di Paolo Lago

Charles Folie e Iuri Lombardi, Il Vice Presidente venne dopo sette secondi (racconti), 96, rue de-La-Fontaine Edizioni, Torino, 2016, pp. 136, € 12,00.

Dopo Freud – scrive Michel Foucault – la follia è diventata una “prodigiosa riserva di significati”, una lingua che non dice niente proprio perché è dotata di un doppio linguaggio. Condotta al di fuori della reclusione manicomiale, la follia si è insinuata nelle pieghe del discorso, della voce, della parola, fino a divenire negazione della parola stessa. “Amici patetici, che appena mormorate, andate con la lampada spenta e rendete i gioielli. Un nuovo mistero canta nelle vostre ossa. Sviluppate la vostra legittima stranezza”: così suona una frase di René Char citata da Foucault nella prefazione della sua Storia della follia. I personaggi della stupefacente raccolta di racconti, Il vicepresidente venne dopo sette secondi di Charles Folie e di Iuri Lombardi sviluppano la loro legittima stranezza nella forma della narrazione, di una contingenza di situazioni raccontate che si situano come negazione della normale parola, della banalità del discorso, del lato più scontato della voce. Perché, come leggiamo nell’esergo da Flaubert, “in ogni cosa c’è un lato inesplorato” e “la minima cosa contiene un punto d’ignoto”. Probabilmente, riuscendo a guardare con il peculiare punto di vista di questa “follia” “riserva di significati”, si riesce anche ad esplorare i numerosi punti di ignoto ancora presenti nella realtà che ci circonda.

Se la follia è presente persino nel nome francesizzante, pseudonimo di uno degli autori, Carlo Follia (traduzione italiana, appunto, del nome francese) è anche il protagonista di uno dei racconti di Charles Folie, I Cacciatori del Tempo. Follia, “insegnante presso l’asilo nido dell’Ateneo La Sapienza di Roma”, vive sommerso dai libri e si immerge in una lettura tutta personale della Recherche proustiana, avendo forse scoperto il varco verso quel “punto d’ignoto”, verso una lettura non banale della realtà e della letteratura stessa, della narrazione, probabilmente in modo più autentico e misterioso di quanto non facciano i professori universitari che gli affidano i propri figli per recarsi alle lezioni, perduti in vuote e prefabbricate interpretazioni della cultura e dell’arte. Legato all’universo della follia è anche il racconto successivo di Folie, Non voglio morire solo, in cui il folle Flammery, all’interno di una struttura di degenza, ossessionato dalla paura di morire da solo, è forse capito veramente soltanto da Saviers, un altro internato che si crede psichiatra, colui che scavalca le rigide “griglie” psicanalitiche freudiane (per dirla con il Deleuze e Guattari de L’Anti-Edipo) per un approccio più umano e spontaneo con la malattia mentale.

Il racconto che apre la raccolta (e che le dà il titolo), sempre di Charles Folie, mette in scena una situazione dominata da un assurdo straniante: il Vice Presidente Responsabile del Consiglio di Amministrazione di una azienda se ne va in giro in una freddissima giornata di novembre cercando di fare acquisiti con una banconota da cinquecento, unico denaro che ha in tasca. Questo racconto, a mio avviso possiede un’impronta – mi si passi il termine – profondamente ‘marxista’ in quanto si incentra sui meccanismi del potere economico che regolano la società e sui rapporti fra gli individui di diverse classi sociali. Il Vice Presidente è ingessato nella sua immagine di uomo di potere (e di potere economico) per il modo di vestire, per l’arroganza e il cinismo con cui tratta chiunque, ma soprattutto per il suo mettere in mostra continuamente e in maniera quasi feticistica quella famigerata banconota da cinquecento (il tipo di moneta, tra l’altro, non viene mai specificato, ma questo alla fine non conta). L’esposizione spettacolare del potere economico avviene così di fronte a due anziani baristi, a un tassista, a un cameriere-cuoco di un povero ristorante del quartiere operaio, a un albergatore, a un altro barista e a un gruppo di avventori ubriachi. In tutto questo infernale e assurdo rondò, l’autore ripete quasi fino alla nausea il ruolo sociale del protagonista, quella parola “Vice-Presidente”, nauseante di burocrazia e di potere, che finisce per non assumere più nessun significato nel vortice picaresco di incontri e avventure nel quartiere operaio. E non è un caso, credo, che una buona parte delle vicende del racconto si svolga in questa peculiare ambientazione, caratterizzata, ancora una volta marxisticamente, dall’aggettivo “operaio”. Il protagonista si muove all’interno di questa realtà come in un mondo alieno, lontano da sé, un mondo che osserva con uno sguardo distaccato e quasi ‘schifato’. La bravura dell’autore sta nel farci osservare spaccati di mostruosità sia nel protagonista e nella sua classe di appartenenza, vuota e cinica, sia nell’universo proletario e suburbano che il personaggio si ritrova a percorrere, abbandonato a se stesso e attraversato da plaghe irrisolte di crudeltà e di violenza.

