di Francisco Soriano

Capita che ci si imbatta in poeti come Franco Ferrara e di sentirsi in colpa per non aver attraversato i suoi straripanti versi di acutissima visione già in passato. Il poeta è uno dei maggiori esponenti delle avanguardie e non ha goduto negli anni della considerazione che meriterebbe uno scrittore del suo carisma. ciò soprattutto per la sua profondità poetica e la complessa qualità nel percorrere sentieri nuovi e sconosciuti. infatti parliamo di un lessico molteplice e di innumerevoli riferimenti culturali e storici, con variazioni anche strutturali delle frasi e con ibridazioni linguistiche che oggi ci conducono nei sentieri chiarissimi di una poesia che non ha bisogno di argomentazioni se non studio approfondito.

Di Franco Ferrara, Lettere a Natasha, sulla causalità, natura, assonanze e implicazioni molteplici dei nostri studi (edito dalla casa editrice La vita felice nel 2024), è opera inserita in Adamás, collana di poesia diretta da Tommaso Di Dio, Vincenzo Fungillo e Ivan Schiavone. del perché sia finito in una sorta di scrigno dimenticato questo vero gioiello della poesia del Novecento italiano è forse in parte inspiegabile. Oggi rimane tuttavia una pietra rara se non unica in un panorama poetico sempre più lontano dalle complessità della forma e del linguaggio, impoverito nel lessico e disorientato nei contenuti.
Ferrara è stato uno scrittore originale e questo suo particolare versificare non è mai lontano dal suo modo di vivere, la biografia di un viaggiatore di luoghi pregni di chimiche a noi sconosciute. Come ben afferma il curatore, Tommaso Di Dio, nella quarta di copertina, l’opera fu edita nel 1986, ed «è un monologo d’amore, che è un sogno e un dialogo insieme, con una lettrice d’elezione, privata e universale, che possa ricevere queste sue lettere e ascoltarle come una viva voce, ripercorrendo con lui gli anfratti e gli sconfinamenti di una storia quotidiana e feriale, cosmica e celeste».

In esergo a ogni lettera-poesia il poeta appone punti di sospensione tra parentesi, seguiti da due punti all’inizio del primo capoverso di tutte le liriche ad esclusione dell’ultima (XXVI). Che siano spazi in sospensione e in attesa spasmodica di parole? dunque l’esordio è una attestazione temporale in cui il poeta ci segnala del «giorno dopo, forse: (o ancor prima); o dopo di questo giorno», e una spaziale: «il lontanissimo ovunque»1 . gli avverbi di tempo e di luogo in questa prima poesia si alternano senza nulla specificare o individuare con precisione, ma al contrario rendono un’idea di attraversamento generico. è alla «risacca d’una memoria inavvertita» che viene subito affidato il compito di un ricordo, fra incontri, affetti, amori e passeggiate al parco e altro ancora, tutto complice del quotidiano: ecco arrivare in «un’ora qualunque», «(per me) friabile (dopotutto, in un luogo non strepitoso, (l’incontro)»2 . Il vuoto poi è una «gogna inamidata», nel fitto conversare con «Lara», narrandole di spade berbere e la tâkûba dal cuoio rosso intarsiato, fra le lune di Toledo e i Ginn, gli spiriti malvagi dei Monti della Luna. Ferrara si e ci inoltra nei luoghi dei suoi lunghi accampamenti che sono chiaramente spirituali, ça va sans dire, accanto a fossili e campanule bronzee mentre egli cerca di comporre nello «scisma della parola»3 . tuttavia è nel vuoto, appunto, dove le sue orme antichissime sembrano impigliarsi, come in un ritorno circolare di un viaggio egli si rivolge e guarda la sua amata, laddove «nella selce ove il tempo / ha legato l’unghia della sua vertigine / come in rose di sabbia»4 .

