di Francesco Sasso

Francisco Soriano, Endecasillabi. Illustrazioni di Carlo Bugli, a cura di Claudia Valsania. Edizioni Eretica, Buccino – 2025, pp. 64 € 14,25

«una vita senza poesia è davvero una vita di merda». ( cit. Francisco Soriano, Endecasillabi)

La raccolta Endecasillabi di Francisco Soriano si colloca in una zona liminare della poesia contemporanea italiana, là dove la riflessione metapoetica si intreccia con una tensione etica e linguistica che rifiuta tanto la trasparenza comunicativa quanto la consolazione lirica. Il volume, arricchito dagli interventi artistici di Carlo Bugli e dai contributi critici che ne accompagnano l’orizzonte teorico, si presenta come un laboratorio di resistenza verbale, un libro che interroga radicalmente il senso stesso dello scrivere poesia oggi.

Soriano costruisce infatti una poetica dell’attrito. La centralità dell’endecasillabo — il verso per eccellenza della tradizione italiana — non assume qui funzione classicistica o restaurativa, ma viene sottoposta a una torsione continua, quasi a un processo di frantumazione interna. L’endecasillabo sopravvive come eco, come traccia ritmica che attraversa un linguaggio volutamente rarefatto, scabro, anti-retorico. In questo senso il libro dialoga implicitamente con quelle riflessioni sul “linguaggio della poesia” che individuano nella crisi della forma tradizionale non la fine della poesia, ma il luogo stesso della sua possibilità contemporanea.

Già il testo teorico Intorno alla poesia, parole nel vuoto costituisce una vera dichiarazione di poetica. Soriano prende posizione contro ogni concezione salvifica o pedagogica della letteratura: «la poesia non redime proprio un bel niente». È una presa di distanza netta da certa retorica civile o dall’estetizzazione della marginalità che ha attraversato parte della poesia italiana degli ultimi decenni. L’autore smaschera quello che definisce «aberrante quanto solido citazionismo», denunciando il rischio di una poesia ridotta a esercizio manieristico o a dispositivo di legittimazione culturale.
La scrittura poetica, al contrario, nasce qui da una condizione di esposizione radicale. Soriano insiste sull’idea che il poeta debba attraversare una forma di invisibilità esistenziale: «prima di scrivere e anche durante la scrittura si dovrebbe essere invisibili». In questa prospettiva il testo poetico non è mai semplice rappresentazione del reale, ma attraversamento traumatico del vuoto, immersione in una zona di crisi dove linguaggio e identità si consumano reciprocamente.

Non sorprende allora che il lessico della raccolta sia dominato da immagini di erosione, rovina, precarietà. La poesia di Soriano sembra muoversi dentro un paesaggio postumo, dove il soggetto contemporaneo vive la perdita di ogni fondamento stabile. Eppure proprio da questa disgregazione emerge una ricerca quasi ascetica della parola autentica. Quando Soriano scrive che «il linguaggio diventa arso e rarefatto», definisce anche la natura della propria scrittura: una lingua consumata fino all’osso, prosciugata da ogni compiacimento ornamentale.

L’orizzonte teorico della raccolta appare dunque profondamente anti-idillico. L’autore diffida tanto dell’industria culturale quanto delle posture ideologiche che trasformano la poesia in merce simbolica o in slogan politico. Vi è qui una consonanza con alcune linee della critica contemporanea che leggono il testo poetico come spazio di resistenza alla standardizzazione linguistica del tardo capitalismo. Soriano oppone alla fluidità comunicativa del discorso dominante una lingua opaca, intermittente, ferita.

Particolarmente significativa è la presenza delle opere di Carlo Bugli, descritte come «creazioni anarcoidi» che si muovono «tra chaos e logos». Le immagini non illustrano i testi, ma ne amplificano la tensione interna. Il segno grafico frammentato, compulsivo, irregolare, produce una sorta di controcanto visivo alla rarefazione della parola poetica. Ne deriva un libro in cui scrittura e figurazione condividono la medesima inquietudine formale.

E tuttavia, dentro questa radicale sfiducia nei confronti delle retoriche contemporanee, permane un nucleo irriducibile di fede nella poesia. Tale fede non coincide con un’idea idealistica dell’arte, ma con una necessità quasi biologica dell’espressione. Le pagine finali del testo teorico raggiungono forse il loro punto più intenso quando Soriano afferma: «una vita senza poesia è davvero una vita di merda». La brutalità volutamente antiaccademica della formula rompe ogni possibile sublimazione estetica e restituisce alla poesia la sua natura primaria, corporea, esistenziale.

In questo senso Endecasillabi non è soltanto una raccolta poetica, ma un dispositivo critico che interroga il destino stesso della parola poetica nella contemporaneità. Soriano sembra suggerire che la poesia possa sopravvivere solo rinunciando alle proprie false aureole, accettando il rischio della marginalità, dell’incomprensione, persino del fallimento. E proprio in questa esposizione estrema alla precarietà risiede la forza più autentica del libro.

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