L’ORRORE DELLA STAMPA E DEI MEDIA ITALIANI RIVELATO DAL CASO BATTISTI

di Valerio Evangelisti

L’asso nella manica

Battistimostro.jpgBattistimostro2.jpgIn genere, la stampa italiana ha un grado di pretenziosità più alto della televisione o della radio nazionali. Questi ultimi due media, quando non sono puramente commerciali, sono comunque vincolati al potere politico o a interessi privati, che ne designano i vertici. Da parte del pubblico non vi è grande aspettativa di attendibilità nei loro confronti; anzi. Solo alcuni corrispondenti, alcuni commentatori godono di prestigio. Gli altri — la maggioranza — vengono regolarmente triturati da trasmissioni satiriche (Blob, Striscia la notizia, Mai dire domenica ecc.) che sono una sorta di bidone della spazzatura a uso interno, molto gradito dal pubblico.


Diverso il discorso per la stampa quotidiana o settimanale, nazionale o locale. Il direttore, l’editorialista di prestigio, il corrispondente con un lungo mestiere alle spalle posano a intellettuali (e spesso lo sarebbero, per formazione), discettano con competenza sulle materie più varie, parlano da interpreti autorizzati dell’opinione pubblica, scrivono con la sicumera di chi coltiva la verità e possiede informazioni sconosciute ai più. Del resto, si lodano tra loro, si citano, si premiano l’un l’altro, si presentano compatti all’applauso.
Se io non conoscessi Cesare Battisti ormai da anni, se non avessi ricostruito per mio conto il suo cammino umano e giudiziario, forse conserverei dei signori della stampa italiana un’immagine simile a quella che propongono essi stessi. In passato, a dire il vero, la mia fiducia aveva oscillato parecchie volte. Ricordo lo shock che provai quando, nel terz’ultimo volume della Storia d’Italia di Indro Montanelli — celebrato anche dagli avversari quale maestro di giornalismo — trovai scritto che Francesco Lorusso, lo studente ucciso a Bologna l’11 marzo 1977, sarebbe stato armato di pistola. La fonte: il “pentito” Antonio Savasta. In realtà il dettaglio non ha alcun fondamento, è totalmente campato in aria, fu smentito fin dal primo istante. Perché, dunque, Montanelli lo fece proprio, fino a inserirlo in un volume con pretese storiografiche? Forse perché odiava Lorusso anche dopo la morte, per squisite ragioni ideologiche? Non lo so. So solo che la Storia d’Italia di Montanelli e collaboratori (Gervaso, Cervi) seguita a essere ristampata con quella pagina bugiarda e infame. E se Montanelli continuava a disprezzare Lorusso post mortem, io mi sento autorizzato a coltivare il suo stesso grado di pietà.
Poi sono state tante altre le macchie della stampa italiana che mi hanno indignato. Specie in occasione di guerre recenti, in cui foto fasulle e reportages balordi servivano a confortare il partito preso del direttore del giornale e dei suoi più stretti collaboratori.
Ma non posso dilungarmi e vengo allo specifico: il caso Battisti. Un’occasione in cui la stampa, seguita dagli altri media italiani, ha dato il peggio di sé. Penne raffinate e scribacchini, tromboni di partito e sedicenti maestri di saggezza, si sono ritrovati complici nel costruire, con maggiore o minore eleganza, una mostruosa inversione della verità. Tratto comune a tutti loro: una completa ignoranza dei fatti più elementari. Fine comune: gettare in pasto ai lettori un capro espiatorio costruito all’uopo. Sottofondo comune: la rinuncia a ogni deontologia professionale.
Non era la prima volta. Be’, ci sono ricascati. Cercherò di dimostrarlo.

