di Giovanni Iozzoli

Marcello Anselmo, Il consumatore realsocialista. Dispositivi, pratiche e immaginario del consumo di massa in DDR (1950-1989), Le Monnier, 2020, pp. XIV-226, € 17,50

Il bel libro di Marcello Anselmo, dal titolo altamente evocativo Il consumatore realsocialista, fa giustizia di tutta una serie di luoghi comuni che riguardano la DDR e, allusivamente, l’intero mondo del vecchio blocco sovietico. Usando la categoria del “consumatore”, come grimaldello interpretativo multidisciplinare, Anselmo ricostruisce la parabola della Repubblica Democratica Tedesca e delle sue controverse identità, tutt’ora presenti in controluce nel dibattito politico tedesco, a 31 anni dalla riunificazione.

Quali sono gli stereotipi che il volume smonta? Innanzitutto l’idea che la società berlinese fosse un monolite grigio e compatto e non una realtà stratificata e dinamica, come ogni società moderna, in cui settori di cittadinanza erano in grado anche di negoziare con il potere spazi e momenti di autonomia, soprattutto nel settore consumo, tempo libero, cultura di massa, che nel corso degli anni diventerà sempre più cruciale. E poi la convinzione, assunta secondo schemi storiografici banalizzanti, che dipinge le élite della SED come corpo di “burosauri” incapaci di leggere le necessità di una società complessa: nel volume si dimostra che fin dagli anni ’50 il tentativo di creare un modello di consumo socialista competitivo, rispetto all’Occidente, fosse molto sentito dal partito e si rende conto degli sforzi storici messi in campo per realizzare tale obiettivo – frustrati sul piano dei risultati generali, ma non irrisori.

Altro luogo comune da sfatare, la totale impenetrabilità delle “due società” che il confine berlinese divideva: fino alla costruzione del Muro la frontiera era talmente porosa da permettere a molti diversi flussi economici – in direzione bilaterale –, di compenetrare i due mondi; e il Muro, più che “vallo antifascista” rappresentò il disperato tentativo della SED di recuperare il controllo su questi flussi, soprattutto quelli di forza lavoro qualificata che scivolavano ineluttabilmente in direzione occidentale.

Per circa sedici anni Berlino rimase una città siamese e porosa e tale restò fino all’edificazione del Muro, il 13 agosto del 1961. Fino ad allora (…) nella Berlino cosiddetta “democratica” per la mobilità dei cittadini tedesco orientali verso occidente bastava un semplice documento d’identità mostrato ad uno dei valichi di frontiera. Con un biglietto di S-Bahn – la metropolitana sopraelevata che attraversa la città fin dagli inizi del secolo – un lavoratore residente nel settore orientale poteva spostarsi nei tre settori occidentali e rientrare a casa la sera, al termine della giornata lavorativa. E poteva rientrarvi dopo aver bevuto una bibita nel settore occidentale: in un bar del ricco corso Ku’ddam o in un cafè del Wedding, un quartiere dal forte radicamento operaio. Un contabile, un impiegato o un operaio residente all’Est ma occupato in una delle piccole aziende del laborioso Kreuzeberg nella parte sud-occidentale della città, riprendeva il treno dopo aver comprato della cioccolata, del miele o delle calze di nylon. E così un lavoratore occidentale poteva recarsi nel quartiere orientale del Prenzlauerberg per comprare carne e burro pagando prezzi decisamente più convenienti che nei settori occidentali della città. (pag. 25)

Questo livello di prossimità, quasi di compenetrazione, tra le due zone d’influenza, pose subito al regime socialista, l’urgenza del tema della competizione:

La DDR si trovò a subire la pressione dell’Occidente non sul piano militare ma su quello dei consumi, e Berlino Ovest diventò la spina nel fianco della costruzione del socialismo progettata dal segretario della SED, Walter Ulbricht. La circolazione dei cittadini e la porosità della frontiera amplificavano tale condizione mostrando ai lavoratori orientali un benessere ancora irraggiungibile per un’economia socialista in costruzione. Le luci e il luccichio delle passeggiate a Ovest non erano compensati dalla carne, dal latte e dal burro dai prezzi controllati e di gran lunga inferiori a quelli esposti nelle vetrine del Ku’ddamm occidentale. Il cibo era un bisogno necessario, era il consumo superfluo però che iniziava a diventare indispensabile (pag. 27)

