di Valerio Evangelisti

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Questo articolo dovrebbe apparire nei prossimi giorni, in versione riassunta, sul quotidiano francese L’Humanité. Ne proponiamo ai nostri lettori la versione integrale. La destinazione fa capire perché siano ripetuti taluni argomenti già trattati in questo sito.

“Quell’imbecille! Quell’imbecille!” Così si esprimeva l’onorevole socialista Ottaviano Del Turco, giovedì 11 marzo, durante una trasmissione di Rete 4 intitolata “Zona Rossa”. Su uno schermo sfilavano le immagini di Cesare Battisti che usciva di prigione. Poco prima, l’ex magistrato Ferdinando Imposimato si era rivolto al pubblico, tutto fiero: “Noi non leggiamo i romanzi di quel signore, non è vero?” Spettatori fin lì passivi avevano applaudito, entusiasti.


Ciò dà un’idea del clima di linciaggio che i media hanno alimentato in Italia dopo che Cesare Battisti ha ottenuto la libertà provvisoria. Ci sono trasmissioni contro di lui due o tre volte al giorno, su tutti i canali televisivi e radiofonici. Gli uomini politici, dall’estrema destra ai partiti di centro-sinistra, dall’ex fascista Fini all’ex comunista D’Alema, sono uniti da un crescendo di accuse contro Battisti e dalla domanda che sia estradato e rinchiuso per sempre in un penitenziario. Si parla di una “Italia intera” che si rivolta, come se un sistema dei media asservito a un sistema politico a maggioranza ultrareazionaria, e un’opposizione debole e spesso complice, potessero davvero rappresentare la società italiana nella sua complessità.
Bisogna capire bene questo punto. L’Italia è il paese in cui una ex presidente della Camera dei Deputati, Irene Pivetti, divenuta soubrette, presenta oggi un varietà televisivo sulla chirurgia estetica. In cui l’ex sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi faceva pubblicità a una marca di caffè mentre era ancora nel pieno esercizio delle sue funzioni.
E l’Italia è anche il paese in cui una parte degli ex comunisti, i DS, dopo avere approvato tutte le guerre “umanitarie”, “preventive”, “democratiche” ecc., rifiutano di votare contro il finanziamento della presunta “missione di pace” in Iraq voluta da Berlusconi; in cui è quasi impossibile scoprire differenze tra il programma economico della maggioranza di destra e l’opposizione di centro-sinistra, imperniati come sono entrambi sulla “flessibilità” (vale a dire la precarietà del lavoro) quale sistema per uscire dalla crisi; in cui Massimo D’Alema, quando era capo del governo, si macchiava di vergogna riconsegnando alla Turchia il leader curdo Ochalan, rifugiato in Italia. D’altronde, tra questo gesto e la richiesta di estradizione di Battisti, esiste, a ben vedere, una sinistra coerenza…
Ma, al di là del mondo politico, sono soprattutto i grandi quotidiani (salvo Il manifesto e Liberazione) che si sono incaricati di modellare l’opinione pubblica e di fare di Cesare Battisti un mostro, nell’intento poco nascosto di influenzare la stampa francese, dunque il pubblico, dunque i magistrati di Parigi…
Qui bisogna distinguere tra i quotidiani italiani popolari e quelli che godono di una certa reputazione, benché il fine ultimo sia lo stesso.
Tra i primi, vi sono per esempio tra giornali appartenenti allo stesso gruppo editoriale: Il Resto del Carlino (Bologna), La Nazione (Firenze), Il Piccolo (Trieste). Sono usciti, sabato 6 marzo, recando sulla prima pagina, una foto di Cesare Battisti che faceva una smorfia orrenda, e il titolo, enorme, “Non è un martire, è un assassino”. Il contenuto era altrettanto volgare. Soprattutto si erano andati a pescare intellettuali francesi favorevoli all’estradizione — nel nostro caso Max Gallo e André Bercoff, direttore di France Soir. Poco imbarazzati, si sarebbe detto, di figurare tra titoli che grondavano odio.
Altro tratto comune ai media popolari — quotidiani di basso livello, televisione pubblica o privata (in realtà non ce n’è che una, in Italia), radio — è, oltre al linguaggio esacerbato, la continua esibizione di “vittime di Battisti”, vere o presunte. Abbiamo visto ormai infinite volte in televisione il figlio paraplegico del gioielliere Pier Luigi Torregiani o il figlio del macellaio Sabbadin, uccisi dai PAC — Proletari Armati per il Comunismo, il gruppo di Battisti — lo stesso giorno (16 febbraio 1979) con mezz’ora di intervallo, l’uno a Milano e l’altro presso Venezia.
