di Gioacchino Toni

Jacopo Anderlini, Hostis il paradigma dell’ospitalità, elèuthera, Milano, 2026, pp. 160, € 16,00

«Tutte le società creano stranieri, ma ognuna di esse crea il suo peculiare genere di straniero e lo crea a modo proprio» (Zygmunt Bauman)

Nell’età moderna, il confine non si limita a delimitare un’entità territoriale: segna il raggio d’azione e il limite del potere sovrano. Tale concezione entra progressivamente in crisi nel corso del Novecento, sotto la spinta degli attori sovranazionali, dei processi di decolonizzazione e delle innovazioni tecnologiche che ridefiniscono le possibilità di mobilità e comunicazione. Nell’Occidente contemporaneo, il confine, scrive Anderlini,

non è più solo una linea di demarcazione tra due entità territoriali e sovrane distinte, ma un insieme di punti, di snodi, una membrana che regola l’accesso di beni e persone, da un lato facilitando e accelerando le traiettorie di mobilità, dall’altro rallentandole, bloccandole o dirottandole. Ciò che si configura è un meccanismo stratificato che da una parte necessita di sempre maggiori controlli e tecnologie di sorveglianza, dall’altra moltiplica le tassonomie a partire dalle quali persone e cose sono classificate e intese come legittime o illegittime (p. 11).

Nell’Europa contemporanea, la logica securitaria e quella umanitaria concorrono a governare la mobilità segmentando i soggetti mediante criteri economici, ideologici e morali:

Il governo dell’emergenza convoca due piani: da un lato l’ambito degli human rights, proprio del diritto internazionale, che mette al centro la salvaguardia della vita umana considerata portatrice di diritti in sé, mentre dall’altro quello della human security, che si sviluppa in una dimensione geopolitica il cui obiettivo è la protezione della popolazione – di una specifica popolazione – che abita un territorio da “minacce esterne”: è da questa frizione tra generale e particolare che si articolano i processi di inclusione ed esclusione (p. 12 ).

L’autore ricostruisce la genesi e l’evoluzione del concetto di ospitalità occidentale mettendone in luce «l’ambivalenza costitutiva racchiusa nel rapporto hostis/hospes, dove lo straniero può essere incluso come ospite o respinto come elemento ostile, risignificando le categorie di amico/nemico e rivelando come questa polarità ingeneri tensioni che attraversano, nel tempo, le società occidentali» (p. 15).

Dopo aver analizzato le condizioni strutturali dell’ospitalità, i dispositivi con cui le società operano inclusione ed esclusione e le modalità con cui le classificazioni morali (felice/infelice, bisognoso/non-bisognoso, sofferente/salvatore) si intrecciano con le categorie schmittiane del politico per istituire specifiche forme di governo, Anderlini esamina le dinamiche di gestione e percezione dell’accoglienza urbana tra istanze umanitarie e dispositivi securitari. Nell’ultima parte del volume, l’analisi si concentra sulle trasformazioni del confine nel passaggio tra modernità e contemporaneità, evidenziando la radicale ridefinizione dei rapporti tra interno ed esterno e dei criteri e delle modalità di accesso al territorio.

Nel contesto europeo attuale, sostiene Anderlini, l’ospitalità non agisce come un varco d’accesso inclusivo per chi giunge da fuori; l’ospite rimane

qualcuno a cui vengono riservati uno spazio e un ruolo specifici – l’ospite, appunto, non il cittadino – da cui risulta difficile uscire. Non si tratta allora di un’esclusione che sopravvive accanto all’inclusione, ma di un’inclusione parziale: l’ospite occupa una posizione che non coincide né con la piena appartenenza né con l’estraneità pura. Se transitasse integralmente dall’una all’altra, cesserebbe semplicemente di essere ospite per diventare un membro del gruppo; ma è proprio questa piena transizione a non verificarsi quasi mai, o a verificarsi solo al costo di sciogliere la relazione ospitale in qualcos’altro – cittadinanza, parentela, appartenenza piena. È questa impossibilità strutturale – non un difetto contingente delle politiche di governo della mobilità, ma il modo stesso in cui l’ospitalità funziona – a costituirla come soglia, e non come varco (pp. 142-143).