L’autore propone di articolare la storia del realsocialismo tedesco in tre fasi:

La periodizzazione storica della DDR ha tre cesure fondamentali. La prima fase è il periodo della Zona di Occupazione Sovietica, al 1945 al 1949, segnato da una sovranità limitata (…) La seconda fase inizia con l’istituzione della Repubblica Democratica Tedesca, avvenuta nell’ottobre del 1949, a cui è seguito il percorso di ricostruzione nazionale, altrimenti denominato “costruzione del socialismo” (…), periodo di profonda crisi e di un’acuta tensione sociale. La cosiddetta era Ulbricht – dal nome del segretario del Partito Socialista Unificato – che va dal 1949 al 1971, e durante il quale la SED , partito egemone del blocco nazionale della DDR, portò avanti una strategia di superamento e allineamento degli standard di vita occidentali. Si tratta del periodo che storico in cui si sono manifestate sempre più chiaramente quelle micropratiche sociali che hanno messo in atto forme di resistenza impolitica e strategie di consumo informali, in grado di rivelare ampi margini di negoziazione e ricostituzione socio culturale interni alla società della DDR. La terza cesura viene solitamente individuata nel cambio della segreteria della SED tra Walter Ulbricht ed Erich Honeker, quando ad un adeguamento strategico delle politiche economiche e sociali fu affiancata la questione del benessere e della diffusione dei consumi tra la popolazione, diventati l’architrave per la costruzione del “sistema socialista sviluppato”(…) Era un obiettivo che allontanava il sistema economico da una competizione industriale diretta con l’Occidente favorendo, invece, lo sviluppo di un benessere interno e peculiare capace di rendere attraente il sistema realsocialista ai suoi cittadini.  (pag. 9)

Quindi, la figura del “consumatore”, che sempre fatalmente associata al capitalismo di massa occidentale, ha avuto in realtà una sua declinazione “realsocialista”, teorizzata e perseguita, attraverso stadi ed esiti alterni, fino alla fase terminale degli anni ’80. Lo sforzo di edificazione del socialismo risultava inevitabilmente connesso alla costruzione del “consumatore socialista”, i cui comportamenti dovevano prefigurare un modello alternativo al consumismo d’Occidente – anche se i tentativi di procedere in questa direzione si scontravano invariabilmente con i limiti di risorse e di sviluppo delle forze produttive, proprie di quell’assetto.

Finita l’epoca della miseria post-bellica, la creazione di un mercato di consumo di massa, non era solo un problema di accesso al mondo delle merci, quanto di disponibilità a rispondere a esigenze sempre più raffinate. C’era piena consapevolezza che la sfida dell’immaginario – culture, sub-culture, linguaggi, mitologie – imponeva un ulteriore livello di competizione, in un’epoca in cui tale dimensione subiva una fortissima accelerazione indotta dai mezzi di comunicazione di massa e dell’esplosione del protagonismo giovanile, a Oriente come a Occidente.

Quindi la ricerca dell’autore parte dal periodo post bellico, analizzando le pratiche “illegali” di consumo, legate alla porosità e alla compenetrazione tra i due blocchi in una città ancora aperta – microcommercio, contrabbando, traffici valutari – per arrivare ai grandi disegni di modernizzazione – anche nella sfera dei consumi, dei costumi, del profilo dell’utopia di un “benessere socialista” guidato dall’alto. Il paradosso è proprio che mentre la governance socialista tentava di orientare questi processi dall’alto, la generazione nata dopo il Muro produceva una sua tensione “dal basso”, sempre nel settore consumi ricreativi-comportamenti culturali, che porterà forti elementi di destabilizzazione del sistema. Del resto: “Una cultura del consumo realsocialista, che però, fin dal principio sembra aver ricoperto una posizione subalterna, sostitutiva o emulativa rispetto al consumo di massa occidentale” (pag.12), registrava una costante posizione di ritardo e rincorsa al modello antagonista euro-americano che rifulgeva al di là del muro, sospinto dagli investimenti colossali del Piano Marshall e dall’industria dell’intrattenimento di massa.

