di Vittorio Catani

UniversiMoras[La casa editrice Meridiano Zero, che sta svolgendo un lavoro notevole nel campo della fantascienza, ha ripubblicato Gli universi di Moras del nostro prezioso collaboratore e amico Vittorio Catani (tra i fondatori di Carmilla). Il romanzo vinse la prima edizione del Premio Urania, nel 1990. Proponiamo alcuni passi del capitolo iniziale.]

In una storia di universi paralleli – una storia sull’infinito – non è facile individuare un inizio preciso. Per me, a ogni modo, tutto è cominciato con una serie di vicende personali abbastanza recenti.

Fu a settembre scorso che andai per la prima volta nell’ambulatorio del dottor Zanusa. Non sono trascorsi che quattro mesi, ci sarebbe da non crederci, eppure da quel momento gli eventi sono precipitati rapidamente.

Andai dal dottor Zanusa, e subito non ci fu più alcun equivoco sulla natura del mio male. Ero sceso a cinquantacinque chili in due settimane e tutto lasciava presagire ulteriori cadute di peso.

Ero l’ombra di me stesso. Inutilmente a casa mia, tutto solo, in disperati sogni a occhi aperti col modulo creativo elettronico, tentavo di rievocare e materializzare l’immagine del mio fisico di “prima”. Era incredibile che un corpo smagrito e deformato, come stava diventando il mio, soltanto ieri avesse posseduto prestanza, bicipiti e… be’, anche un certo fascino.

Il male si era manifestato improvvisamente ai primi di settembre, al termine della mia ultima estate felice piena di mare, luce e Belle. Una mattina come tante altre arrivammo alla spiaggia di Mare Meraviglia, ci spogliammo e Belle disse: – Sei pieno di piccoli ematomi… Sulla spalla, lì alle gambe… Toni, buondio, sei caduto o che altro ti è successo?

Nulla di tutto questo, o non ricordavo. Decisi che non era il caso di preoccuparsi.

Un paio di mattine dopo, dinanzi allo specchio, scoprii che le mie gengive sanguinavano in maniera abnorme. Andai da un dentista, che disse: – Qui non è questione di gengive. Corra da un ematologo. Subito.

Fu così che entrai nell’incubo.

A questo punto avevo certi sospetti sulla faccenda, e il dottor Zanusa, l’ematologo, che a sua volta sospettava i miei pensieri, disse: – Il nome della sua malattia è necro. Non saprei dire esattamente chi gliel’abbia attribuito… Aggiungo che questo male mimetico, ancora poco noto, nel suo caso specifico si presenta con i falsi sintomi di una neoleucemia LTH.

Necro. C’era ben poco da aggiungere, e il dottor Zanusa procrastinava sgradevolmente quel poco. Io me ne restavo lì, sul lettino bianco, a mezzo tra sdraiato e seduto. Mi schiarii la gola: – Prospettive, dottore?

Zanusa aveva occhi celesti, vitrei. Non capivo se sostenesse il mio sguardo (lo sguardo d’un condannato, suppongo, è qualcosa di spoglio, essenziale) o se semplicemente si nascondesse, per così dire, dietro quel celeste stinto. Rispose: – In genere questo male non manifesta un… ehm… decorso prolungato. Scusi la brutalità. Cosa dirle? Ne sappiamo ancora tanto poco. Sei mesi, un anno… Ma sono in atto promettenti sperimentazioni, sa. Il fatto, signor Moras, è che nel necro non vi sono sintomi in senso proprio. Lei presenta un’apparente sindrome neoleucemica, eppure secondo le approfondite analisi che abbiamo fatto lei sarebbe sano. Il necro è l’unica malattia conosciuta che sia “esterna” al malato. Insomma, si direbbe che lei sia a posto, mentre tutto quanto è esterno alla sua persona, il mondo intero, non lo è nei suoi riguardi… Come se l’universo intero avesse una crisi di rigetto verso il signor Antonio Moras, e tramasse per eliminarlo. Mi segue?