Eppure, se c’è qualcosa di certo nella vicenda giudiziaria di Cesare Battisti, è che egli non eseguì questi omicidi, in nessuno dei due casi. Il suo principale accusatore, Pietro Mutti — che, divenuto un pentito solo dopo l’evasione di Battisti, faceva parte di un’altra organizzazione (Prima Linea) e rilasciò confessioni quanto meno dubbie (secondo lui, le Brigate Rosse sarebbero state armate dai Palestinesi, ma la cosiddetta “inchiesta veneta” non approdò a nulla) — negò sempre la partecipazione diretta di Battisti all’attentato Torregiani, mentre i magistrati gli attribuirono solo un ruolo di copertura per l’omicidio Sabbadin (simultaneo all’altro). Battisti avrebbe partecipato alla loro organizzazione in quanto membro dei PAC. Il pentito Mutti, d’altra parte, riferiva voci raccolte nell’ambiente. Altri personaggi da lui accusati vennero poi assolti con formula piena.
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D’altra parte, il caso Torregiani illustra bene il funzionamento della giustizia italiana, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. Torregiani uccise con un amico, armato come lui, uno dei due rapinatori che avevano assalito il ristorante in cui cenava, il 22 gennaio 1979. Un cliente innocente morì nella sparatoria. Meno di un mese dopo, Torregiani fu ucciso a sua volta, davanti alla gioielleria di cui era proprietario. Per errore colpì il proprio figlio, che rimase invalido (buona parte della stampa italiana continua a ripetere che il ragazzo fu ferito da Battisti in persona).
Durante l’istruttoria, rivolta contro un collettivo autonomo di quartiere, vi fu una quantità di confessioni “spontanee”, di cui alcune totalmente assurde. Tredici “rei confessi” denunciarono in seguito di essere stati selvaggiamente percossi e torturati dalla polizia. I magistrati, come è tradizione (nessun poliziotto che abbia ucciso o torturato dei “contestatori” è mai finito in prigione, in Italia; e il caso di Carlo Giuliani è sotto gli occhi del mondo intero), archiviarono tutte le denunce. Fu la prima volta che Amnesty International si pronunciò contro un paese occidentale — l’Italia — per ricorso alla tortura.
Il resto del processo — fondato inizialmente sulle confessioni di un giovane vittima di gravi turbe psichiche, che in seguito ritrattò senza che se ne tenesse conto, di una ragazzina di quindici anni handicappata mentale, ecc. — brancolò nel buio fino alla comparsa, in una seconda fase, del “pentito” di turno.
Tutto ciò è ben descritto nel libro di Laura Grimaldi Processo all’istruttoria (ed. Milano Libri, 1981), che fa ben comprendere come funzionasse la giustizia italiana durante gli “anni di piombo”. Il figlio di Laura Grimaldi fu a sua volta accusato di avere ucciso Torregiani. Tra le prove, il rinvenimento a casa sua del disegno di un uomo con un fucile in una mano e una bomba nell’altra. Peccato che questo disegno non fosse opera del giovane, come fu affermato. Era stato eseguito nel 1944 da un partigiano iugoslavo, e figurava sulle mostrine dell’esercito della Jugoslavia.
Gli anni ’70 e i primi anni ’80 in Italia erano d’altronde quelli in cui si arrestava un povero diavolo per aver disegnato, sul tovagliolino di carta di una pizzeria, una stella simile a quella delle Brigate Rosse; in cui si gettava in prigione una venditrice ambulante ottantenne (“Nonna Mao”) quale complice dei terroristi. In cui Toni Negri e una dozzina di docenti universitari venivano imprigionati, il 7 aprile 1979, come “capi delle BR”, salvo poi riconoscere che non era vero e modificare il capo d’imputazione per mantenerli ugualmente in prigione o in esilio; in cui si esaminavano, sezione per sezione, le schede elettorali per vedere se qualcuno vi aveva tracciato slogan o disegni sovversivi; ecc.