Troppo ristretti e accelerati, erano i tempi della storia, nell’incalzare della guerra fredda, per rispettare i piani quinquennali e le prudenti tabelle di marcia honekeriane; troppo stridente il passaggio, sia a livello sociale che sul piano dell’immaginario, tra il mito fondatore vagamente stakanovista della figura operaia, enfatizzata come cardine etico della nuova società, e i “comportamenti di consumo certamente peculiari, ma tarati progressivamente su livelli di crescente benessere” che erano propri di una sorta di classe agiata socialista dotata, anche nell’ambito immateriale, nella produzione di simboli, linguaggi, stili di vita, di una sua nuova vitalità.

E’ emerso un immaginario dove elementi culturali di entrambi i blocchi venivano mescolati e riadattati in considerazione dei sedimenti culturali antecedenti alla formazione del primo ‘Stato degli operai e dei contadini’ sul suolo tedesco’ (…) Non si tratta di una semplice produzione di surrogati realsocialisti (…)ma piuttosto di una declinazione della società dei consumi di massa che ha assunto forme differenziate, scaturite da un diverso utilizzo delle potenzialità e dei modelli produttivi. (…) Un libro, una lavatrice, un maglione come una macchina fotografica, un’automobile come un viaggio in aereo sul Mar Nero, determinavano gerarchie, invidie, competizioni, conflitti e fratture all’interno di una società considerata immobile e incapace di sottrarsi alla dominazione ideologica. (pag.15)

Quindi, la edificazione dello Stato socialista corrisponde alla fase “eroica” del sacrificio antifascista e rifondativo, in cui la priorità è sfamare la popolazione e costituire la base per la reindustrializzazione di un paese distrutto. Mentre la fase successiva, quella del decennio sessanta, dopo la cesura storica del Muro, corrisponde allo sforzo di competere sul piano complessivo, tra consumi e costumi, con il mondo occidentale, in una rincorsa perdente ma comunque con propri elementi di originalità.

Pianificazione, socialismo, classe operaia, e perfino lo stesso termine di consumo, assumevano nel socialismo significanti diversi e, in quanto tali, sono stati analizzati in relazione al contesto specifico della DDR. La lingua della Germania Orientale è una lingua spuria nella quale le denominazioni ufficiali contrastavano con il linguaggio popolare, o presentavano forme di mimetismo come, ad esempio, accadeva negli articoli di costume o di cronaca quotidiana nei quali si annidavano significati e messaggi politici precisi. Era una continua costruzione di indirizzi funzionali alla cultura e all’immaginario realsocialista, e volti alla costruzione di un particolare consenso politico. (pag. 20)

Ma il tentativo di dare vita ad un modello alternativo si trasforma, nelle condizioni date, in uno sforzo di modernizzazione tout court:

La decade degli anni sessanta rappresenta, nell’economia della storia della DDR, un periodo di svolta durante il quale è possibile osservare il sostanziale allineamento delle politiche di sviluppo economico-sociali di stampo realsocialista a quelle che sono le linee portanti della modernizzazione che attraversano tutto il continente europeo. (pag. 45)

L’autore si sofferma diffusamente su un evento chiave, la vicenda della Deutschlandtreffen der Jugend 1964 (DT64) – emblematica per rappresentare l’impegno delle élite orientali nella ridefinizione della propria identità ed immagine, soprattutto nei confronti della Germania occidentale. DT64 fu il primo festival giovanile, di musica, cultura e sport, organizzato nella DDR, a soli tre anni dalla costruzione del muro, in cui il regime profuse enormi risorse economiche e umane. L’invito esplicito era verso la gioventù dell’Ovest, che avrebbe dovuto toccare con mano le realizzazioni del socialismo tedesco orientale. Quindi il Muro apriva un suo varco controllato, in direzione Berlino ovest, con obiettivi ambiziosi e precisi nella guerra sull’immaginario che contrapponeva i due mondi.

