di Sandro Moiso
Matsumoto Seichō, Vangelo nero, traduzione di Alessandro Passarella, collana «Fabula», Edizioni Adelphi, Milano 2025, pp. 420, 22 euro
Mentre intorno a Taiwan le fiamme della guerra tornano a surriscaldare un’antica eredità di rivalità, conquiste e dominio coloniale tra Cina e Giappone, il loro bagliore più che riflettersi sulle lame delle tradizionali spade dei samurai sembra oggi riflettersi, dalle parti di Tokyo, sull’heavy metal di cui, prima di assurgere al ruolo di premier bellicista, Sanae Takaichi era una fan, tanto da essersi spinta, durante gli anni degli studi universitari, a suonare la batteria in una band il cui suono si ispirava ai Black Sabbath e agli Iron Maiden (qui).
Un modo, questo, per segnalare l’enorme distanza che separa la tradizione giapponese dalle attuali mode e posizioni espresse da una società che per lunghi periodi si oppose alla penetrazione occidentale entro i sui confini, rifiutandone merci, imposizioni politico-militari e cultura religiosa. Subendo a sua volta alcuni traumi imprescindibili dalla sua storia.
Il primo nel 1853 con l’apertura a suon di cannonate dei suoi porti da parte della flotta del commodoro americano Matthew Perry, che portò alla firma della Convenzione di Kanagawa con gli Stati Uniti, un trattato commerciale che pose termine all’isolamento con in cui il paese aveva difeso i propri confini per circa duecentoventi anni. Trattato poi seguito da quello di amicizia anglo-giapponese firmato il 14 ottobre 1854 che riproponeva in sostanza gli stessi accordi della convenzione firmata pochi mesi prima, fortemente sbilanciato a favore della Gran Bretagna, sancendo l’apertura alle navi britanniche dei porti di Nagasaki e Hakodate e riconoscendo alla stessa lo status di nazione favorita.
Nagasaki tornerà in scena novantun anni dopo quando il Giappone sarà sottoposto ad un secondo shock, ancora più violento del primo, quando il 6 e il 9 agosto 1945 le forze aeree statunitensi sganciarono due bombe atomiche sulle città di Hiroshima e Nagasaki, crimine mai sottoposto a processo e mai nemmeno registrato come tale alla fine del secondo conflitto mondiale1. Due traumi che si sono diversamente riflessi nella cultura, nella politica e nell’immaginario, anche cinematografico e dei manga, giapponesi. E che dovrebbero da soli ricordare anche qui, in un Occidente ormai in crisi e fortemente diviso dalla competizione per la sopravvivenza del benessere per i suoi cittadini, o almeno quelli che costituiscono la parte più ricca degli stessi, che la politica delle cannoniere e dell’imperialismo americano, ma anche europeo, non è certo iniziata con l’avvento di Donald Trump al potere.
Cosa c’entra tutto ciò con l’opera di uno scrittore, Seichō Matsumoto (1909-1992), reso famoso soprattutto dai suoi romanzi polizieschi lo vedremo tra poco. Dopo aver abbandonato gli studi molto presto il futuro scrittore giapponese lavorò per qualche tempo in una tipografia, iniziando soltanto nel 1942 a lavorare per una rivista dove riuscì a pubblicare alcuni racconti di carattere storico. Proprio in questo ambito, nel 1953, avrebbe vinto il Premio Akutagawa e tale successo gli permise, nell’arco di pochi anni, di dedicarsi a tempo pieno all’attività di scrittore.
Così dal 1955 avrebbe iniziato a pubblicare romanzi polizieschi di stampo realistico, in netto contrasto con l’allora vigente letteratura di genere giapponese, impregnata di elementi fantastici. Per questo motivo le tematiche dei suoi polizieschi affondano le radici nei problemi della società giapponese, cosa che farà sì che sia stato avvicinato a Georges Simenon. Probabilmente non soltanto per i temi scelti e lo stile, ma anche per aver scritto più di 300 romanzi, oltre a moltissimi racconti, che hanno riscosso un certo successo anche al di fuori del Giappone.
