trombones.jpgdi Wu Ming 1

da Giap n.5, quinta serie, “Sinfonie forcaiole e dissonanze di libertà”, 29 marzo 2004

Sarà in distribuzione dal 31 marzo il libro Il caso Battisti. L’emergenza infinita e i fantasmi del passato, a cura della redazione di Carmilla, con interventi di Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Wu Ming 1, Serge Quadruppani, Mauro Bulgarelli, Girolamo De Michele, Pierre Vidal-Naquet, Enki Bilal, Bernard Henri-Levy, Daniel Pennac e altri.
L’editore è NdA Press, costa 8 euro. Chi non lo trovasse in libreria può ordinarlo direttamente sul sito dell’editore.
Nell’attesa, consigliamo vivamente di leggere l’articolo che Valerio Evangelisti sta pubblicando a puntate su www.carmillaonline.com, “E Frankenstein fabbricò la sua creatura. L’orrore della stampa e dei media italiani rivelato dal caso Battisti”. Evangelisti smonta una per una le bubbole sulla vicenda giudiziaria, umana e professionale di Cesare Battisti propinate senza vergogna dall’informazione nostrana.
Nel frattempo, anche l’opinione pubblica francese è soggetta a incredibili pressioni da parte di italiani (VIP e carneadi uniti nella guerra sucia), i quali inondano web e stampa d’Oltralpe delle stesse frottole che noi continuiamo a smontare documenti alla mano pur sapendo che Lorsignori le ripeteranno facendo finta di niente.

Lorsignori sono arrivati a negare che in Italia vi siano mai state leggi d’eccezione per combattere il terrorismo. Bizzarro, dal momento che la faccenda è consegnata nero su bianco alla storia e fu riconosciuta anche dalla Corte Costituzionale nel 1982. Magistrati, giuristi e storici del diritto criticarono aspramente quelle leggi, i primi nomi che vengono alla mente sono Romano Canosa, Italo Mereu, Luigi Ferrajoli e Giovanni Palombarini.
Lorsignori sono arrivati a negare che le condanne a Battisti si basassero prevalentemente sulle voci sentite da un “pentito” a distanza di qualche anno dai fatti (Pietro Mutti).
Lorsignori sono arrivati a dire che “il terrorismo e il colore del terrorismo non c’entrano” perché Battisti sarebbe un criminale comune.
In Francia gruppi di destra hanno divulgato l’indirizzo di Battisti incitando all’aggressione. Per fortuna si trattava di un vecchio recapito.
E tutti a controbattere all’affermazione – fatta da alcune persone, non rappresentative dello spettro di posizioni nella campagna pro-Battisti – che nell’Italia degli anni ’70 vi sarebbe stata la guerra civile. civilwar.jpg
Tutti a dire: “non fu guerra civile”, “non fu guerra civile”, “non fu guerra civile”. Per quel che ci riguarda, non l’abbiamo mai affermato. Il finto dibattito sulla guerra civile, a cui i nostri quotidiani hanno dedicato intere spaginate, è un diversivo per non discutere delle gravi storture giuridiche (e restrizioni delle libertà civili) introdotte dall’emergenza, e della pessima memoria pubblica su quelle vicende.
Anzi, si tratta proprio di una strategia per perpetuarla, questa cattiva memoria, continuando a mistificare le lotte degli anni Settanta (errori e impazzimenti compresi).
Chiunque abbia un po’ di lucidità residua si renderà conto che un dibattito sulla “guerra civile” è oggi prematuro, se si pensa che a sinistra il carattere di guerra civile della Resistenza è stato riconosciuto senza titubanze da poco più di dieci anni, grazie alla monumentale opera di Claudio Pavone Una guerra civile. 1943-1945, saggio storico sulla moralità nella Resistenza (Bollati Boringhieri, 1991).
Tornando a Battisti: una simile campagna bipartisan e transnazionale di demonizzazione mediatica non si vedeva da parecchio tempo. Hanno calpestato la verità in ogni possibile modo, e sepolto nel silenzio ogni voce critica. Chi è riuscito a trovare uno spiraglio per sfidare il conformismo è stato lapidato (ne sa qualcosa Erri De Luca).
Abbiamo notizia di diverse persone che, qui in Italia, hanno contestato le ricostruzioni a mezzo stampa, mandando e-mail a giornali e trasmissioni televisive, o telefonando a talk show radiofonici. Le loro opinioni sono state censurate e/o ignorate.
La consegna è: sbattere il mostro in prima pagina e nei titoli dei TG della sera. Premere premere premere finché il mostro non finirà in galera per il resto dei suoi anni.
A tal fine, qualunque argomento va bene, anche tirare in ballo vittime che non c’entrano niente con questo caso, come Guido Rossa o Walter Tobagi.
In particolare Walter Tobagi viene menzionato senza dire che il suo assassino Marco Barbone fu protetto e premiato dallo Stato, perché si “pentì” e con le sue rivelazioni patteggiate coinvolse mezzo elenco telefonico di Milano, e non solo.
L’orrore del “pentitismo” fu proprio questo: pluriomicidi a piede libero perché si erano venduti gente molto meno “colpevole” di loro, gente che aveva consegnato un volantino o ospitato la persona sbagliata la notte sbagliata o aveva fatto quattro ciacole al bar con un latitante.
Un tempo, non troppo tempo fa, queste cose le diceva anche Giorgio Bocca. Oggi non le dice più. Sic transit gloria mundi.
Oggi Marco Barbone firma articoli su “Tempi”, la rivista del quotidiano “Il giornale”, articoli contenenti perle come questa:
I girotondi costituiscono, che gli piaccia o no, il milieu culturale al cui interno una scelta sciagurata come la lotta armata trova appoggio, silenzio, conformismo omertoso di stampo mafioso“.
aznar.jpg“Il giornale” è sempre il primo organo di stampa a esprimere sdegno per la campagna pro-Battisti e a trasformare in argomento politico e legale il dolore dei parenti delle vittime.
Come mai una parte di questo fervore civile non lo spendono per ricordare i parenti delle vittime dei “pentiti”?
Le elezioni spagnole dimostrano che, in materia di gestione dell’allarme-terrorismo, non sempre paga tirare troppo la corda e cercare capri espiatori. Il problema è che qui in Italia, anche a “sinistra”, sono tutti dei piccoli Aznar.
Contrastare alla pari quest’offensiva è impossibile. Al momento, quel che si può fare è emettere qualche nota dissonante, rovinare almeno un po’ l’esecuzione della sinfonia forcaiola.
Note dissonanti, stridenti, come quelle emesse da Massimo Carlotto nel suo ultimo romanzo L’oscura immensita’ della morte, che affronta proprio la strumentalizzazione statale e mediatica dei parenti delle vittime.
Leggetelo, scendete in strada e unitevi alla sgangherata orchestrina della libertà.

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