di Sandro Moiso

fotografo-foto-migrante-bambino-morto-turchia-043-body-image-1441382933Per diversi giorni i mass media, completamente disumanizzati e privi di qualsiasi autonomia di giudizio o di un’identità che non sia quella fornita loro dalle veline dei governi o dagli uffici stampa delle zaibatsu industriali e finanziarie internazionali, hanno cercato di convincerci che le recenti prese di posizione di Angela Merkel in tema di immigrazione fossero principalmente dovute alle foto del bimbo siriano affogato nel braccio di mare tra Turchia e Grecia mentre, con la sua famiglia cercava di raggiungere la salvezza da una guerra spietata e devastante che sta radendo al suolo ogni possibilità di convivenza civile in vaste regioni del Vicino Oriente.

Naturalmente nulla è più falso di questa “benevola” rappresentazione della cancelliera tedesca e degli altri capi di Stato europei che hanno versato lacrime di coccodrillo su una situazione politica, militare ed umanitaria che hanno ampiamente contribuito a creare, anche solo tacendo per viltà e/o convenienza sulle ragioni reali del conflitto in atto. Infatti quello a cui stiamo assistendo, con buona pace delle anime pie, non è un risveglio della “coscienza” europea ed europeista, ma soltanto un altro passo verso quel III conflitto mondiale di cui da tempo vado scrivendo.

La gestione del problema migratorio di centinaia di migliaia di profughi, esattamente come quello del possibile default o meno della Grecia, non risponde infatti a categorie di ordine morale o umanitario e, tanto meno, a quelle di carattere sociale o del pubblico bene. Risponde però, nel precipitare di una crisi economica, geopolitica e militare sempre più vasta a livello mondiale, alla domanda su chi debba comandare in Europa ovvero in una delle aree del globo con la più alta concentrazione di ricchezza accumulata e su come tale ricchezza accumulata debba essere investita e ricollocata all’interno della competizione inter-imperialista mondiale.

Al centro di questa domanda, e delle risposte che ne conseguiranno, non vi è l’interesse dei “popoli”, ma lo scontro tra due modelli diversi di sviluppo capitalistico: da un lato quello anglo-americano e dall’altro quello germanico. Modello quest’ultimo che già ha guidato due volte la Germania, nel coso del XX secolo a cercare di istituire un vasto territorio “vitale” per i propri interessi economici ed industriali che si estendeva e si estende, idealmente, dall’Atlantico al Volga e dal Mare del Nord al Mediterraneo. Un autentico lebensraum che, se nel corso del secolo passato ha assunto la forma dell’occupazione militare vera e propria, oggi cerca di manifestarsi principalmente attraverso il disciplinamento di ogni attività economica, finanziaria ed amministrativa, così come della forza lavoro, europea.

Il disciplinamento della forza lavoro europea era già stato al centro dell’azione germanica sul continente, soprattutto negli anni del secondo conflitto mondiale; così come ben dimostrarono i campi di concentramento tedeschi sparsi sul suolo del III Reich e della Europa Orientale occupata militarmente. E lo dimostrò altrettanto bene anche l’uso dei lavoratori “volontari” giunti dall’Italia alleata, così come ha testimoniato il lavoro storiografico di Brunello Mantelli e di Cesare Bermani,1 così come le illuminanti riflessioni, mai portate a compimento, di Karl Heinz Roth “sulla politica nazista nell’area sud-orientale europea, nel tentativo di leggere l’espansione nei Balcani anche come la costruzione di un mercato del lavoro europeo, e di interpretare la resistenza in paesi come l’ex-Jugoslavia o la Grecia come risposta anche a questa strategia”.2

Non a caso, nella fase attuale, dopo la riorganizzazzione e la ristrutturazione del lavoro e delle leggi che lo regolamentano, che ha visto sostanzialmente abolite le certezze e i diritti conquistati dal lavoratori nel corso delle lotte della seconda metà del secolo appena trascorso, si sta assistendo ad una sorta di ricollocazione internazionale della forza lavoro migrante sia dal Vicino Oriente che dal Nord Africa e dall’Africa Subsahariana.

Anche se negli ultimi giorni l’”accogliente” terra dei Lander sembra aver già ridotto gli accessi alle proprie città e ai propri territori, non vi è dubbio che l’accoglienza dei profughi siriani inaugurata dalla Merkel rivesta, ancor prima che quello di una risposta umanitaria ad una catastrofe di portata storica, un ruolo di riorganizzazione dei flussi di forza lavoro a basso costo verso il continente e il capitalismo europeo.