Ignorando «l’esatta coesione degli astri» – Ferrara confessa la sua ineluttabile fame di scrittura rivolgendosi con il «tu» alla propria amata: lungo è l’elenco di piante mentre intinge la penna nel cinnamomo nel viburno, nell’issopo, nell’asfodelo, nella menta selvaggia, nel lichene fragrante, incidendo cedri e tigli e pini d’Aleppo, bevendo birra di miglio e latte giallo dai cespugli di manioca. i luoghi sono spazi lontanissimi e spesso dai nomi impronunciabili dove perdersi nella ricerca diventa una costante: Irharen, Kidal, Alouef, Ain Fukir (metropoli sconcluse?), e poi da un leccio di Barberia, dal tronco di una tuia d’Atlante o dalla linea del Tropico ai margini dell’Ighuidi, dai monti Mouyddir, strappando fiori bianchi dal cuoio della gomma azzurra. e poi ecco un verso di straordinaria bellezza, affascinante nella sua semplicità, che ci getta in una solitudine che sa d’estasi: «So anche che continuerò a scriverti per provare / (o provarti); non so, esattamente: so solo che non si domanda alla rondine / perché distenda la propria vela oltre il varco del nido»5 . dunque il poeta dispone sulla pagina, nel bel mezzo dei suoi versi, alcuni ideogrammi cinesi che appaiono in tutta la loro discontinuità grafica e visiva, senza essere invadenti o disarmonici nel contesto «quasi» alla stregua di un asemic writing. Ferrara è il più poundiano degli scrittori italiani, senza però essere un epigono, bisogna dirlo a chiare lettere, e non semplicemente perché usa all’interno dei suoi testi grafie cinesi. è la sua complessità, l’ardua lettura e interpretazione, laddove quest’ultima risulta essere possibile, a un rimando al grande profeta americano, se non altro per la moltitudine di citazioni di luoghi, di spazi, di elementi, di essenze, di chimiche, di pietre e di altro che non sia utile al linguaggio stratificato dal tempo, ma non dimenticato dagli uomini.

Tornando al tema degli ideogrammi, mi pare necessario citare quanto sosteneva uno dei più grandi studiosi della lingua cinese, Ernest Fenollosa, che scrisse, guarda caso con l’introduzione e le note di Ezra Pound, L’Ideogramma cinese come mezzo di poesia, edito da Scheiwiller nel 19876 . Come sosteneva il grande poeta americano sull’opera pioneristica di Fenollosa, finalmente vi era una esplorazione e una operazione di ricerca filologica che consentiva parallelismi e fecondi incontri con «l’esotismo» già nel 1908. Orizzonti che venivano scrutati nella consapevolezza che allora i cinesi venivano giudicati come una razza degenerata ed esaurita e i giapponesi invece venivano degradati al «rango di plagiari»7 .

Nel solco di questa ricerca senza pregiudizio verso quei popoli e di conseguenza anche dei luoghi, soprattutto nei suoi viaggi inesauribili nel continente africano, Ferrara si distingue da tutti in Italia in tutta la sua originalità che si sprigiona complessa e profonda. la lezione dunque in merito all’ideogramma è probabilmente per Ferrara molto vicina a quella teorizzata da Fenollosa e accolta da Pound, e cioè che «la poesia verbale è superiore come arte alla realtà fondamentale di tempo. La poesia cinese ha il vantaggio unico di combinare questi due elementi. Parla simultaneamente con la vivacità della pittura e la mobilità dei suoni»8 . non so, personalmente, se Ferrara conoscesse gli studi di Fenollosa e Pound, ma certa è la sua vicinanza teorica e strutturale nella scrittura di versi a questo «genere di cose». Ferrara è uomo e poeta libero, senza contraddizioni e senza abiure, che si innesta in una direzione letteraria postcoloniale, rifiutando ammiccamenti e ipocrisie ed elaborando una comunicazione con il proprio mondo, quello occidentale, con la serietà e la devozione di un umanissimo filologo. La geografia interiore, che possiamo definire anche come «intima», è dato esperienziale fuori dal comune, assurge a ipotesi drammatica nel mettere in moto un nuovo e divergente modo di poetare, astruso ai più perché di «impossibile parafrasi», tanto per non dimenticare quanto a noi esplicitato sulla poesia in Lezioni su Dante di Osip Mandel´štam.

Ferrara discorre con sé stesso e propone un processo lento che sia – in amore – cadenzato, «per gradi»: «cercherò di decifrare i nodi di questa luce / e ciò che è accaduto; / (se è accaduto) / e prima di noi / e accade / al di là e al di dentro di questo segno / come il taglio trasversale / nella mia mano». tuttavia era giunto il tempo delle domande e delle insolite risposte, era il momento di non indugiare e finalmente intraprendere cammini di grazia e di luce, che conducono verso la gioia che è solo profondità: «Mi chiedo: / non so se, (forse sognando) / ho seminato smeraldi d’identità nel polline alare delle farfalle; / ma è come sorprendermi, (ora) / nel vortice di un ricordo»9 . e ormai è giunto il tempo: «(et c’est l’heure, ô Poète, de dècliner / ton nom, la naissance et ta race…)»10 .

