guidato da non so bene che spirito di squadra nei miei confronti.
“Cazzo, Manolo, è Michele, è uno dei nostri, viene sempre in curva, domenica era pure a Parma… dai, non puoi non ricordartelo…”
Manolo mi guarda, e sicuramente con lui i veri tipi della Digos, che, dall’altra parte delle videocamere a circuito chiuso, si staranno chiedendo, legittimamente, che cazzo ci fa uno coi capelli lunghi, neri e ricci, una felpa verde cagata di lattante tirato su col latte artificiale, alto sul metro e settantacinque, sugli ottanta chili di peso, con un bidet in mano, lassù in cima alla curva della squadra di casa.
E me lo chiederei anche io, se non fossi ormai tutto preso dalla surrealtà di questo dialogo tra sordi.
Così come, con ancora più urgenza, mi coprirei la faccia con il cappuccio, se solo non avessi le mani occupate dal tenere un bidet appena scardinato (si può dire: scardinare un bidet?, mi chiedo mentalmente, perché anche in questi momenti non mi dimentico mai, almeno non del tutto, di essere uno scrittore che si trova da queste parti per una missione, come John Belusci nei Blue’s Brothers) dai cessi della curva.
Per di più ho anche le nocche completamente spaccate, dal freddo e dai pezzetti di ceramica che si stanno staccando dal simpatico sanitario che stringo in mano.
A vederle, le mie nocche, devono sembrare quelle di un pugile suonato, di quelli che riempiono romanticamente le pagine di tanti libri. Chessò, di quelli che si muoverebbero a proprio agio tanto tra un ring e un sacco quanto tra un racconto di Nick Tosches e un romanzo di Hemingway, uno che, immagino, di pugilato si è sicuramente occupato, anche se a memoria non mi viene in mente neanche un suo scritto legato alla nobile arte.
Lui era uno che si sarebbe trovato bene a parlare di pugili, come di toreri e soldati, ma anche di tifosi di calcio. Perché quella che va in scena qui, oggi, in questa curva di un qualsiasi stadio del nord-ovest non è altro che un capitolo di un libro di guerra, continuo a ripetermi, probabilmente ormai rincoglionito dal Caffesport Borghetti e dal freddo che sembra stringermi le ossa come in una morsa.
Non è un caso che proprio di fronte a quello che per molti è uno dei templi del calcio, l’Old Trafford di MadChester, dove giocano i Red Devils, tra le squadre più forti dal mondo, si trovi l’Imperial War Museum North, penso, e a questo punto è ufficiale che non sono più molto lucido.
Non è un caso, che una volta arrivato in cima a quel mausoleo voluto dal governo britannico a memento delle brutture di tutte le guerre, il mio occhio di reporter non abbia avuto di meglio da fare che perdersi nell’ovale dello stadio, pensando alle discese inesauribili di Ryan Giggs, alle legnate impenitenti di Jaap Stam, sempre lui, di cui mi è impossibile, a questo punto, non citare una mitologica semifinale di Coppa dei Campioni contro la Juventus in cui annichilì, senza fargli toccare un solo pallone, quel furetto di Pippo Inzaghi, e del suo degno compare Roy Keane, alle vecchie traiettorie perfette di David Beckham per Ruud Van Nistelrooy, ieri, e alle gighe tozze ma inesorabili di Carlos Tevez (uno che mi dovrebbe stare antipatico a morte, visto che ha tradito i colori per cui tifo nella Premier League, quelli del West Ham, ma che gioca talmente bene che non posso non perdonarlo) e alle sbruffonate di Wayne Rooney, oggi (Cristiano Ronaldo, purtroppo, non riesco proprio a prenderlo in considerazione).
Una guerra moderna, mi ripeto.
