Adelphi Milano 2009, pp 94, € 9

di Pierluigi Sullo

Il Coronavirus sta, tra le altre cose, impedendo la presentazione dei nuovi libri. Ho almeno due amici che ne hanno appena pubblicato uno e si chiedono: e ora? Non resta che parlarne sul web. Dove il tempo ha un altro ritmo. Così, leggere un romanzo di Jack London pubblicato esattamente 108 anni fa risulta bizzarramente attuale, come fosse stato scritto l’altro ieri. Sarà il tema del racconto, a dare questa impressione. Il romanzo, breve, descrive quel che accade al mondo quando si scatena una epidemia, o pandemia, globale.

La capacità di London di immaginare il futuro è stupefacente. Già ne Il tallone di ferro, uscito due anni prima, aveva immaginato che all’inizio degli anni trenta del novecento molte nazioni sarebbero state preda di dittature sanguinarie. E La peste scarlatta precede di sei o sette anni la peggiore epidemia globale che, fin qui, si sia impadronita del pianeta, quella passata alla storia come “spagnola”: tra cinquanta e cento milioni di morti (sui due miliardi dell’umanità di allora).

Leggerlo ora, questo romanzo, fa ovviamente impressione, anche se la “peste scarlatta” è molto diversa dal “coronavirus”. Perché è letale al cento per cento, il corpo si ammala e in pochi minuti la pelle dei malati diventa tutta rossa, e i contagiati muoiono.

Nel 2073, sessanta anni dopo lo sterminio, un vecchio ridotto malissimo cerca di raccontare ai nipoti selvaggi, i piccoli delle tribù create dai pochissimi sopravvissuti misteriosamente immuni al contagio, vestiti di pelli e che allevano capre, cosa sia accaduto in quel tempo ormai lontano. I ragazzi capiscono a malapena la lingua, l’inglese, del vecchio macilento, che era stato un docente universitario a Berkeley. Ora parlano un linguaggio semplificato, che serve solo per le faccende pratiche, mangiare, salvarsi dai lupi, il sesso…

Con fatica, il vecchio spiega che nessuno capì, all’inizio, cosa stava accadendo, finché il contagio non si diffuse così rapidamente che l’industria, le città, l’istruzione, tutto ciò che fa da scheletro della civilizzazione, cominciarono a crollare rapidamente. E tutto si riassunse nel cercare di sottrarsi, di fuggire, perdendo via via umanità e compassione, e chi diventava rosso (forse una metafora? London era socialista) veniva allontanato, addirittura abbattuto. Intanto i sani, almeno coloro che ancora lo erano, si chiudevano, si ritiravano, si armavano: in quattrocento barricati nella facoltà di chimica dell’università, poi in fuga, quando il morbo entrò anche lì, ai piani superiori; fuori sulla strada in colonne di affamati, deboli (e qui il romanzo ricorda o previene La strada di Cormack McCarthy), perdendo sempre più persone, famiglie intere. Finché il docente restò solo e sopravvisse in un bosco, per anni.

Quando ne uscì trovò che i più forti, tra i pochi rimasti, dominavano i deboli. L’aristocratica e bellissima moglie di uno dei Magnati, l’élite che governava il paese al momento dell’epidemia (il potere dell’economia e delle multinazionali, già), veniva trattata come una schiava da un ex autista di autobus volgare e violento, fondatore di una delle nuove tribù, quella degli Autisti.

Una volta Einstein, se non ricordo male, disse una di quelle frasi che finiscono sull’involucro dei cioccolatini: non so come finirà la seconda guerra mondiale, ma so come sarà la terza: si combatterà con bastoni e pietre. Il mondo che London racconta assomiglia a questo ritratto, solo che a far crollare la civiltà in questo caso non è una guerra generale, ma un morbo di origine sconosciuta.

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