di Michele Fiano

Giuseppe Genna, L’uomo che non doveva tornare, pp. 512, € 24, Feltrinelli, Milano 2026.

Si leggono libri che testimoniano il passato, altri che danno una lettura della cronaca attuale, alcuni che prefigurano i tempi a venire. In quelli di Giuseppe Genna, a prescindere dal fatto che si tratti di noir o di pura letteratura, è facile che il lettore abbia a che fare con tutte e tre le dimensioni temporali.
L’uomo che non doveva tornare non fa eccezione: è ambientato oggi, è ancorato al passato, ma sembra scritto per preconizzare quello che verrà. Non a caso, come già in alcuni romanzi precedenti dell’autore milanese, l’Italia, scenario nevralgico della narrazione, appare come uno Stato che è sempre all’avanguardia, ma di ciò che è negativo. Un laboratorio che anticipa le patologie che il resto del mondo soffrirà solo successivamente.
Guido Lopez, l’ispettore della questura di Via Fatebenefratelli, rientra in scena dopo diciassette anni (Le teste, l’ultimo romanzo che lo vedeva protagonista, risale al 2009) e con lui torna qualcosa che assomiglia al brivido di un’epoca che pareva finita. Dopo tanto tempo, rivive, riassapora il rischio, l’adrenalina sale mentre lui si inabissa nei misteri della contemporaneità, misteri che si svelano o si infittiscono con l’ausilio di nuove tecnologie.
Riaffiorano il ’92 e il ’93, gli anni di inedite strategie mafiose, degli attentati che colpirono il patrimonio artistico e civili innocenti, anni in cui si “moriva di bomba”. Un biennio mestamente seminale, scorcio di un passato che Genna non tratta come storia archiviata, ma come sedimento ancora purulento.
Il tempo nuovo non è affatto migliore: plastica e metallo si animano, la linea di confine tra l’inerte e la coscienza si fa sempre più sbiadita. È un tempo reduce da “anni di sonno incivile”, da un’inerzia collettiva che peggiora ogni giorno, un’epoca che nel romanzo è descritta con una delle sentenze più icastiche: “la Storia non fa più parte della realtà”.
La cronaca è intrecciata alla finzione in modo ineccepibile: russi, americani, calabresi, servizi segreti, personaggi storici e inventati interagiscono su una scacchiera mondiale che trema per le guerre in corso e per gli stravolgimenti tecnologici che stanno trasformando l’umanità. Ma è Milano, mappata dall’autore strada per strada, l’epicentro dal quale si propagano le scosse che agitano la narrazione.
Si è nell’ambito della letteratura di genere, va da sé, ma la prosa appartiene, senza mezze misure, a un canone alto, quello al quale ci ha abituati Genna. Canone apparentabile a quello di James Ellroy, palese ispiratore di questo episodio della saga di Guido Lopez: in un passaggio del libro uno scambio viene regolato con “sei pezzi da mille”, esplicito omaggio all’autore della Underworld USA Trilogy.
Il neuroscienziato Giorgio Vallortigara afferma che spesso intelligenza e coscienza vengono erroneamente considerati quasi sinonimi, chiarisce quanto la prima riguardi piuttosto la capacità di riconoscere, risolvere, adattarsi, mentre la seconda assolva a tutt’altro: al sentire, al fatto che si provi qualcosa. L’IA risolve, la coscienza sente: in questo scarto Genna fa intuire al lettore l’emergere di un inconscio artificiale, una zona d’ombra che inquieta.
Lopez, invece, di zone d’ombra è alla continua ricerca: aree e anfratti in cui possa muoversi senza correre il rischio di essere intercettato, perché tutto è costantemente monitorato. Ormai ci sono più strumenti per filmare che soggetti da riprendere, ma se tutto è osservabile, molto, troppo, rimane ancora nascosto. Qualche segreto riguarda traffici di minori, reati che occupano il primo posto nella classifica del male e contro i quali i governi dicevano di dichiarare guerra aperta. L’autore non ci rassicura: “in altre occorrenze il malaffare è malaffare, ma in questo caso il malaffare è una certa dose di apocalisse”.
Giuseppe Genna mette in scena un labirinto di vicende, indicando al lettore, se non la via di uscita, la struttura del dedalo. Lo fa attraverso lo schema di un noir magistralmente strutturato in cui dà, ancora una volta, una lettura fedele del presente, col redivivo Guido Lopez impegnato a fare i conti con i regni tecnologici a venire.