E mentre penso questa cosa, sicuramente poco degna di nota (infatti la chiamo cosa, come succedeva ai tempi delle medie quando bisognava descrivere un oggetto o una situazione non molto identificabile, magari anche poco significativa, se non del tutto imbarazzante, non è infatti un caso che, per pudore, le donne continuino a chiamare così le mestruazioni, “le mie cose”), con lo sguardo cerco di trovare un appiglio meno rischioso della cicatrice sul volto di Manolo.
Ma intorno a me è tutto altrettanto improbabile.
Ci sono solo uomini, come in un film apocalittico e horror, di quelli diretti al cinema da Danny Boyle o scritti per la televisione da J.J. Abrhams. Un mondo di uomini, si intitolerebbe, e avrebbe un certo successo in DVD o nelle sale all’aperto, d’estate.
Un mondo di uomini, come la curva in cui mi trovo. Come qualsiasi curva in cui mi sia mai trovato. Sono quasi tutti giovani, al massimo intorno ai trenta, e tutti sono imbacuccati fino ai capelli. Sono tutti imbacuccati, ma, nonostante la fitta pioggia che non ha lasciato questa città del nord-ovest da inizio mattina, nessuno dei presenti in curva ha un ombrello. E non è solo un fatto di sicurezza, perché nelle gradinate e nelle tribune, anche in quelle coperte, di ombrelli se ne vedeno. No, qui non si tratta di ombrelli sequestrati all’ingresso da qualche solerte carabiniere (gli stewart neanche li voglio prendere in considerazione, a queste latitudini).
Dentro gli stadi mi è capitato di vedere di tutto, dalle lame, onnipresenti, alle spranghe, alle bombe carta, via via, fino a una pistola lanciarazzi, figuriamoci se può essere un ombrello il problema. Del resto tutti hanno ben chiare nella mente le immagini degli stupidi ultras che lanciano un motorino dal penultimo anello di San Siro. Tifosi interisti che, facendo propri i versi del Ministero dell’Inferno, hanno pensato che “qua l’autodistruzione resta l’unico vero rimedio”, hanno deciso di far seguire ai pensieri i fatti e hanno tentato di mettere fine all’esistenza di qualche loro collega, sempre con a cuore la stessa squadra, l’Inter.
Un motorino è più ingombrante di un ombrello, magari di quelli portatili che gli indiani ti vendono sotto la fermate delle metropolitane non appena comincia a piovere.
No, il fatto è che qui, in curva, l’uomo deve essere uomo, e non è certo un po’ di pioggia a poter mettere in discussione un così semplice concetto.
Non ci sono donne, o se ci sono non le si può riconoscere sotto i pesanti impermeabili e i bomber. Donne bardate come tante Mulan contemporanee, costrette a fingersi uomini, i capelli raccolti in crocchi sotto i copricapi, pronte a scappare se c’è da menare le mani (quindi Mulan sì, ma non guerriere).
Sicuramente non ci sono bambini.
Del resto non siamo a una partita del Chievo, e l’idea di portare la famiglia allo stadio, a queste latituidini, è ancora più stupida di stradicare un bidet dai cessi e portarselo a zonzo per la curva.
Il panorama intorno a noi non offre nulla che valga la pena guardare. Nulla che non abbia già visto. In altri stadi. In situazioni non diverse da questa.
Per quanto mi sforzi di trovare un appiglio è sulla cicatrice che alla fine si ferma il mio sguardo.
Ma Manolo non sembra curarsene. Non perché non si stia interessando a me, tutt’altro. Il motivo per cui non si accorge del mio sguardo fisso è perché anche lui sta fissando me, ma non il mio viso. Il suoi occhi sono concetrati sulle mie mani, rotte dal freddo, e sul bidet che tengono stretto.
“Sicuro che non è uno della Digos?” insiste.
Vorrei dirgli, “Ma mi hai visto bene? Ti sembro un poliziotto? C’ho una faccia da poliziotto, io? Coi capelli lunghi, la barba incolta, il bidet tra le mani?”. Ma so che sarebbe tutto inutile.