– Ma… – balbettai – insomma, è un male diffuso? – Volevo fare mille domande, rendermi ragione di quanto accadeva. Perché proprio a me?

Zanusa disse: – Diciamo che è un morbo in ascesa. Mi è noto un altro caso recente di necro. Il soggetto pareva manifestare i sintomi amplificati di una forma mutata di tifo petecchiale. Il corpo del paziente si infestò anche internamente di migliaia di grosse pustole necrotiche… e le risparmio il resto. A ogni modo, l’unica cosa che posso fare è cercare di prevenire gli effetti più superficiali dei suoi sintomi, cioè agire come se fosse veramente una neoleucemia LTH, benché a rigore sia un controsenso. Ovviamente anche la questione psicologica è importante.

Cominciai a rivestirmi lentamente. Zanusa sedette dietro la scrivania. Ci pensò un attimo, poi aggiunse: – Senta, lei lavora da più di cinque anni all’Unipar. Lei viaggia negli universi… per quel poco che ne so deve trattarsi di esperienze di grande interesse, certamente…

– Lasci perdere – dissi brusco. Era chiaro che ora Zanusa cercava di stornare il discorso. Indubbiamente, gli universi paralleli erano ritenuti quanto di più interessante – ma anche problematico – esistesse nell’universo, per così dire, ma mi schermii. – Non è il caso, dottore, grazie. Pensavo più o meno anch’io la stessa cosa sull’Unipar… fino a prima di venire qui da lei.

– Oh, ma non deve disperarsi. Intanto qualcosa è sempre possibile fare. Tenteremo, le saremo vicini. Può contarci.

Osservavo le insolite apparecchiature dello studio medico, e intanto il pensiero mi martellava: n-e-c-r-o. Un bisillabo micidiale che lasciava una traccia indelebile nella mente, come immondizia su un lenzuolo candido.

Per diagnosticarlo, a Zanusa non erano occorse soltanto analisi cliniche ma anche complessi calcoli. Calcoli probabilistici, divisi fra strutture genetiche e oscure forze fisiche e ambientali. Non sapevo nulla di queste entità astratte, capaci di partorire un incubo concreto.

 

All’inizio reagii rifugiandomi nei sogni del mio modulo creativo elettronico. Il modulo diventò la mia droga psicologica. Calzavo il casco: il campo visivo si stabilizzava a pochi micron dalle cornee, creando scenari tridimensionali che soppiantavano la realtà esterna. Fantasticavo così per ore, rielaborando vecchi ricordi. Mi vedevo nudo: l’immagine del mio corpo si modellava in tempo reale, seguendo gli input del mio sistema nervoso. I larghi pettorali, i fasci muscolari addominali. E i genitali, simili a un grazioso frutto, un maturo tralcio di vite.

– Amami, amami! – dicevo a me stesso, mi diceva quell’immagine. Un tremito, un fuoco interno. Oh, Narciso! Intanto udivo il dialogo serrato tra il me spettatore/voyeur e la mia creatura/immagine.

Spento il modulo, ripiombavo dinanzi alla miseria e allo schifo del mio corpo tremante. Lo rifiutavo.

 

Il dottor Zanusa ritenne opportuno un ricovero in Ematologia. Continuavano a sottopormi (per puro scrupolo, immagino, ma io stavo al gioco) ad analisi e calcoli. Fra il personale della clinica c’erano anche un paio di matematici; ignoro se avessero mai immaginato di dover finire lì. E poi, naturalmente, c’era la terapia. Non so bene cosa curassero visto che ero incurabile per definizione, ma evidentemente sottostavo alla prassi di tutti gli ospedali del mondo, che prevede sempre una terapia per ogni ricoverato.

Avevo espressamente chiesto di restare in corsia, perché la solitudine mi spaventava ancor più del convivere con altri degenti. Quando mi sistemai nel mio piccolo spazio includente letto, comodino eccetera, non notai nemmeno quel corpicino rattrappito nel lettino accanto. C’era una tenda a ossigeno che lo avvolgeva tutto, e tubi che uscivano da ogni parte.