In Italia, dopo un lungo ritardo, prima Mondadori, nella collana «Il Giallo Mondadori» (con cinque romanzi e una raccolta di sei racconti pubblicati tra il 1971 e il 2021) e successivamente le Edizioni Adelphi (cinque romanzi di cui quattro nella collana «Fabula» e due raccolte di racconti di cui una nella medesima collana tra il 2018 e il 2025) hanno iniziato a pubblicare le sue opere. Mentre va infine segnalato che dalla sua opera sono stati tratti 19 film, due speciali televisivi dedicati ai suoi racconti, ed una serie televisiva basata su Come sabbia tra le dita ( Il Giallo Mondadori n.2112, Milano, luglio 1989), rimasti ancora del tutto sconosciuti al pubblico italiano.
E’ interessante qui ancora sottolineare come del suo passaggio dal genere storico al romanzo poliziesco, sia rimasta traccia nel romanzo pubblicato ora da Adelphi, Vangelo nero, apparso originariamente in Giappone prima a puntate fra il 1959 e il 1960 e poi in volume nel 1961. La trama, infatti, non solo si ispira a fatti realmente accaduti, ma rinvia a ciò che della storia del paese del sol levante si diceva poc’anzi.
Per esempio al fatto che se, dall’inizio del XVII secolo, lo shogunato Tokugawa che governava il Giappone perseguì una politica di pressoché completo isolamento del paese questo non fu dovuto soltanto al fatto che il commercio estero fosse stato mantenuto solo con gli olandesi e i cinesi e condotto esclusivamente a Nagasaki sotto uno stretto monopolio del governo, ma anche alla volontà di impedire la diffusione del cristianesimo nel paese.
Quel periodo, cosiddetto “Sakoku” (paese chiuso), fu caratterizzato dalla pace interna, dalla stabilità sociale, dallo sviluppo commerciale e dall’espansione dell’alfabetizzazione e i Tokugawa temevano che il commercio con le potenze occidentali, portando influenze quali il cristianesimo avrebbe finito col creare instabilità nel paese Così, anche se in un recente film di Martin Scorsese, Silenzio (2016), tratto da un romanzo di Shūsaku Endō pubblicato nel 1966, si tratta la storia delle persecuzioni subite dai cristiani giapponesi in quel periodo attraverso la storia di due gesuiti portoghesi in chiave di martirologio cristiano, è possibile qui sottolineare che lo scontro sui confini economico-politici e le tradizioni religiose rivestì un’importante ruolo anti-coloniale della storia del Giappone prima della sua modernizzazione politica, industriale e militare.
Un elemento che non va separato dalle successive reazioni antiamericane e antioccidentali che avrebbero percorso il paese dopo la fine, catastrofica, del secondo conflitto mondiale non soltanto nelle file della sinistra di ispirazione comunista e socialista contro l’imposizione di basi americane nell’arcipelago giapponese e il ferreo controllo esercitato dai vincitori sulla vita sociale, economica e politica del paese2, ma anche in quei settori più conservatori, nostalgici della potenza passata e delle sue tradizioni, come ad esempio quello rappresentato dallo scrittore e militante tradizionalista Yukio Mishima, morto suicida praticando il rito del “seppuku” il 25 novembre 1970, quando, insieme a quattro membri della sua milizia, dopo aver fatto irruzione in una base militare di Tokyo, preso in ostaggio il comandante della base e aver tenuto, dal balcone del suo ufficio, un discorso alle truppe accorse, incitandole all’insurrezione contro la costituzione post-bellica.