E’ chiaro che la stampa e i media popolari non hanno alcun interesse a frugare in questo passato non precisamente pulito. A loro basta avere trovato il “mostro” a cui attribuire tutti i delitti possibili, trascurando le altre confessioni poco utili del suo “pentito” personale; basta, senza sapere nulla del processo, esporre alle lacrime del pubblico i figli delle sue “vittime” — più probabilmente vittime di una procedura giudiziaria viziata, senza confronto reale con l’accusato, giudicato in contumacia (e privato del diritto a un nuovo processo se arrestato, che l’Italia, sola eccezione in Europa, ancora non prevede).
Veniamo ora alla “grande stampa” italiana, quella che conta: La Stampa, La Repubblica, Il Correre della Sera, più alcuni settimanali. In questo caso, è evidente un proposito di più largo respiro: parlare ai confratelli “intellettuali” francesi e farli ricredere. Cominciamo con Barbara Spinelli, corrispondente molto rispettata da Parigi de La Stampa. Il suo articolo (7 marzo 2004) si intitola “Cari amici francesi, su Battisti sbagliate. Non lui, ma altri, sono le vittime degli anni di piombo”. E’ stato tradotto su Le Monde del 13 marzo.
Barbara Spinelli accusa gli intellettuali che hanno firmato le petizioni pro Battisti di ignoranza: per via della loro propensione all’ospitalità e della loro simpatia per i ribelli, si sarebbero fatti ingannare. La ricostruzione degli “anni di piombo” in Italia a cui credono sarebbe quella dei rifugiati, e non avrebbe nulla a che vedere con la verità. Battisti sarebbe stato il “capo” dei PAC e, senza eseguirli personalmente (in ciò Barbara Spinelli è più cauta della maggioranza della stampa italiana), avrebbe “ordinato” gli assassinii di Torregiani e Sabbadin.
Gli intellettuali francesi, nobili nella loro difesa di Dreyfus e di Solzenicyn, non dovrebbero lasciarsi ingannare dal fatto che Battisti sia uno dei loro, “uno di Gallimard”. Dovrebbero informarsi meglio: Alberto Toscano, corrispondente da Parigi di Panorama, ha gia scoperto che il direttore de La Marianne non sa nulla dei delitti concreti attribuiti a Battisti. Se gli intellettuali francesi avessero visto in tv, come Barbara Spinelli, il povero figlio di Torregiani sulla sua carrozzella da invalido, avrebbero capito meglio da che parte stia la giustizia…
Ecco un esempio di disinformazione intelligente. Vediamo dunque gli elementi che avvicinano Barbara Spinelli ai suoi colleghi “di rango”:
– Si ignora, o si finge di ignorare, che il rifiuto di estradare Battisti poggia su principi che non hanno nulla a che fare con la sua presunta colpevolezza. Le questioni in gioco, in Francia, sono la possibilità che una stessa Corte si pronunci nuovamente su materia già giudicata, che uno Stato sottragga di colpo a un rifugiato il diritto d’asilo che aveva concesso per tredici anni, che accetti che un prigioniero sia consegnato alla “giustizia” di un paese che mantiene procedure tipiche dell’Inquisizione, come la condanna in contumacia senza ripetizione del processo in caso di cattura, o come l’abiura del prigioniero quale via per la libertà, affidando all’autorità l’esame della sua coscienza individuale.
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– Si ignora praticamente tutto del caso giudiziario di cui si tratta. Nessuno ha accusato Battisti di essere “il capo” dei PAC, salvo una parte della stampa italiana più volgare, innamorata dei titoloni. Ancora oggi, Battisti è tutto salvo che un ideologo (lo si nota anche dall’impaccio di certe sue dichiarazioni). Se lo si accusa di qualche cosa, è di avere “partecipato” (così si legge nella richiesta originale di estradizione) a due dei quattro assassinii che gli sono attribuiti, nonché a una sessantina tra rapine e aggressioni che gli sono addebitate per avere fatto parte dell’organizzazione (60 persone) che le rivendicò. Le altre due accuse di omicidio eseguito direttamente provengono dal “pentito” di cui ho già parlato.