La tenda fremeva lievemente, qualcosa lì dentro respirava. Tilly aveva otto anni e mezzo e pesava circa quindici chili. Per lei la diagnosi era una vera forma neoleucemica, un male che si credeva debellato da decenni e che invece da qualche tempo era risorto mutato dalle sue ceneri. Ciò che maggiormente mi impressionava di Tilly erano i suoi occhi, enormi anche per contrasto col volto magro; quello che in essi si leggeva. Cosa si sa a quell’età della sofferenza e di tutto il resto? A meno che l’essere umano non nasca già con certe consapevolezze.

C’erano periodi in cui la bambina riacquistava forza, e questo era uno di quelli. Facemmo subito amicizia. Sedevo in vestaglia e pantofole sul bordo del mio letto, il viso affilato come quello d’un vecchio guru, e traevo spunto dai miei viaggi negli universi per inventarle delle storie. Tilly era molto presa da quanto le raccontavo, e alle volte faceva disegni ispirati alle mie avventure. Un mattino si svegliò in pianto.

– Toni – mi disse – ho fatto un sogno orribile! Sedevo a un vecchio pianoforte a coda. Eseguivo un pezzo, ed era la musica più meravigliosa che avessi mai ascoltato. Accanto a me c’era il maestro con un vestito nero, e mi guidava la posizione delle mani, ma poi a un mio errore si alzava infuriato, mi sgridava e strappava in mille pezzi lo spartito…

Era in momenti come quello che mi accorgevo di cosa intuisse di se stessa Tilly. Mi stava parlando della morte, e mi chiedeva aiuto.

 

Belle veniva spesso a trovarmi in clinica e io la vedevo eccezionalmente vivida, quasi la materializzazione di una mia fantasia al modulo creativo. Ci sono certe adolescenti, non più bimbe ma non ancora donne, che possiedono una grazia magica. Con i suoi tredici anni scarsi, la mia Belle (ma Belle, la chiamavo scherzosamente) mi aveva stregato, ed era un sogno che mi consolava. Arguta, innocente, maliziosa, affettuosa, stupita dell’Unipar e del suo mago personale: Antonio Gerio Moras.

Belle era anche abbastanza matura da evitare frasi consolatorie. Ero lì da un paio di settimane, e ogni volta che lei arrivava, passando tra spoglie pareti di vernice celeste, corpi tumefatti, sottili tubi di plastica stillanti umori, l’ambiente l’incupiva ma solo per una frazione d’attimo. Io l’aspettavo con ansia, e al suo apparire la mia prostrazione sfumava in un rombo lontano. Sedeva accanto a me, si tirava rapidamente indietro la massa di capelli color miele, e con questo gesto cancellava ogni cosa per concentrarsi sul suo Toni.

Un giorno venne a trovarmi portando una piccola sorpresa. Esordì dicendo: – Toni, oggi ti trovo davvero meglio! Ho incontrato il dottor Zanusa, mi ha detto che l’ha notato anche lui. – Schioccò la lingua, masticando qualcosa. Era vero, il mio male giocava a nascondino: rientrava nelle sue perverse regole. – Se te la sentirai, qualche giorno potresti tornare all’Unipar. L’ha detto Zanusa. Mi ci riporterai, Toni? Ricordati, Toni, che hai promesso di portarmi con te in un viaggio…

– Vedremo – le dissi. Era stato proprio all’Unipar che vari mesi prima avevo conosciuto Belle. Era accaduto nel corso di certe sue visite di documentazione. Per un determinato periodo, infatti, Belle si era interessata agli universi paralleli per motivi di studio e aveva scritto una piccola tesi sull’argomento. Viaggiare con me in uno degli universi del ventaglio era un’esperienza che desiderava fare da tempo.

