di Alessandro Barile

S.Caprio, G. Codevilla, P.P. Poggio, La rivoluzione russa – Intellettuali e potere, Jaca Book, Milano, 2017, pp. 159, € 16,00

Si avvia a conclusione questo freddo centenario dell’Ottobre, a cui una storiografia in buona parte disinteressata ha risposto più per dovere che per convinzione. Il risultato è stato una sequela di pubblicazioni rimasticate, dove quel poco che può salvarsi (ad esempio Russia 1917 di Guido Carpi) lo si deve più all’isolata passione dello studioso che a originali filoni di investigazione storiografica. La ricerca sull’Unione sovietica è a un punto morto per l’immediata ragione che non risponde più ad alcun interesse politico. Se queste sono fino ad oggi le premesse, una certa curiosità ha potuto suscitare questo breve testo sulla Rivoluzione russa: per la presenza di uno studioso serio e critico come Pier Paolo Poggio; per l’editore – Jaca Book – capace negli anni di dare voce a un multiforme e contraddittorio coro di dissonanze scientifiche e politiche altrove silenziate; per il titolo stesso, o per meglio dire il sottotitolo: “intellettuali e potere”, che selezionava opportunamente il campo d’indagine evitando il confronto diretto con la sintesi epica fuori tempo massimo. Nelle premesse questo lavoro collettaneo operava allora una distinzione rispetto al resto della pubblicistica minore.

Il testo di compone di tre saggi indipendenti. Il primo, firmato Pier Paolo Poggio, affronta il tema dell’origine dei caratteri del bolscevismo sovietico e soprattutto dello stalinismo; il secondo, del sacerdote ortodosso Stefano Caprio, indaga il ruolo degli intellettuali prontamente espatriati dopo l’Ottobre; infine, il saggio dello storico dell’Europa orientale Giovanni Codevilla traccia un rapido excursus dei rapporti tra Stato russo e Chiesa ortodossa prima e dopo la Rivoluzione. I tre saggi soffrono di una notevole disarmonia, andando ognuno per la propria strada. Un problema relativo in operazioni più complessive, maggiore in un testo che si propone, sin dalle premesse, agile e accessibile. Se negli argomenti a prevalere è la discordanza, nel tono e negli obiettivi polemici c’è invece perfetta sintonia: il libro cede immediatamente all’invettiva anticomunista. In questo senso tralasciamo rapidamente i lavori di Caprio e Codevilla. Il timbro generale che informa i due saggi può essere dedotto da frammenti di simile levatura: «Gli scrittori russi che ebbero il coraggio di alzare la propria voce contro la follia rivoluzionaria […] non si rassegnarono alla tenebra che avvolgeva il paese. […] Cent’anni dopo la tenebra si è dissolta, la luce della libertà è tornata a splendere sulla Russia e sul mondo che ha ormai abbandonato l’ingannevole utopia del comunismo e dei suoi regimi disumani» (pag.61).

Ad interessare maggiormente è lo scritto di Poggio, soprattutto per il corpo a corpo che tenta di instaurare col bolscevismo e lo stalinismo. Fatte le tare delle contingenze politiche e culturali, l’obiettivo del saggio è quello di far luce sui fatti storici che hanno determinato l’evoluzione del bolscevismo dopo la presa del potere. Secondo lo storico, «la deriva della rivoluzione, sino agli esiti catastrofici dello stalinismo, [è] maturata precisamente durante la guerra civile, quando i bolscevichi, giunti con grande facilità al potere, optarono senza tentennamenti per la dittatura del partito e l’uso illimitato della violenza, ben al di là delle esigenze di lotta contro i fautori della controrivoluzione». E’ la guerra civile il fatto storico che determina gli attributi sedimentati del bolscevismo, o per meglio dire la torsione tra una presa del potere tutto sommato incruenta e la successiva esplosione di violenza che andava disarticolando la struttura del neonato Stato socialista. E’ dentro la guerra civile, sempre secondo Poggio, che il Partito bolscevico assume quelle caratteristiche che informeranno la sua condotta sino al ‘91: quelle di «un nucleo duro, militarizzato, di alcune decine di migliaia di quadri, diretto da un ristretto gruppo centrale, frutto della selezione che avviene negli anni di ferro e di fuoco 1918-1922. E’ all’interno di questo nucleo militarizzato che Stalin si afferma come successore naturale di Lenin». Entro questa logica cruenta si delinea anche la guerra interna che il potere comunista avvierebbe contro i contadini, prima asse popolare della Rivoluzione, e subito dopo quinta colonna della controrivoluzione.