Prima di scrivere una sola riga bisognerebbe sapere queste cose, se si ha il senso dell’onore, e non accusare i propri colleghi francesi (più interessati ai principi in gioco che ai dettagli) di un’ignoranza che si condivide. D’altra parte, il “metodo Spinelli” è comune alla maggior parte degli editorialisti della stampa italiana e dei conduttori di talk-show. Così Mario Pirani, ex comunista ed ex dirigente dell’ENI di Enrico Mattei, fa su La Repubblica del 4 marzo un ritratto di Battisti totalmente campato in aria: “ex brigatista rosso”, “riparato in Nicaragua” subito dopo l’evasione, convertitosi in scrittore solo perché ciò poteva garantirgli una vita “confortevole e sicura” in mezzo agli intellettuali del Quartiere Latino (mentre Battisti creò la propria rivista letteraria Via Libre quando si trovava in Messico), ecc. E’ evidente che Pirani non sa nulla di Battisti. Si pronuncia sul destino di un uomo senza essersi nemmeno preso la briga di informarsi.
Stessa cosa per Alberto Toscano, uno dei riferimenti di Barbara Spinelli (anche, supponiamo, per ciò che riguarda il supposto “partito di Gallimard”: Toscano scrisse infatti che tutti i romanzi di Battisti erano usciti presso Gallimard, mentre ciò è vero solo per i primi tre, su una dozzina. Vabbe’, bazzecole).
Ebbene Toscano, sul settimanale Panorama, subito dopo avere accusato Philippe Cohén, de La Marianne, di non sapere di cosa stesse parlando, descrive in dettaglio, fidandosi di una “fonte qualificatissima del ministero della Giustizia”, il modo in cui Battisti avrebbe personalmente “finito con gelido sadismo” il macellaio Lino Sabbadin, mentre questi giaceva ferito al suolo.
Abbiamo visto che Battisti non è stato accusato di avere eseguito materialmente questo crimine (attribuito a un altro imputato, di cui riporto le sole iniziali: D.G.). Dunque quello di Toscano non è nemmeno più del giornalismo. E’ violenza allo stato puro, contro qualcuno che si sa impotente a reagire per via giudiziaria, con una querela per diffamazione. E’ la fabbricazione deliberata e paziente di un mostro, fino a darne un’immagine che permetta di schiacciarlo contro il muro. E’ il “gelido sadismo” che si vuole attribuire a Battisti. Non più il “metodo Spinelli”, ma il più generale “metodo italiano” di questi giorni.
Termino col peggio, che ci viene da un altro corrispondente de La Stampa da Parigi, Cesare Martinetti. Costui traduce per il pubblico italiano una frase apparsa sul quotidiano L’Humanité, di questo tenore:
Cesare Battisti a été condamné en 1987 par la justice d’exception — un tribunal militaire —, réservée aux procès des militants de l’ultra gauche.
La frase tra lineette — “un tribunale militare” — è dei giudici francesi che per primi respinsero la richiesta di estradizione di Cesare Battisti. Quanto al fatto che una legislazione d’emergenza sia stata applicata ai militanti italiani di estrema sinistra, nessuno oserebbe negarlo (a parte alcuni magistrati ed ex magistrati italiani a suo tempo coinvolti in pesanti distorsioni del diritto, e che oggi sembrano ammettere tra le righe che stavano in qualche modo “vendicando” il loro collega Alessandrini).
Ma ecco come il pubblico italiano ha potuto leggere la frase de L’Humanité, nella traduzione di Martinetti:
Battisti è stato condannato nel 1987 da un giudice speciale di un tribunale militare riservato ai processi dei militanti dell’estrema sinistra.”
Dubito che Martinetti, corrispondente da Parigi di uno dei principali quotidiani italiani, ignori la differenza tra “réservé” (l’oggetto sarebbe il tribunale militare) e “réservée” (l’oggetto è la legislazione d’emergenza). Eppure questa traduzione è passata di quotidiano in quotidiano, di settimanale in settimanale, fino a divenire la prova della cattiva conoscenza che non solo L’Humanité, ma più in generale gli intellettuali francesi che hanno firmato l’appello contro l’estradizione, i cittadini solidali con Battisti — per farla breve, buona parte della Francia — avrebbero dell’Italia degli “anni di piombo”, percepita come simile al Cile di Pinochet.
Tutto fa brodo, dunque — dalla pura menzogna alla traduzione “adattata” astutamente, dal “metodo Spinelli” alla scelta delle foto più idonee — perché il “mostro” Battisti e i suoi libri cessino di essere testimonianza di ciò che si vuole nascondere: l’adozione in Italia di “leggi d’emergenza” in gran parte ancora operanti, che hanno permesso centinaia di processi-farsa, migliaia di arresti senza prova e il massacro sommario di tutta una generazione di ribelli.

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