Chi è Cesare Battisti. Le leggendarie origini

Sull’identità di Battisti, quanto a origini familiari, ci informa nientemeno che GIORGIO BOCCA. Su La Repubblica del 20 marzo ci spiega che è pronipote dell’eroe omonimo della prima guerra mondiale. Ebbene, non è affatto vero. Da dove ha tratto Bocca simile notizia? Chissà. Gli serve, comunque, per tirare in ballo, attraverso un ragionamento arzigogolato (l’occasionale incontro con una figlia dell’eroe), Vittorio Vidali: l’agente di Stalin che nel corso della guerra civile di Spagna torturò a morte il leader del POUM, Andrés Nin (questo Bocca non lo dice e magari non lo sa) e più tardi fece finire nei lager parecchi antifascisti italiani. “Forse una storia arrivata fino al Battisti pronipote…”.
Ecco che una falsa genealogia serve a collegare goffamente, fin dalla nascita, Cesare Battisti (quello odierno) a un assassino. Se fossi nei panni di Giorgio Bocca morirei di vergogna. Ha dato prova di quello stile stalinista che dice di aborrire.

Cesare Battisti, il Re del Terrore

Quanti e quali sono i crimini di Cesare Battisti? Questo è il campo in cui la stampa si è più sbizzarrita, sorretta dalla televisione.
Partiamo dall’esempio più balordo, tratto da un articolo di ENZO CATANIA (il “Turbominchia” del Processo di Biscardi) apparso su La Sicilia del 9 marzo 2004. Già il titolo che figura in prima pagina — “Il brigatista Battisti uccise un catanese” — è un intreccio tra due menzogne. Intanto Battisti non era affatto un “brigatista” (come poi scriverà anche MARIO PIRANI su La Repubblica). E poi, chi sarebbe il “catanese” da lui ucciso?
Si tratta di Vincenzo Consoli, un avventore del ristorante Transatlantico di Milano, morto nel corso della sparatoria che, il 22 gennaio 1979, oppose il gioielliere Pier Luigi Torregiani e un suo cliente, entrambi armati, a due rapinatori. Uno dei banditi rimase ucciso (“l’ennese Orazio DaIdone”, spiega Catania, sensibile alle questioni di campanile), e l’episodio provocò poi, il mese successivo, l’agguato mortale a Torregiani fuori della sua gioielleria.
Nessuno ha mai pensato di attribuire a Cesare Battisti, e nemmeno ai PAC (Proletari Armati per il Comunismo) in generale, la rapina al Transatlantico e la morte accidentale di Vincenzo Consoli. E difatti, nell’articolo di Enzo Catania non se ne fa cenno. Il titolo “Il brigatista Battisti uccise un catanese” serve solo a eccitare i lettori de La Sicilia contro il “mostro” Battisti.
L’articolo del “Turbominchia” è poi farcito di dettagli gratuiti (“Torregiani sorrise al cameriere, si rassicurò nel toccare il borsello che conteneva la sua Smith & Wesson”), ridicoli (“in un altro tavolo singolo c’era uno dei conti Dal Verme, un elegante giovanotto”, “mentre gli altri sei mangiavano pizza alla diavola e margherita, la parapsicologa cominciò a sfilarsi anelli e monili e a sbuffare”) e fasulli, tipo la presenza di un terzo bandito rimasto a fare da palo.
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Quest’ultimo dettaglio, come parte della descrizione della dinamica della rapina, proviene in realtà da un vecchio articolo di GIAMPAOLO PANSA scritto a ridosso dell’assassinio di Torregiani, “L’orefice con la pistola” (compreso nel 1980 nel volume “Storie italiane di violenza e terrorismo”, ed. Laterza). Forse proprio perché scritto a caldo (ma sì, concediamo le attenuanti!), l’articolo è infarcito di inesattezze. Non c’è mai stato alcun “terzo uomo” nella rapina al ristorante (e, se ci fosse stato, comunque non avrebbe potuto trattarsi di Battisti). Inoltre Pansa, e dopo di lui Catania, sorvola sul ferimento del figlio adottivo di Torregiani, il giorno dell’attentato a quest’ultimo, finendo per attribuirlo agli aggressori.
Se Pansa, ripeto, aveva a suo tempo qualche scusante, ne ha di meno La Padania, che, scoppiato il “caso Battisti”, ha ripubblicato il suo articolo senza modificarne una virgola. Del resto, l’episodio tragico del figlio di Torregiani rimasto paraplegico è divenuto, sui nostri media, il perno della costruzione del “mostro Battisti”. Ciò sebbene, come vedremo tra breve, Cesare Battisti non sia affatto accusato di avere partecipato direttamente al delitto, e la sua partecipazione “indiretta” (quale organizzatore, o affiliato alla banda armata organizzatrice) derivi da un “teorema” accusatorio dalle basi estremamente labili.
Comunque, ormai, quando si pensa a Battisti, lo si associa automaticamente all’assassinio di Pier Luigi Torregiani e al figlio di questi costretto a muoversi in carrozzella. Il fine è raggiunto.