In quegli anni la politica della SED mirava ad innalzare gli standard di vita delle popolazioni in modo tale da concretizzare quella ‘forza d’attrazione’ del sistema socialista attraverso cui creare consenso e partecipazione politica delle masse popolari. In questa situazione la DT64 rappresentò per la SED un’occasione unica per mettere in mostra nella vetrina della capitale i risultati ottenuti nel campo del consumo e della qualità della vita. Nelle tre giornate della festa giovanile si configurava la possibilità di rappresentare il benessere socialista agli occhi dei giovani cittadini occidentali. (pag. 52)

L’investimento organizzativo fu ingente, così come abbastanza spregiudicato può apparire oggi il messaggio simbolico che l’evento si prefiggeva di lanciare:

In occasione della DT64 la stampa popolare ricoprì il ruolo di amplificatore della rappresentanza del moderno benessere reasocialista. Nell’aprile del 1964 la prima pagina della NBZ (*) esibiva una fotografia di un trombettista tedesco-occidentale di nome Horst Michalek mentre suonava una tromba in una posa vagamente rassomigliante ad una nota fotografia del jazzista afro-americano Lous Armstrong. L’articolo invitava i giovani tedeschi alla DT64: “Su! Mettete le vostre cose in valigia e partite per Berlino, sta per succedere qualcosa sulla Spree! H.M. Invita tutti gli amici della Repubblica Federale amanti della musica leggera e del jazz a partecipare al raduno della DDT64 nella capitale della DDR nella prossima Pentecoste. (pag. 57)

La mobilitazione delle aziende, delle organizzazioni di partito, di quelle sociali, fu massiccia e rappresentò una scommessa impegnativa:

In tal senso la DT64 sembra una manifestazione della cesura che a metà anni sessanta, segnò la competizione tra blocchi declinata sul piano del benessere sociale. Non più superare l’Occidente, ma al contrario, realizzare un modello di consumo di massa originale integrato nel quadro dell’economia e della società realsocialista. La capacità di innovazione e la modernità dei consumi socialisti era il leitmotiv del discorso propagandistico legato alla DT64. La stampa popolare tedesco orientale, in quei giorni, pubblicava decine di articoli dedicati ai più moderni manufatti della vita quotidiana. Dai mobili componibili realizzati con il nuovo Metafol, un materiale sostituivo del legno realizzato nei Kombinat dell’industria chimica, alle bevande gasate e rinfrescanti espressamente pensate per i giovani. (pag. 59)

Emblematici gli sforzi, documentati dall’autore, con cui il sistema mediatico cercava di offrire di sé una autorappresentazione brillante e consumistica: “Essere ben vestiti ci rende di buon umore durante i giorni del raduno di Pentecoste” – recitava uno slogan esortativo al miglioramento dell’estetica personale; ma poi si allegava un elenco di prodotti vestiari disponibili – scrupolosamente riportati dall’autore – che misurava la distanza oggettiva tra questo afflato al consumo e l’oggettiva disponibilità di beni che l’industria locale era in grado di sostenere:

Il dispositivo di produzione attivato in occasione della DT64 dalle autorità politiche della DDR si innestava su una struttura produttiva e distributiva che garantiva ancora nel 1962 il consumo annuo pro capite di quattro paia di calze di nylon per donna, di cinque paia di calzini e di un paio di scarpe di pelle e due di altro vestiario intimo. (pag. 65)

Il Festival DT64 ebbe effetti contraddittori:

la cosa che destava più stupore nei funzionari della SED territoriale era, tuttavia, la capacità di molti giovani occidentali di criticare il funzionamento del socialismo sulla base di frequenti citazioni di Marx e di Brecht, alle quali i giovani tedesco orientali coinvolti non erano in grado di controbattere (…) D’altra parte, i funzionari notavano anche come i giovani occidentali rimanessero positivamente impressionati dai prezzi bassi del cibo e delle bevande che risultavano incomparabili con quelli dell’Occidente e in alcuni casi venivano lodati i servizi sociali e il sistema scolastico e universitario. (pag. 71)

Il robusto investimento di immagine impostato dal regime, testimonia quanto ad Est fossero consapevoli circa la crescente centralità della “questione giovanile” – cioè l’irruzione demografica e culturale della generazione nata dopo la guerra –; e l’urgenza di attrezzarsi per fronteggiare i conflitti latenti che tale impatto generazionale avrebbe portato a Est come a Ovest, provando a convogliarlo in uno slancio di protagonismo nell’edificazione di un socialismo attento ai consumi materiali e immateriali. La dimensione della pagina scritta, era una di quelle fondamentali in cui la Germania Democratica provava a raccontare se stessa, i suoi miti, i suoi imperativi.