Nel V canto, o se si preferisce nella quinta poesia-lettera, Ferrara cita Léopold-Sédar Senghor, fra i ricordi più netti di un’Africa che si impone al mondo «nonostante tutto». ricordiamo infatti Senghor come politico illuminato in un’ottica liberatrice del suo continente. infatti occorre segnalarlo anche come letterato fine e delicato, in particolare per una Anthologie de la nouvelle poésie nègre et malgache de langue française (1948) con la prefazione di Jean-Paul Sartre, come il documento più importante della négritude. Ferrara dunque è postcoloniale non solo per citazioni di questo tipo, ma perché condensa nella sua ricerca poetica aspetti civili riconducibili a un messaggio umanistico e umanissimo di incontro, che in pochi sarebbero stati capaci di fare con questo delicato versificare. in una delle sue meravigliose inquietudini liriche Ferrara pone ancora un quesito commovente, ispirato e ispirante: «:un altro segno; / ma, dimmi: c’è da credere / a questi globuli nel vento luminoso della memoria? / e dopo secoli, c’è forse da credere al continente / riapparso dal profondo di questa ferita?»11 .

La ricerca del segno/sogno nella poetica di Ferrara si riconosce anche nella citazione di Oswald Wirth. quest’ultimo è un occultista svizzero che fra il XIX e il XX secolo ha rivoluzionato la lettura dei tarocchi con elementi simbolici ed esoterici che furono reputati come sorprendenti: non a caso i tarocchi di Wirth rappresentarono una svolta in questo antico strumento divinatorio e spirituale. in merito a questo il poeta ci parla del «bagliore festoso d’una lama»12 contenuto nell’immagine di un tarocco, e di un sogno all’interno di un altro sogno riconoscibile persino nel buio, da «sentirne il respiro». molto spesso i versi cominciano con «vedi», «ricordi»: sono attese colloquiali in seconda persona riferite a chi Ferrara ama: discorrendo, ponendo esegesi, cercando verità talvolta dolorose che si esplicitano, talvolta, in apparente contraddizione con la gioia: «(Ricordi? lo abbiamo detto: “la gioia è infinitamente ricca, dà, getta via; / la gioia è la più assetata, più vigorosa, / più affamata, più terribile, più estrema di ogni dolore… / implora perché qualcuno prenda; vorrebbe essere odiata / tanto è ricca la gioia / che è assetata anche di dolore!”)»13 . in questa chiave interessante la poesia-lettera XII, che esordisce con un montaliano «non chiedermi, oggi, / perché l’armilla di fossili d’alga / ha rotto la sottomissione al polso»14 , e ancora «non chiedermi di leggere fiumi paralleli / nel labbro sinistro della luna»15 , opposto e in risposta ai «vorrei narrarti», «vorrei parlarti». È parte di una poetica negativa che si basa sulla certezza che non esistono certezze assolute e che la demarcazione con il vero e il reale talvolta si realizza negandone l’essenza, non solo, si può affermare ciò che si è in relazione a ciò che non si è. Ferrara adombra comunque risposte che segnalano sia la fuggevolezza delle cose e della vita, esprimendosi fatalmente su argomenti di apparente inconsistenza contenutistica e di valori, sia su questioni profondamente esistenziali che con le prime coincidono in simbiosi: «vorrei parlarti del morso nella mela / e della fragile mutevolezza / della tua innocenza plenaria», «vorrei narrarti dell’intima strategia del ragno, il corso delle meteore, il domicilio e l’equivalenza dei pianeti, / la degnità, le ricchezze, i matrimoni, i generi di morte la corteccia sgorbiata, / della mia unghia / e la trasparenza degli accadimenti astrali nei corpi»16 .