Vangelo nero, inevitabilmente, risente di questo contesto e di queste reazioni al dominio occidentale, così la detective novel ancora una volta, si rivela essere un valido strumento per denunciare, in maniera audace e implacabile, ciò che una normale, per quanto coraggiosa, inchiesta potrebbe non poter del tutto fare, rivelando non soltanto i fatti in sé, ma anche ipotizzando le loro meschine motivazioni e la macchina messa in moto per nasconderle e rimuoverne le tracce. Come afferma il curatore nella nota posta al termine del volume:
Nel corso della sua articolata attività di scrittore, la vocazione di Matsumoto Seicho all’indagine storica e sociale si è misurata e non di rado scontrata con i limiti della finzione narrativa, fino ad approdare alla produzione di opere dal taglio documentaristico e di marcato impegno civico. Vangelo nero si colloca in una fase ancora germinale di questa metamorfosi: a metà strada fra l’inchiesta giornalistica e la fiction, impiega « nomi falsi in una storia vera » […].
Al centro della narrazione vi è un omicidio realmente avvenuto nel marzo del ’59, e ancora oggetto di una forte copertura mediatica quando, nel novembre dello stesso anno, il romanzo cominciò a uscire a puntate sulla rivista « Shukan Koron ». Il 10 marzo 1959, la ventisettenne Takekawa Tomoko (alias Ikuta Setsuko), hostess giapponese della British Overseas Airways Corporation, fu trovata morta sulle rive del fiume Zenpukuji, a Tokyo. Il principale sospettato fu il sacerdote belga Louis Charles Vermeersch (Charles Tolbecque nel romanzo), un salesiano dell’ordine di Don Bosco, che non venne mai arrestato né formalmente incriminato. Il caso venne archiviato nel ’74, e Vermeersch morì da uomo libero in Canada nel 2017, all’età di novantasei anni3.
La trama della vicenda narrata, molto semplicemente, è tutta riassunta in queste poche righe. Ciò che interessa all’autore non è far arrivare poco a poco il lettore alla scoperta dell’assassino poiché, in fin dei conti, l’evento divenne celebre come «il caso della hostess BOAC» rendendo inutile nascondere l’identità di colui che rimase soltanto l’assassino presunto. Ma delineare un ambiente, uno stile di vita, una scelta culturale religiosa che non può portare ad altro che alla rovina.
Nei sobborghi a nord di Tokyo c’è una ferrovia privata con due linee che corrono verso ovest partendo da due stazioni differenti. Attraversano Musashino quasi in parallelo, a una certa distanza l’una dall’altra. A causa dell’aumento demografico nella capitale, che di anno in anno preme sulle aree periferiche, sia al mattino sia alla sera le affolla un gran numero di passeggeri. Tuttavia, fra le due linee, lo spazio è rimasto come in sospeso, e ci sono luoghi che non sono più rurali ma nemmeno pienamente urbani o frequentati.
Sparse ovunque vi sono macchie d’aceri e di querce lobate, appuntite e glauche. La strada vecchia serpeggia in mezzo agli alberi, e nel fitto della vegetazione si cela un gruppetto di case contadine. Proseguendo oltre, il piccolo abitato si trasforma all’improvviso in un’area residenziale di recente costruzione, una nuova Tokyo che stride con i vecchi campi di Musashino su cui sorge.
A tarda ora il panorama è splendido, bucolico: i campi aperti e il bosco in lontananza si fanno lividi, poi neri, mentre la bruma della sera si solleva bianca ai margini. Il tetto acuto di una chiesa si profila come un’ombra ritagliata sugli estesi nuvoloni accesi di luce, suscitando un sentimento poetico e carico di religiosità anche in chi ne è sprovvisto.
[…] Di notte, invece, la zona è terribilmente desolata. Da qualunque stazione delle due linee ci si arrivi, superato il distretto commerciale che corre tutto in una via, la vivace luminaria cede il passo a un susseguirsi di recinzioni buie. Cessate le luci artificiali, si avverte a un tratto l’oscuro estendersi della natura4.
Si traduce quasi in un sussurro tutta l’abilità narrativa dello scrittore che, in poche righe, rende l’idea di una città in trasformazione dove il passato viene rimosso insieme al suo originario panorama per lasciar spazio a stazioni, casette della classe media e a un classico elemento dell’alterità occidentale: una chiesa. Che in prossimità delle ombre serali sembra celare una pace opposta all’oscurità della notte che scende. Ma è proprio l’oscurità a circondare già il primo personaggio che ci viene incontro dalle pagine del libro: Ebara Yasuko, vestita all’occidentale, che frequenta quella chiesa quasi quotidianamente, anche se dista tre chilometri da casa.