Per l’abitudine dei suoi cittadini alla lettura, per la quantità di libri pubblicati e per il ruolo che la letteratura ha ricoperto nella costituzione di un “immaginario socialista”, la DDR È stata definita ‘terra della lettura’ (Literaturgesellschaft) (…) Nel 1949 esistevano 250 testate di riviste di genere diverso per 65.500.000 esemplari prodotti. Nel 1960 i titoli erano 6103 di cui 904 traduzioni per un totale di 94.437.000 di libri. (pag. 97)

Con la soddisfazione basica dei bisogni fondamentali, comincia una elaborazione sull’uso dei media cartacei e dei generi considerati “spazzatura” – libri d’evasione, fumetti di genere criminale o fantastico: quella che era considerata una produzione culturale superflua, comincia ad essere valorizzata in chiave socialista. Qui l’immaginario “alternativo” è sempre pericolosamente in bilico rispetto al modello “americano” che con i suoi miti hollywoodiani – “decadenti” e tremendamente affascinanti per la gioventù – conduce le danze. L’autore riporta con dovizia di particolari un elenco di pubblicazioni di genere, fino alle bizzarre e seguitissime saghe western, che dovevano rielaborare in senso socialista la “conquista” dei coloni americani ai danni dei popoli nativi e l’eterno mito della frontiera.

La DDR era insomma piena di fascicoli di letteratura di genere criminale, fantastico e d’avventura, e concretamente si trattava di di un tipo di letteratura di consumo distinta e diversificata da quella occidentale, sebbene ne richiamasse le forme, i motivi, e le ambientazioni. (pag. 115)

Anche qui, gli spazi di “trattativa” tra centri di produzione culturale e centri decisione politica, tra innovazione e censura, erano costantemente in fibrillazione:

Produrre ed editare fascicoli di letteratura criminale per contribuire allo sforzo e allo sviluppo della società socialista non era un lavoro da poco, né per gli scrittori né per i lettori delle case editrici. Era un’attività che coinvolgeva figure diverse: direttori editoriali, recensori, funzionari ministeriali, impiegati e fattorini delle poste. (pag. 115)

Alla fine di questa gran mole di dati e considerazioni, si capisce che quello del consumo – soprattutto di prodotti immateriali – è stato il terreno fondamentale di negoziazione e conflitto tra settori di società civile e rigidità dello Stato, essendo impraticabile sul piano direttamente politico tale dialettica. L’epopea della costruzione del consumatore socialista, cessa nella seconda metà degli anni ’80, quando ogni diga crolla e le velleità di costruire modelli di consumo alternativi all’occidente vengono abbandonate: a quel punto la negoziazione avviene solo su quanto e come, la pressione dei prodotti culturali occidentali unilateralmente subita, potrà tracimare dall’altra parte di quel Muro, destinato da lì a breve a sgretolarsi. Il socialismo prussiano – burocratico, puritano, autoritario – aveva perso la sua competizione con l’Occidente ben prima dell’89 e dei rivolgimenti geopolitici che sconvolsero la carta geografica d’Europa. Dalla generazione dei ragazzi che partecipò all’evento della DT64 verrà fuori una nuova classe dirigente, in massima parte desiderosa solo di cancellare l’anomalia della Repubblica Democratica Tedesca e la sua memoria complicata.

Il lavoro di Marcello Anselmo, giornalista radiofonico e ricercatore universitario originale, merita sempre di essere seguito con attenzione, per la capacità di fondere il necessario rigore metodologico con un approccio alla scrittura aperto e limpido, non limitato agli addetti ai lavori della ricerca storica. Un libro da leggere, come il suo precedente Storie di magliari (Donzelli 2017).


(*) La NBZ “Neue Bild Zeitung” era una rivista settimanale della DDR esplicitamente ispirata alla BILD occidentale, in grado per la prima volta di veicolare nel grigiore rigoroso della stampa socialista, con la veicolazione di contenuti popolari, fenomeni di costume, mutuando le tecniche comunicative tipiche della società dei consumi di massa d’Occidente e adattandole al proprio contesto socio-politico.

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