Diretto è poi il riferimento ai Cantos di Ezra Pound, e alla sua assurda prigionia, del castello di Brunnenburg e dei reperti della «collezione de Rachewiltz», quest’ultimo marito di Mary, figlia del poeta-vate americano. non è difficile ricordare che nel 1955 il castello-museo fu acquistato dall’egittologo Boris de Rachelwitz, dove lo stesso Pound vi risiedette dal 1958 fino alla sua morte. in questo periodo il poeta compose gli ultimi 6 dei suoi 116 Cantos. il castello ospita oggi anche un Ezra Pound center for Literature.
Citazioni che si ripetono e si accavallano durante tutto il libro, miste di accadimenti e simulazioni, diatribe, verità, assecondamenti, improbabilità, sogni e segni, ancora, a denotare una complessa rete di luoghi, che vorticosamente come in una memoria affollata, ma lineare e chiara, giungono fino in Italia, a Roma, a Firenze, nelle capitali dell’arte e della cultura. di superba bellezza in uno degli ultimi componimenti, Ferrara esibisce tutta la sua sapienza poetica, vorticosa, lunare, famelica, accerchia e ci sospende nel vuoto in una dichiarazione d’amore assolutamente inimitabile: «Pensavo di attenderti / sul greto fossile del mio sogno / nutrito dalle ossa sbiancate di un’antica purezza; / e pensavo alle ciglia / alla stella del tuo sorriso / sulla mia tenda / all’avorio delle tue mani / sui valichi del mio orizzonte / e al simùm dei tuoi capelli / riverso sulle mie pupille / come una rugiada d’alba»17 .

E proprio di fragilità umana parla Ferrara nell’ultima sua lirica, in un congedo-confessione in cui esplicita il perché di queste lettere scritte nell’idea di «tentare» un senso alla precarietà. nella incertezza, nel punto di caduta, in limine, il poeta tenta quello che lui chiama «definizione» di un disegno. Difficile attraversamento, se soltanto si immagina quanto sia complicato strappare la «faglia che la mia mano corrode nell’ingorda e inconsumata vocazione alla luce»18 . «ti ho scritto», si legge più volte, al fine di consolidare la presenza, l’interlocutrice, il fine ultimo e la causa del tutto. scrivere non è salvifico né curativo, le ferite sono alla luce del sole, quello che importa è che la parola sia prodigio nel tentativo, ancora uno, di decifrare «la galassia di un segno». e poi, ancora nella ricerca «di bocca in bocca», tra i popoli di ogni razza ed età, perché questo è amare. in questa ricerca che è afflato di eternità, è necessario rapire «la prima parola di Dio per fartene un nido / e correrti incontro». nulla è impossibile alla stregua di un sentimento alto, addirittura invincibile, laddove è possibile anche incantare la morte nel tentativo di svelare il più intimo luogo delle anime che si appartengono in quel segno, ancora uno, nascosto, che «ricompone la polvere / in sembianze umane / e riannoda l’alba di due eternità / nella cruna del tuo occhio».

Il poeta si congeda, fra le sabbie, dove le pietre pullulano di esistenze silenziose, perché sacre. nessuno e nulla senza aver tentato nella parola di definire il segno supremo che dia all’amore una sostanza, può dirsi felice di questa vita. la grazia e la luce sono vere solo se concepite in un’era nuova, nascente. nella fonte segreta degli arcobaleni ecco il respiro più profondo del mondo: popolare nella potenza dei sogni la parola e l’amore.


  1. Franco Ferrara, Lettere a Natasha, sulla causalità, natura, assonanze e implicazioni molteplici dei nostri studi, La vita felice, Milano 2024  ↩

  2. Ivi, p. 7  ↩

  3. Ivi, p. 8  ↩

  4. Ivi, p. 12  ↩

  5. Ivi, p. 24  ↩

  6. Ernest Fenollosa, L’ideogramma cinese come mezzo di poesia, una ars poetica. Introduzione e note di Ezra Pound, Edizioni Scheiwiller, Milano 1987  ↩

  7. Ivi, p. 14  ↩

  8. Ivi, p. 22  ↩

  9. Ferrara, Lettere a Natasha cit., p. 34  ↩

  10. Ibid.  ↩

  11. Ivi, p. 36  ↩

  12. Ivi, p. 49  ↩

  13. Ivi, p. 51  ↩

  14. Ivi, p. 78  ↩

  15. Ivi, p. 79  ↩

  16. Ivi, p. 81  ↩

  17. Ivi, p. 142  ↩

  18. Ivi, p. 165  ↩

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