di Marc Tibaldi

Marco Philopat, I pirati dei Navigli, Bompiani, 2017, pp. 320, € 17,00

Nell’epoca della Retromania (l’ossessione per il passato, che Simon Reynolds ha individuato nella musica rock) e della Retrotopia (la fase contemporanea dell’utopia, come sostiene Zygmunt Bauman), il “no future” non è più uno slogan di utopisti travestiti da apocalittici come erano i punx e le “creture simili” dei primi anni ’80 bensì la realtà, una percezione condivisa e il nuovo romanzo di Marco Philopat – I Pirati dei Navigli, Bompiani – continuazione di Costretti a sanguinare, uscito vent’anni fa, ci traghetta dagli anni ’80 ai ’90 attraverso un mix intelligente di vita personale, collettiva e sociale.

Asor Rosa in Scrittori e massa, contenuto nella nuova edizione di Scrittori e popolo (Einaudi, 2015), sostiene che “la Storia è una risorsa formidabile, come sanno i letterati italiani di tutti i tempi; ma impone rigide regole all’invenzione e al rapporto con il pubblico. Se si parla del passato, significa che è più importante del presente, ovvero che del presente, non si può parlare come si vorrebbe” e continua, sollecitando gli scrittori che fanno questa scelta, “per andare incontro al futuro si dovrebbe chiarire meglio se la Storia è una scelta o un obbligo insuperabile, e in ambedue i casi perché”. Philopat dribbla la domanda raccontando un mondo parallelo, in parte inventato e in parte vissuto – assieme a Kix, Gigione, Gomma, Schwarz, UVSLI, Rex, Magomerlino, Rottame, nomi buffi che sembrano tratti da una storia a fumetti – e raccontato in prima persona. Romanzo, racconto lungo, storia o cronaca? I Pirati dei Navigli è un bel caos che con linguaggio fresco e avvincente narra scintille creative come il Virus; Decoder, la rivista cyberpunk che diede una scossa innovativa all’underground italiano; l’Helter Skelter, spazio immaginativo non omologato interno a un Leoncavallo ancora zavorrato nell’immaginario anni ’70; Primo Moroni e la libreria Calusca; il Cox 18… Ma è anche un libro denso di avventura, autoironia e umorismo: come nel surreale capitolo “Il sogno di Roby”, nello struggente “La saracinesca SADO MASO non c’è più”, nell’esilarante “Un’altra porta da aprire”.

Se, come ci dichiara Philopat: “Nanni Balestrini e Cesare Bermani sono i due poli di riferimento per quanto riguarda i miei libri, la sperimentazione sulla scrittura da una parte e il lavoro sulla memoria collettiva dall’altro”, è anche vero che, rispetto a Costretti, in Pirati si sente molto meno l’influenza di Balestrini e si nota una sicurezza stilistica autonoma che, soprattutto in certi passaggi, è caratterizzata da una sapienza descrittiva dei personaggi, soprattutto nei loro momenti di introspezione, ma anche di fragilità e goffaggine.

Quando si parla di certificare la propria posizione nel mondo della normalità, il protagonista sostiene: “Mi chiamo Philopat, sono scappato di casa a sedici anni e sono cresciuto lontano da mio padre e dal suo cognome. Al solo pensiero di tirare fuori la carta d’identità mi prende un moto interiore di rifiuto, e non solo perché gli sbirri me l’hanno chiesta troppe volte”. Con questo presupposto si attraversa – cospirando con amici e compagni – gli strani anni ’80, che sono stati un significativo decennio di trasformazione tra la morte dei movimenti e la flebile speranza di un rilancio che arriverà molti anni dopo – prima con il movimento studentesco della Pantera e delle Posse, più tardi con il movimento altermondialista – per poi rinchiudersi ancora nei nostri giorni. Gli anni ’80 furono un periodo di passaggio dal modello produttivo fordista al postfordismo del lavoro autonomo, con la mutazione dei modelli di sfruttamento e controllo. Ma in quegli anni avvenne un cambiamento culturale profondo con l’imposizione della dittatura mediatica e la discesa in campo del piduismo-berlusconiano, con l’edonismo culturale e il riflusso.

Nel romanzo, la bussola per orientarsi nella trasformazione capitalista viene costruita con un sapere collettivo che nasce dai viaggi in Europa (Londra, Germania, Jugoslavia, Spagna) per imbastire collegamenti e cospirazioni planetarie che contrastino il capitalismo transnazionale, dalle letture e dalle azioni politiche antagoniste (l’occupazione di spazi sociali e le mobilitazioni antinucleari post-Cernobyl). Il tutto sotto l’occhio attento di Primo Moroni, che proprio in quegli anni, con Nanni Balestrini, pubblicava L’Orda d’Oro, 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, una mirabile scelta di testi da salvare del periodo ribelle.

E ovviamente in una trasformazione che si vuole politica, etica ed estetica la musica è parte integrante e non semplicemente colonna sonora della storia. Dai Crass ai Poison Girls, dai Raf Punk ai CCCP (topica la contestazione del concerto del gruppo “filosovietico” al Leoncavallo), dai Joy Division agli Einsturzende Neubauten, da Lydia Lunch allo storico concerto dei Sonic Youth all’Helter Skelter, dai Laibach ai O! Kult, dai Wretched ai Psichic TV, fino ad arrivare alle prime avvisaglie rap con i Public Enemy e Beastie Boys, passando per la Banda degli Ottoni a Scoppio e le canzoni della mala milanese di Pelè con il suo bidofono.

Scriveva Paul Celan rispondendo, nel 1967, a un’inchiesta di Der Spiegel, su una riflessione di Hans Magnus Enzensberger a proposito della rivoluzione: “Io spero ancora e sempre in una trasformazione, in una svolta. Non saranno i sistemi proposti in ricambio a produrla, e la rivoluzione – quella allo stesso tempo sociale e antiautoritaria – è pensabile solo partendo da quella trasformazione” (ora in La verità della poesia, Einaudi). Trasformare la biografia in opera letteraria non è da tutti e Marco Philopat ci consegna dei passaggi stupendi in cui si mette a nudo, da punk, tagliuzzandosi non la pelle ma l’anima, per mettere in discussione se stessi e tutte le cose assieme, in una distruzione più intima, in uno sconvolgimento più straniante, per sovvertire tutte le leggi anche quelle non scritte, forse anche quelle della narrativa di ispirazione storica.

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