Lo spettacolo dei sentimenti e le sue ricadute

Va detto che Alberto Torregiani, figlio adottivo di Pier Luigi, è infinitamente più nobile di chi, nelle settimane scorse, lo ha intervistato innumerevoli volte. Ha sempre ammesso sinceramente, infatti, che a ferirlo nella concitazione della sparatoria e a renderlo invalido fu il padre. Non ha mai accusato di questo Cesare Battisti. Solo che la sua semplice apparizione, nel corso di programmi televisivi consacrati a Battisti, o la sua menzione, nell’ambito di articoli dedicati allo stesso tema, è emotivamente sufficiente a mettere in secondo piano le parole da lui dette. Oggi, diversi milioni di italiani sono persuasi che Cesare Battisti abbia personalmente ucciso Pier Luigi Torregiani e ne abbia reso paraplegico il figlio.
Anche adesso, quando è ormai noto che nessuna delle due asserzioni corrisponde a verità, il figlio invalido di Torregiani viene evocato ogni volta che si vuole eccitare l’opinione pubblica (non solo italiana) contro Battisti.
Vediamo alcune varianti tra le più insidiose. Scrive BARBARA SPINELLI (come si noterà siamo mille miglia lontani dal “Turbominchia”), in una lettera agli intellettuali francesi apparsa su La Stampa del 7 marzo 2004, poi ripresa da Le Monde:
Così furono uccisi il macellaio di Venezia Lino Sabbadin e il gioielliere di Milano Pierluigi Torregiani, con la partecipazione diretta o indiretta di Battisti. Nel corso della colluttazione, Adriano [in realtà Alberto, n.d.r.] figlio di Torregiani fu colpito da una pallottola sfuggita al padre prima che questi cadesse, e da allora, paraplegico, è sulla sedia a rotelle. L’ho visto alla Rai il giorno in cui Battisti è stato scarcerato. Peccato non l’abbiate potuto vedere anche voi.”
Rincara GIULIANO FERRARA, su Panorama del 15 marzo 2004:
A me non piace rivedere in tv il povero figlio del gioielliere Torregiani sulla sedia a rotelle da oltre vent’anni per aver preso un colpo nella schiena dalla banda armata di Battisti o da lui in persona (secondo le sentenze), tendo a voltare lo sguardo dall’altra parte per il dolore che provo per lui e per il raddoppio di quel dolore, la sensazione che a quell’orfano ferito per sempre nessuno spirito di vendetta restituirà felicità, ma che dico, un minimo di benessere.”
Simpatico quel “secondo le sentenze” di Ferrara. In teoria, la sentenza valida dovrebbe essere l’ultima, che proscioglie Battisti dall’avere commesso direttamente il delitto — non quella che fa più comodo citare. Però la sostanza vera dell’articolo sta nel fatto che Alberto Torregiani avrebbe “preso un colpo nella schiena” da Battisti o dalla sua banda. Falso, e se Ferrara avesse letto la sua collega Spinelli lo saprebbe. Ma che gliene frega, in fondo? Tanto Battisti non è in condizione di querelare per diffamazione nessuno. E’ un fuorilegge, no?
Comunque, prima di proseguire, conviene vedere come Cesare Battisti sia entrato, in sede processuale, dentro e fuori il caso Torregiani, e come si sia ritrovato più carico di omicidi di Diabolik o Fantomas.

(CONTINUA)

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