Il racconto successivo, firmato dall’altro autore, Iuri Lombardi, e intitolato Iuri dei miracoli, ci conduce all’interno di una dimensione più intimistica e introspettiva. La sapiente e magica scrittura di Lombardi allestisce un ritratto autobiografico in chiave di riflessione sul proprio passato e sulla propria esperienza. Ma la dimensione di realtà che dovrebbe essere sottesa al genere dell’autobiografia viene completamente scardinata da un impianto onirico e visionario. Il sé così raccontato non è immerso nella realtà, ma in una dimensione parallela nella quale si possono scorgere con più chiarezza i lati più inesplorati dell’esistenza. Ancora una volta si distende sul mondo uno sguardo non banale, si apre l’impronta di una follia creativa e immaginifica che prelude a non scontati orizzonti. Con uno stile poetico che mi ha fatto pensare all’Ecce Homo di Nietzsche, Lombardi costruisce un intarsio magico di ricordi, di momenti, di situazioni legati alla figura del sé che sta mettendo in scena e questa figura del sé è costruita mediante un chiaro impianto di formazione. Quasi come un visionario Bildungsroman, profondamente venato di afflati poetici (mi sono venute in mente anche certe composizioni di Dino Campana), il racconto dispiega uno scenario e una ambientazione contemporaneamente reali e fantastici, venati di magia, come le descrizioni della campagna e di una Firenze irretita dal gelo della nevicata dell’85. Numerosi personaggi, accanto alla figura del sé, si avvicendano nelle pagine del racconto e scaturiscono dalla scrittura come tante appendici del paesaggio e dell’ambiente e quasi in sinergia con esso. Ambiente, cose e persone sono l’inequivocabile tessuto ritmico del racconto, un filo che si dipana in immagini che si dipingono di significativa poesia visionaria.

Non meno pervaso di poesia è un altro, interessante racconto di Lombardi presente nella raccolta, Roma, che si apre con l’arrivo di una carovana di giostrai nella campagna romana. Questi ultimi, quasi messi di una follia che nega la banalità della parola in nome di inenarrabili corrispondenze, sono i sovvertitori dell’ordine quotidiano, culturale e sociale, creatori di un nuovo ordine sociale, mentre dintorno il paesaggio si accende di un “barlume di allegria” e di “spensieratezza”. Alfieri di una nuova e visionaria rivolta sociale, come il predicatore friulano Giovanni che si aggira nei dintorni della Capitale, i giostrai sono i ‘nomadi’ giunti da un altrove, sono figure quasi dionisiache che mirano a perturbare l’ordine stanziale della quieta e balzana borghesia, rappresentata dal marchese Annibale De Caro Da Roccasecca e da don Giuseppe, prete del Vaticano, ma anche da Alba Satriani, annoiata signora borghese che cerca conforto fra le braccia dei sottoproletari dai nomi latineggianti di Attilio e Tiberio. Non a caso, i giostrai verranno allontanati, scacciati dalla città (come succede agli indesiderati campi rom nelle nostre città) per essere ricollocati in un luogo lontano, dove, con la loro smagliante ‘diversità, non possono più disturbare la perbenista banalità del quotidiano. Lo stesso Giovanni, “il pazzo saccente, il nuovo messia, fu imprigionato e portato lontano, in una clinica psichiatrica” (stessa sorte era toccata a Dioniso nelle Baccanti di Euripide).

Ma lo sguardo non banale della follia, la “sua prodigiosa riserva di significati” continuerà a scavare la realtà interpretandone i lati inesplorati, come capiamo leggendo gli altri racconti di Lombardi e Folie presenti in Il presidente venne dopo sette secondi. È tempo, quindi, che la mia voce si taccia per poterli direttamente scoprire e leggere, alla scoperta di nuovi, inusitati “punti di ignoto”.

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