«Di corporatura florida, aveva sopracciglia fini, occhi a mandorla molto sottili, un grosso naso e un paio di labbra carnose. Non era bella, affatto, ma nemmeno brutta, e le sue rotondità la rendevano procace. Rideva in modo sguaiato»5. Una donna dalla riservatezza estrema, al limiti della scontrosità che non permette a nessun di entrare in casa sua. Tranne che a un prete europeo.
I vicini, quando scoprivano che quella donna di mezza età dall’aria non particolarmente affabile era una fervida credente e si occupava di traduzioni bibliche, si vedevano costretti a riconsiderarla in quanto religiosa, e anche i suoi scarsi contatti con il prossimo potevano essere letti come un segno della sua devozione.
[…] Stando così le cose, il fatto che un prete europeo si recasse a bordo di una piccola vettura dalla chiesa a casa della donna non pareva poi tanto strano. Incontrava la traduttrice, era evidente. Eppure le ripetute visite di un prete dai capelli rossi, per giunta a cadenza quotidiana e a qualsiasi ora del giorno e della notte, avvenivano un po’ troppo spesso. Ma si trattava pur sempre di traduzioni bibliche, non potevano certo essere affrontate alla leggera, occorreva zelo negli incontri.
L’uomo che arrivava in auto era sempre lo stesso prete, un tipo magro, alto, con un viso rubicondo. Era calvo, ma gli restava una corona di capelli fulvi che da dietro le orecchie gli scendeva sulla nuca. Sebbene per i giapponesi non sia mai facile capire quanti anni abbiano gli occidentali, lui doveva averne cinquantadue o cinquantatré. Si chiamava René Villiers ed era il parroco, ovvero la massima autorità presso la chiesa di San Guglielmo6.
L’evidente carnalità del rapporto, nonostante il non detto, e la jeep americana con cui si muove il parroco costituiscono già elementi significativi e certo non soltanto simbolici del dramma che si svilupperà a partire dal ritrovamento del cadavere di una giovane hostess, Ikuta Setsuko, restituito dalle acque del vicino fiume Genpakuji. In cui entreranno in gioco anche delle misteriose casse consegnate da un gruppo di energumeni, due o tre volte la settimana, proprio a Ebara.
Così, poco a poco, per centri concentrici come quelli creati da un sasso scagliato in uno stagno, verrà a galla tutto il malessere, la corruzione, la perdita di dignità ricollegabile al lungo e sofferto dopoguerra giapponese. Un periodo in cui, religiosi e stranieri, protetti da una rete di potenti amicizie, i sacerdoti della chiesa cattolica appaiono intoccabili.
Almeno fino a quando la morte della hostess rivelerà anche il sordido desiderio di nuove esperienze del più giovane dei sette sacerdoti della chiesa di San Guglielmo, Charles Tolbecque, che la frequentava in segreto. E in questo intrico di vergognosi interessi e protezioni tra le alte sfere ecclesiastiche e non solo, dovranno mettere le mani, nella seconda parte del romanzo, più dedicata all’inchiesta sull’omicidio, il detective Fujisawa Rokuro e il cronista Sano la cui ricerca della verità darà vita a una impari lotta contro le gerarchie della Chiesa, risolute a insabbiare il caso, e contro il potere politico, timoroso di urtare le nazioni di cui queste sono espressione.
Specchio di un Giappone ferito, ma animato dai primi sussulti di orgoglio, Vangelo nero è un implacabile atto d’accusa contro chi ha trasformato il Paese in un « territorio in concessione», dove persino la Chiesa pensa di potersi impunemente arricchire ai danni di un popolo che in fondo disprezza.