D’altronde hostis non indica il generico straniero (peregrinus), ma «quello pari iure cum populo Romano: a cui cioè vengono riconosciuti gli stessi diritti dei cittadini, pur restando non-cittadino» (p. 25). Al pari di hostis, che definisce una posizione liminale “né dentro né fuori”, anche il xénos rinvia a uno status di soglia, designando al contempo l’ospite e lo straniero e, sebbene su un altro piano, la medesima logica caratterizza la “politica della pietà”:

Il governo che quest’ultima istituisce fonda azioni e discorsi sulla dimensione morale: i felici, i non-bisognosi, possono dispiegare liberamente la propria azione nei confronti degli infelici proprio perché non sono costretti dal giogo della necessità; gli infelici, per converso, sono istituiti come categoria di individui passivi, esclusi, per definizione, dalla possibilità di agire per sé. È un meccanismo che naturalizza le asimmetrie sociali oscurandone le cause, e che proprio per questo intreccia il piano morale con quello politico: felice e infelice […] non possono essere scissi da amico e nemico, le due coppie si incrociano ortogonalmente sulla stessa soglia. Ne consegue che il prossimo – colui nei cui confronti si dispiega la pietà – non è mai un altro generico: è sempre, come lo straniero dell’analisi etimologica, un estraneo particolare, situato in un punto preciso di questa tensione, mai fuori né dentro fino in fondo (pp. 143-144).

Con l’avvento della modernità, si passa «da una spazialità definita dal posto occupato dai membri di un aggregato sociale a una spazialità che si identifica con la territorialità – lo spazio delimitato da un confine su cui si esercita un potere sovrano – corrisponde all’affermazione dello Stato moderno vestfaliano» (p. 144). In questa cornice, il confine si configura come una linea di demarcazione politica e militare tra entità mutualmente esclusive: «un taglio netto, non ancora una soglia graduata, che sancisce il reciproco riconoscimento tra poteri sovrani equivalenti ed è a fondamento dello Jus Publicum Europaeum» (p. 144).

Dalla seconda metà del Novecento, tuttavia, la crisi di questo modello trasforma la linea in uno snodo: «un insieme di punti in cui si concentrano funzioni di controllo differenziale della circolazione di merci, capitali e persone» (p. 144). Il confine smette di agire come cesura e si fa soglia graduata, come attesta il regime dello “spazio Schengen”, «con il suo regime di viaggiatori bona fide da un lato e “potenziali minacce alla sicurezza” dall’altro. Questo regime che non traccia mai una linea netta ma moltiplica i checkpoint e le gradazioni di accesso, accelerando, rallentando, bloccando o dirottando le traiettorie di mobilità secondo un calcolo che non è mai binario» (pp. 144-145).

Secondo Anderlini è possibile individuare nei “luoghi d’eccezione” del regime confinario europeo l’incarnazione più evidente di questa logica di soglia, visibile nelle sue due manifestazioni speculari:

L’hotspot è, da un lato, uno spazio fisicamente interno al territorio dello Stato in cui l’applicazione del diritto ordinario viene di fatto sospesa: uno spazio extragiudiziale intraterritoriale, reso “altro” rispetto all’ordinamento di cui pure fa materialmente parte. I centri istituiti in Albania a partire dal Protocollo Italia-Albania del novembre 2023 – operativi a Shëngjin e Gjadër dall’ottobre 2024 – rappresentano il movimento opposto e speculare: non più l’interno reso eccezione, ma l’esterno reso, per finzione giuridica, territorio dello Stato (p. 145).

Tale ambivalenza permea anche la gestione quotidiana dell’asilo:

I migranti, gli ospitati, vengono identificati come soggetti a rischio e, allo stesso tempo, come un rischio per la “casa” ospitante. [Uno status di] soglia che li rende gestibili come tali, che assegna loro un ruolo – l’ospite che non ricambia diviene un “parassita”, chi tradisce l’ospitalità è “incivile” – proprio nella misura in cui non arrivano mai a coincidere pienamente con l’uno o con l’altro polo. […] Non si tratta di un dispositivo che gestisce dall’esterno il passaggio tra due stati compiuti, incluso ed escluso: l’ospitalità è costitutiva delle politiche migratorie europee contemporanee. La compresenza di inclusione ed esclusione, mai risolte l’una nell’altra, non è un effetto collaterale che il governo della mobilità produce suo malgrado, è il suo carattere proprio. L’ospitalità è l’elemento che descrive l’impossibilità strutturale del prevalere di una dimensione – accogliere o respingere – sull’altra. Allo stesso tempo, è questa stessa grammatica a rendere una qualche forma di inclusione (escludente) possibile, anche se mai pienamente risolta (p. 146).

Insomma, se storicamente la soglia ha garantito una forma di “inclusione differenziale”, seppur asimmetrica, il proliferare contemporaneo di spazi d’eccezione e dispositivi extraterritoriali finisce per sospenderla del tutto, relegando i soggetti a una condizione di perenne e insolubile indeterminazione.