Anche conciato così io sono fuoriposto, qui. Un po’ perché, mi accorgo, nessuno da queste parti porta i capelli lunghi in questa curva. Almeno nessuno di quelli che non portano un cappuccio, e sono davvero pochi.
Mi è già capitata una situazione simile, durante un altro reportage, ma evidentemente l’esperienza non sempre insegna. Almeno non a me.
Nel 2003 sono stato per un mese in Malesia, sulle tracce dei luoghi salgariani. Labuan, Kuching, Mompracem e via discorrendo. Lì era un altro tipo d’eroe con cui avevo a che fare, Sandokan. Essendo passato da poco l’11 settembre, e non essendo noi occidentali visti di buonissimo occhio dai musulmani, anche grazie a certe scelte non proprio azzeccate da parte dei nostri governi, ero un po’ in apprensione. Erroneamente pensavo che la vicinanza con l’Indonesia, dove erano capitati alcuni brutti attentati, facesse della Malesia uno stato a rischio. Così, tanto per non dare nell’occhio, mi ero lasciato crescere la barba per oltre tre mesi. I capelli, invece, non li tagliavo dall’ultimo dell’anno del ’99, gesto dadaista che avveniva oltre deici anni dopo la mia ultima visita da un barbiere. Ero quindi sceso all’aeroporto di Kuala Lumpur con una barba che mi arrivava quasi al petto e i capelli lunghi, raccolti in una coda di cavallo, sicuro di confondermi, complice la mia carnagione olivastra, con la popolazione locale. Poco prima di partire mi era capitato di intervistare lo scrittore anglo-pakistano Hanif Kureishi, il quale mi aveva detto, “Fratello, tieni duro”, convinto che fossi un musulmano in terra italiana, straniero in casa tanto quanto lo era lui, per tutti a Londra un paki. Se avevo ingannato Kureishi, avrei ingannato anche i malesi, mi ripetevo come in un mantra.
Avevo invece impiegato poche ore per scoprire che nessuno, in Malesia, porta i capelli lunghi, segno di trasandatezza, se non addirittura di ribellione poco in simpatia al governo (non esattamente di quelli democratici, motivo per cui anche il terrorismo era tenuto alla larga). Discorso a parte invece per la barba. Anche quella era completamente assente dai profili degli autoctoni, ma per questioni genetiche. Per evitare brutti spettacoli, con pelurie sparute, un po’ alla Zucchero, i musulmani locali avevano optato per un look implume. In poche parole ero l’unico con barba e capelli lunghi in tutta la Malesia. Una sorta di mosca bianca. Ottimo modo per passare inosservato.
Così è adesso, a prescindere dal fatto di avere un bidet in mano.
Nessun ultrà porta i capelli e la barba lunghi. Almeno non qui.
Quando capita di vedere una testa senza cappuccio, novanta volte su cento è rasata, con la sfumatura alta, come Alberto Sordi nel film in cui era emigrato in Australia. E se qualcuno sta pensando che dietro ci sia una qualche implicazione politica, come avrò modo di raccontarvi più avanti, ha pienamente ragione.
Anche in questo sono fuoriposto. E vengo confuso per qualcun altro, uno della Digos, addirittura. Ma se tutti quelli incontrati fin’ora mi hanno sempre chiamato Sandokan, per un a capigliatura e una barba che sicuramente ricorda più quella di Kabir Bedi che quella del tenente Sheridan. È vero che Al Pacino, con il suo Serpico, e poi Don Johnson in Miami Vice, ha fatto un sacco di danni in proposito, ma come fanno a pensare che uno che se ne sta in curva con un bidet in mano sia uno della Digos? Cosa sarei, una specie di infiltrato che vuole mettere in cattiva luce gli ultras, come si diceva dei Black Block a Genova? Pensano che io sia un guastatore?
Mi stanno proprio confondendo con qualcun altro.