Il ventaglio… Lì, in clinica, quel termine gergale assumeva un sapore remoto. Non era altro che la gamma degli infiniti universi teoricamente possibili, un breve segmento dei quali risultava attualmente esplorabile grazie alla tecnologia dei pochi Unipar sparsi per il mondo. E di questo frammento di infinito sinora accessibile, una sottile sfoglia era stata assegnata dall’Unipar italiano a una ristrettissima équipe di “viaggiatori”. Personalmente, ero l’esploratore e indagatore ufficiale degli universi catalogati da TTAA 10001 a UUZZ 99999: un territorio ristretto o sterminato, a seconda dei punti di vista.

– La sorpresa è questa – disse Belle estraendo un pacchetto dalla borsa.

Preso dai miei guai me ne ero scordato, ma solo poco tempo prima ero stato sano come un pesce, in vacanza con Belle. Lei estrasse dalla scatoletta il minuscolo cristallo e lo caricò nel visore, che mi adagiò sugli occhi. – Guarda queste scene, Toni – e fu subito ieri.

La tecnologia di Base del visore olografico era la stessa del modulo creativo, benché il semplice visore materializzasse solo preesistenti ologrammi e non creazioni in tempo reale. La rappresentazione era più ampia di 180° e gli occhi non percepivano la sutura finzione/realtà ai bordi. L’illusione era perfetta. Ripresa vicinissima, dal livello di acque cristalline, affiorò al mio sguardo una scura scogliera. Dominavano l’azzurro e il nero. I giochi di luce facevano di un masso il testone emergente di una divinità marina.

– Ah, queste immagini – dissi a Belle. – Sono riuscite meglio di quanto sperassimo…

Con una lancinante nota di rimpianto, ricordai quel luminoso giorno della nostra ultima estate; noi due sulle coste pugliesi di Mare Meraviglia. Giorni per Belle lontani dai suoi studi, per me lontani dal tormento del ventaglio, e per entrambi felici. Trascorrevamo le nostre afose giornate presi da oziose faccende estive. Il cristallo ci immortalava entrambi. In un’altra scena ecco Belle col suo minuscolo prendisole nero che ne esalta la grazia; si avvicina per sussurrarmi: – Prendiamo la turbina, andiamocene al largo. – Intorno a noi, il cicaleccio della folla nuda. Cosa immaginano gli altri, di me e della piccola Belle? Al diavolo, questo genere di rapporti affettivi ormai comincia a farsi comune. – Andare via? E per dove, tesoro? – Belle, seduta, si china di nuovo sul mio viso, un minuscolo seno strofina contro la mia scapola. – Per quel posto che sappiamo. – Dalla sua pelle viene un odore torrido (questo non è percepibile dal cristallo ma lo ricordo benissimo). Sbuffa impaziente: – E dài, muoviamoci. – Mi mordicchia un lobo. – Voglio darti tanti bacetti. – La sua espressione adolescente si faceva triste e imbronciata ma io capivo che era solo gioia, la gioia esclusiva di stare col suo Toni; capivo che i suoi giovani ormoni premevano oscuramente, incontenibilmente. Dicevo: – D’accordo, andiamo. Se resto così supino sulla sabbia, rischio di violentare Madreterra!

Belle scoppiava in una risata piena, una nuova maschera felina che contrastava con l’atteggiamento candido e malinconico di un istante fa…

Tornai in me, mi tolsi il visore. Belle si accostò al letto e disse: – Devo darti anche questo. Ha chiamato qualcuno mentre ero a casa tua, credo qualcuno dell’Unipar, non ho capito bene. Volevano chiederti qualcosa.

– Tesoro, al momento sono in grado di occuparmi di un’unica persona. Indovina quale. – Sorrise.

– Hanno fatto il nome di un certo… – Spiegò un piccolo foglio. – L’ho segnato: Gilbert Gonish-Kurt. Chi è?

– Eh? Mai sentito. Sciocchezze, senz’altro! Noi dell’Unipar siamo oggetto di un’insistente curiosità popolare, lo sai. Gonish come? Strano, ho l’impressione di… No, nulla.

Tornai alle immagini luminose, all’oasi lontana della nostra estate.

 

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