Questi gli elementi attorno a cui ruota il saggio. Da una parte separare le intenzioni politiche di Lenin antecedenti alla Rivoluzione con i fatti determinati successivamente ad essa; dall’altra scardinare lo stalinismo da Stalin stesso per ancorarlo alla forma che prese il bolscevismo in seguito alla guerra civile. Nel farlo, Poggio esplicita una serie di opportuni disclaimer: secondo l’autore la storia dell’Urss soffre del pregiudizio politico che ne inibisce la comprensione storica. Per l’anticomunismo, l’Urss è semplicemente l’incarnazione della catastrofe, di cui nulla può essere salvato; per i sacerdoti della Rivoluzione, questa assume i contorni fideistici dell’evento messianico. Ambedue le impostazioni incapaci di inquadrare il comunismo sovietico nella sua complessità e nella sua centralità nel Novecento: «la convinzione è che senza fare i conti con questa formazione gigantesca al centro del Novecento, oggi oggetto di generale rimozione, non sarà possibile uscire dall’impasse che attanaglia il pensiero critico e l’immaginazione politica». All’opportuna presa di distanza dalla vulgata della rimozione o della banalizzazione storica, non fa seguito però un discorso all’altezza del compito prefigurato. L’autore ne avrebbe tutti gli strumenti analitici. Nel saggio infatti si intravede la giusta comprensione del leninismo come sintesi sinergica posta all’incrocio tra il populismo russo, il giacobinismo e il marxismo scientifico. Il leninismo è tutto fuorché la riproduzione russa del marxismo “ortodosso”. Al contrario, l’intuizione del leninismo è quella di far vivere il marxismo dentro le forme che assume in Russia la lotta contro lo zarismo e il capitalismo. Quel che decide le sorti della politica leniniana è «la saldatura tra frazioni minoritarie ma estremamente aggressive e determinate di proletariato sia urbano che rurale e il partito bolscevico, a sua volta frutto di una originale ibridazione tra marxismo e giacobinismo, Russia ed Europa».

Ma Pier Paolo Poggio non si limita, per così dire, alla comprensione storica del fenomeno bolscevico. Ne coglie anche la sottigliezza politica, laddove evita le forzate letture schmittiane del leninismo come punto di fusione tra politica e guerra. Secondo Schmitt Lenin, capovolgendo Clausewitz (“la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”), trasforma la politica stessa in guerra. E’ dentro questa torsione che avverrebbe la transizione all’interno del conflitto politico del concetto di “nemico”, che era proprio della guerra. Di qui l’assolutizzazione dell’avversario politico come nemico di classe e dunque nemico assoluto. Correttamente Poggio smaschera l’ingannevole forzatura schmittiana: «l’affermazione che la guerra, cioè l’uccisione fisica del nemico, sia il presupposto, il contenuto e lo scopo della politica, esprime ciò che Schmitt attribuisce a Lenin, non la concezione leniniana del rapporto tra politica e guerra. In Lenin la violenza e i nemici politici non sono mai degli “assoluti” ma lo strumento e gli obiettivi di una concezione rivoluzionaria e spregiudicatamente realistica della politica. Lenin, attraverso Marx, è d’accordo con Clausewitz nel collocare al primo posto la politica, rispetto a cui la guerra, compresa la guerra civile, è uno strumento da valutare caso per caso. Schmitt imputa invece a Lenin la riduzione della politica a guerra, a lotta mortale contro il nemico. Dice esplicitamente che il presupposto della politica è la guerra, assolutizzando quello che in Lenin è contingente e sempre subordinato agli obiettivi dell’azione politica del partito» [corsivi nostri].