[Matsumoto] prendendo le mosse dal suo precedente Suchuwadesu-goroshi ron (Saggio sull’omicidio della hostess), uno studio rigoroso dedicato al caso BOAC, nella stesura del romanzo […] in assenza di un movente certo, congetturò la presenza di un terzo uomo, Lancaster, e l’esistenza di una rete di traffici internazionali che spiegasse la sistematica e occulta opposizione dei poteri forti, non solo giapponesi, ai tentativi della polizia di dare un volto all’assassino.
Dopo l’esperimento di Vangelo nero Matsumoto, sempre più convinto che « l’inserimento di finzione finisca per offuscare e indebolire la verità oggettiva », diede il via alla stesura di Nihon no kuroi kiri (Nebbia nera sul Giappone ), vasta silloge saggistica redatta nel bel mezzo delle proteste del ’60 contro l’Anpo – il trattato che permetteva agli Stati Uniti di mantenere basi militari sul suolo giapponese –, culminate nel ’70 in quell’apice simbolico che fu il suicidio rituale di Mishima Yukio7. Se Nebbia nera sul Giappone affronta di petto casi irrisolti e scandali, riconducendoli all’inquietante e vasta rete delle ingerenze estere nella politica nipponica, Vangelo nero rappresenta il primo vero tentativo di squarciare questa coltre oscura8.
Una storia nera come l’abito talare dei suoi protagonisti, ma che aiuta il lettore a prendere coscienza di alcuni aspetti del modo in cui si affermarono in Asia i sacri valori dell’Occidente uscito vittorioso dal secondo conflitto mondiale.
Si veda in proposito: Gary J. Bass, Il processo di Tokyo. La seconda guerra mondiale a giudizio, Mondadori Libri S.p.a., Milano 2025. ↩
Realtà ben descritta nei romanzi della Trilogia di Tokyo dell’autore inglese David Peace (Tokyo anno zero; Tokyo città occupata e Tokyo riconquistata, tutti editi in Italia da Il Saggiatore), quando sotto l’occupazione dei vincitori americani Tokyo era ridotta in macerie, con le strade invase da cani randagi e da un’umanità disperata. Mentre le notti erano dominate dai traffici del mercato nero, dalle lotte tra gruppi criminali, dall’impotenza della polizia, dalla connivenza della stessa e il passato cancellato insieme ai simboli dell’impero e ai nomi svuotati di significatp dai cambi d’identità. Ma dove, soprattutto, la memoria collettiva e individuale era rimossa e cancellata. ↩
A. Passarella, Nota al testo in Matsumoto Seichō, Vangelo nero, Edizioni Adelphi, Milano 2025, p. 419. ↩
Matsumoto Seichō, op. cit., pp. 13-14. ↩
Ivi, p. 16. ↩
Ibidem, p. 17. ↩
Le proteste del 1959 e del 1960,riprese poi ancora nel 1970, contro l’Anpo si verificarono per contrastare la revisione, avvenuta definitivamente nel 1960, del Trattato di mutua cooperazione e sicurezza tra Stati Uniti d’America e Giappone e finirono per dare vita alle più grandi manifestazioni popolari del Giappone moderno. Già il 27 novembre 1959, 80.000 tra lavoratori e studenti irruppero nel cortile della Dieta avendo ragione di 5.000 agenti di polizia; successivamente, il 15 giugno 1960, i manifestanti si fecero ancora strada all’interno dell’edificio della Dieta, dove uno scontro violento con la polizia portò alla morte di una studentessa dell’ Università di Tokyo. A seguito di questo incidente, la visita pianificata in Giappone del presidente americano Dwight Eisenhower fu cancellata e il primo ministro conservatore Nobusuke Kishi costretto a dimettersi. Un secondo ciclo di proteste si verificò nel 1970, con il rinnovo del Trattato. Nonostante la minor durata, le proteste raggiunsero ugualmente dimensioni significative. – NdR – cfr. L’Ampo ‘60 in S. Bellieni, Hiroshi Sano (a cura di), Zengakuren Zenkyoto. Giappone: rapporto su una generazione in rivolta, Gian Giacomo Feltrinelli Editore, Milano 1969, pp. XVI-XXI. ↩
A. Passarella, op. cit., p. 420. ↩