Del resto, questo fatto di essere confuso per qualcuno di estraneo mi è capitato nel corso degli ultimi mesi, quando mi sono deciso di a intraprendere un giro per gli stadi italiani e dare un’occhiata a quella che era diventata la vita in curva.
Non che ne avessi esattamente bisogno, visto che sono ormai circa trent’anni che frequento gli stadi, e sempre in curva (in tribuna ci vado solo per vedere i concerti, quando non opto per il prato, tanto per sentirmi ancora giovane). Solo che stavolta era per lavoro, e il mio sguardo necessitava di maggiore attenzione.
Qualcosa che suonasse vagamente professionale.
Ancora una volta Hemingway, mi verrebbe da dire.
Parla solo di quello che conosci.
Del resto l’ho sempre fatto, da che scrivo. Musica. Viaggi. Libri. Televisione.
E adesso il calcio.
Il calcio visto dalla curva. L’unica prospettiva che conosco.
Ma per vedere meglio le curve ho deciso di intraprendere un viaggio un po’ più programmatico. Tentando di tirare le somme di questi trent’anni attraverso quello che sono le curve oggi.
E sì che io le curve le conosco bene, perché sin da piccolo sono stato educato al calcio da un padre tifoso e arbitro. Una sorta di ossimoro in carne e ossa, tanto ligio alle regole quando si trattava di una qualsiasi partita di non professionisti che si trovava a dirigere, tanto poco obiettivo quando guardava una partita della sua amata Juventus alla televisione. Non fosse un diacono verrebbe da dire una vera e propria fede.
E mentre l’Europa era funestata dal fenomeno hooligan, virus che partito dall’Inghilterra aveva presto contagiato anche gli altri paesi, io mi ritrovato, praticamente bambino, a seguire le imprese dell’Anconitana, non certo il ghota del pallone, ma sicuramente una buona squadra di provincia per cui tenere.

Zigo-zago-zigo-zago-Zandegù.
Zigo-zago-zigo-zago-Zandegù.

Se qualcuno mi chiedesse, in questo preciso momento, qual è il mio primo ricordo legato al mondo del calcio partirei da qui, dal coro che i tifosi dell’Anconitana avevano deciso di dedicare al loro idolo, Maurizio Zandegù.
Piccolo di statura, probabilmente anche brachiartico, un po’ come Diego Armando Maradona, Zandegù era un fantasista che si è trovato a giocare nella mia città natale nei primi anni ottanta, arrivando prestissimo a conquistare il cuore della tifoseria locale.
Esordì con la casacca rossa dell’Ancona nella fortunata stagione 81-82, e vi militò fino a quella 83-84, regalando emozioni, specie sui calci piazzati. Era il periodo in cui l’Anconitana, che proprio nell’82 diventerà semplicemente Ancona Calcio, era allenata da Pierluigi Mascalaito.
Proprio in quella stagione 81-82, grazie anche agli otto goal realizzati da Zandegù e ai dieci realizzati dal bomber Tamalio (che però non conquistò altrettanto i cuori di noi tifosi), provai l’ebrezza della promozione in C1.
L’inizio degli anni ottanta, quando io già andavo alle scuole medie. Quindi, sicuramente, non è questo il mio primo ricordo legato al mondo del calcio.
Molto più probabilmente è qualcosa che ha a che fare con i Mondiali di Argentina, quelli datati 1978. Romanticamente potrei dire che la prima immagine ferma sulla mia retina di bambino, di appena nove anni, è quella di Mario Kempes, centravanti e capitano della compagine di casa (quella che si era tolta il lusso di lasciare il giovanissimo Diego Armando Maradona piuttosto imbronciato sugli spalti, tanto aveva il regime dalla sua), che si rifiuta di stringere la mano al dittatore Videla, segnando il suo destino per sempre (destino che lo vedrà, nel nuovo millennio, allenare una compagine di soli extracomunitari a Fidenza, esperienza piuttosto naif e sicuramente non molto fortunata).

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