Tale bagaglio analitico consente a Poggio di svelare il nesso determinante tra comunismo sovietico e guerra civile ma, nel farlo, cede inspiegabilmente alla più trita retorica anticomunista. Le avvertenze poste a premessa della serietà di ogni discorso intorno al comunismo sovietico vengono meno man mano che il saggio si addentra nella spiegazione della contorsione sovietica. La Rivoluzione è il mostro che divora se stesso un attimo dopo la presa del potere. L’autore si chiede, retoricamente, da dove provenga questo «mito dell’Urss» nonostante le aberrazioni materiali di cui si sarebbe macchiato sin dalla sua origine, non accorgendosi della risposta seguita alla provocatoria domanda: «la straordinaria efficacia pratica che ebbe – essendo all’origine di gran parte del comunismo novecentesco». La bibliografia utilizzata contribuisce a svelare la natura ideologica dell’accanimento anticomunista: da Robert Conquest ad Andrea Graziosi, da Richard Pipes a Victor Zaslavsky fino addirittura a Stephan Courtois e al suo famigerato Libro nero del comunismo, le fonti attingono esclusivamente alla versione liberale e più retriva della vicenda sovietica. Mandando a monte l’intento alternativo e scientifico, Poggio si limita ad amplificare l’unica versione oggi possibile del comunismo sovietico, quella per l’appunto liberale. Gli esempi di questa lettura liquidatoria sono molti. L’utilizzo deliberato del termine “totalitarismo”, per dire, che invece meriterebbe soprattutto oggi una decostruzione politica che ne riveli le fondamenta liberali. O l’accoglienza acritica della versione anticomunista della guerra civile, non inquadrata nello scontro tra potere sovietico e controrivoluzione monarchica ma «nell’effettiva, anche se paradossale, guerra del bolscevismo contro il suo stesso popolo». Anche la carestia viene piegata alla necessità di rafforzare l’accusa al bolscevismo: «la carestia dev’essere considerata parte integrante della guerra tra lo Stato e i contadini». Altrove il discorso s’impregna dei caratteri della crociata antisovietica. Riguardo alle condizioni materiali dei lavoratori sovietici, «il dispiegarsi dell’industrializzazione ebbe il suo rovescio nel peggioramento della condizione operaia, con i salari che scendevano a un quarto di quelli anteguerra». Peccato che ogni serio studio, ad esempio quello non certo ideologico di Arvid Brodersen, “L’operaio sovietico”, smentisca la fandonia storica del peggioramento delle condizioni di vita della popolazione: «Nel periodo 1928-1954 il reddito familiare complessivo in moneta nell’Unione sovietica è quasi decuplicato. [Segue tabella] Il salario medio annuale netto del lavoratore sovietico è aumentato, nello stesso periodo, pressappoco nella stessa misura: nel 1928 era di 775 rubli all’anno, nel 1954 di 7.720». Tralasciando di riferire i diritti sociali che componevano il salario accessorio nonché le condizioni medie di vita del lavoratore russo, indicatori prima sconosciuti, non solo nella Russia zarista: l’abolizione della disoccupazione, l’eguaglianza formalizzata tra uomo e donna, il limite invalicabile delle otto ore lavorative, l’abbattimento del costo materiale della vita, dalla casa alla sanità, dalla scuola ai trasporti. Tutti dati volutamente ignorati da Poggio, secondo cui la condizione operaia rimase indifferente, anzi peggiorò, al cambio tra l’autocrazia zarista e il nuovo potere comunista.

Proseguendo nella reductio liberale dell’Urss a male assoluto, Poggio insiste sullo scontro tra bolscevismo e campagne: «La fuga dalle campagne inizialmente fu alimentata dallo Stato che aveva bisogno di manodopera per l’industrializzazione. Essa assunse dimensioni colossali: tra il 1930 e il 1932 – quando il fenomeno venne bloccato – abbandonarono le campagne nove milioni di persone» [corsivi nostri]. Senza adeguata contestualizzazione, il dato (peraltro privo di fonte) potrebbe apparire incommensurabile, soprattutto se in tal senso presentato: «colossale», viene definito. Eppure allargando il campo visivo, dovremmo renderci conto di tre altri dati macroscopici volutamente sottaciuti. Il primo, che l’urbanizzazione costituiva un fenomeno generale del mondo novecentesco, presente tanto in Urss quanto nelle società occidentali (Stati uniti in primis). Il secondo, che tale dinamica assumeva i caratteri progressivi della lenta ma inesorabile lotta alla povertà contadina, quindi semmai da incentivare e governare, più che presentare come sradicamento dal proprio ambiente naturale. Il terzo, è che in altri paesi il fenomeno assunse contorni decisamente più marcati. In Italia ad esempio, paese notevolmente più piccolo e meno popolato, tra il 1955 e il 1971 transitarono dalle campagne meridionali alle città del nord 9.140.000 italiani. Nel solo quinquennio 1958-63 – gli anni del miracolo economico – un milione di persone trasferirono la loro residenza dal Sud verso altre regioni (Cfr. Ginsborg P., Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi 1989). Non casualmente dev’essere letto il dato specifico sul “miracolo economico”: è proprio nei periodi di forte crescita economica che generalmente avviene lo spostamento massiccio di quote di popolazione dalle campagne ai centri industriali. Anche questo scompare dai radar di Poggio, salvo poi riapparire carsicamente nelle pieghe del discorso: «E però la modernizzazione fu effettivamente realizzata». Ammettendone subito dopo i tratti popolari: «Sarebbe sbagliato pensare che un tale risultato sia stato ottenuto solo con l’uso della violenza e della costrizione. […] La modernizzazione militare-industriale fece leva anche sull’apporto più o meno entusiastico di lavoratori, tecnici, scienziati» [corsivo nostro]. Inutile sperare di veder legato questo apporto entusiastico alle mutate condizioni materiali di vita della popolazione nel suo insieme. Per Poggio il passaggio dall’autocrazia zarista al socialismo rappresenta, in blocco, un passo indietro per la popolazione russa.

Anche la vittoriosa resistenza anti-nazista avverrebbe nonostante il potere sovietico: «Il fatto cruciale, ciò che consentì all’Urss di reggere e poi di vincere fu un altro. La popolazione, innanzitutto russa, dimostrava di voler resistere con tutte le forze all’invasione. Sotto i colpi dell’esercito nazista il patriottismo si dimostrò la risorsa principale. […] Nella lotta contro il nazismo, a livello ideologico, il ruolo del socialismo fu irrilevante». Anche qui non si spiega come, solo vent’anni prima, quello stesso popolo non rispose così entusiasticamente alla guerra contro la Germania, al contrario, utilizzò quello stesso patriottismo per farla finita con la guerra rivendicando la pace, pur perdendo straordinarie porzioni del proprio territorio con la pace di Brest-Litovsk. Se il socialismo fu irrilevante alla mobilitazione anti-nazista, come spiegarlo, visto l’immediato precedente?

In conclusione, ci dispiace raccontare l’ennesima occasione mancata della storiografia italiana in merito alla storia dell’Urss. Del rapporto tra “intellettuali e potere” non c’è traccia, al di là del misero accanimento clericale del sacerdote Stefano Caprio. In compenso, a rimanere sul terreno sono le scorie di una vendetta fuori fuoco. I tempi del Libro nero del comunismo sono per fortuna tramontati, depositando l’opinione diffusa del comunismo come male assoluto della modernità. L’originalità storiografica dovrebbe al contrario sottrarsi allo schieramento ideologico. Evidentemente, i tempi per una riflessione complessiva in grado di reggere al metodo proposto da Edward Carr sono di là da venire o, forse, definitivamente tramontati.

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