Così, come aveva già profetizzato sulle pagine dell'”Aspen Review” l’ex-ministro Giulio Tremonti a metà degli anni ’90, se “la povertà dell’Est dovrà entrare nelle buste paga dell’Ovest“, oggi è la povertà del mondo a dover contribuire a rendere “competitivi” i salari della classe operaia occidentale. La guerra produce miseria per una parte della società e fa accumulare profitti ad un’altra. Come sempre nel corso degli ultimi cento anni.

Si è parlato disordinatamente del fatto che i profughi provenienti dal Vicino Oriente insanguinato e, in particolare, dalla Siria appartengano alla piccola e media borghesia locale poiché, anche solo per affrontare i costi del trasporto clandestino, le spese affrontate per il viaggio non sono assolutamente sostenibili dalla manovalanza industriale e agricola di quei paesi. Una manodopera migrante, quindi, a diffuso tasso di scolarizzazione, ma che nel corso del viaggio, e a seguito dello spostamento, si lascia alle spalle uno stato di relativo benessere per essere sempre più sottoposta ad un processo di proletarizzazione. Non solo intellettuale.

Per una buona parte di loro la Germania non è la destinazione finale. Forse molti non intendono nemmeno fermarsi nell’Europa continentale, ma è indubbio che il controllo dei flussi costituisce una sorta di prova generale non di sopravvivenza o meno dell’unità europea, ormai messa seriamente in discussione dalla possibile sospensione del trattato di Schenghen e dagli effetti della crisi, bensì del ruolo predominante che la Germania ha avuto in questa, soprattutto a partire dall’istituzione della moneta unica.

Il controllo di questi flussi migratori diventa per la politica e l’economia tedesca determinante ai fini del comando sul lavoro e sull’economia su scala europea poiché, è inutile tentare di interpretare ciò che sta avvenendo sotto un’altra luce, per il capitalismo germanico la scala su cui muoversi non è mai stata quella meramente nazionale. Si potrebbe dire che è un capitalismo sì racchiuso entro confini territoriali molto più definiti di quelli inaugurati dalle super-potenze marittime (Gran Bretagna per il XIX secolo e Stati Uniti per il XX), ma che non hanno mai coinciso con quelli della pura e semplice “nazione”.

Si scontrano infatti, oggi come ieri, due concezioni economiche e geo-politiche, estremamente diverse tra di loro e conflittuali fin dalla loro ideazione tra il XIX e il XX secolo.
Da un lato il liberismo finanziario ed economico di Adam Smith, nato in una nazione che del mare aveva fatto la sua via di controllo dei commerci, della produzione e delle attività politico-militari su scala planetaria. Un capitale libero di agire in ogni angolo del globo e in grado di approfittare di qualsiasi occasione gli si parasse davanti e per il quale lo stato non deve essere che una complessa macchina diplomatico-militare in grado di garantirne interessi, proprietà e contratti senza mai, però, determinarne flussi, scelte e strategie di diffusione. Nato con i self-made men della guerra di corsa e della pirateria ai danni dei regni di Spagna e Portogallo e del prodotto dei loro imperi. Un capitalismo più interessato a scompigliare e destabilizzare gli assetti statuali e imperiali (altrui), più che a mantenerne le forme e le funzioni.

Per i capitali formatisi al di fuori della società inglese e che cercavano di opporsi alla superiorità economica della Gran Bretagna, il libero commercio di Smith risultava meno attraente. Fu, già nel 1789,, a onor del vero, un americano, Alexander Hamilton, a istituire uno stretto legame tra nazione, Stato ed economia, prevedendo la fondazione di una banca nazionale, la protezione delle manifatture nazionali mediante alte tariffe e notevoli imposte indirette.

Fu però un economista tedesco, Friedrich List, a riprenderne e svilupparne le idee nella prima metà dell’Ottocento. “Secondo List il compito della scienza economica, che già allora i tedeschi tendevano a chiamare «economia nazionale» (Nationaloekonomie) o «economia popolare» (Volkswirtschaft), invece di «economia politica», era di «realizzare compiutamente lo sviluppo economico della nazione» […] Non c’è bisogno di aggiungere che tale sviluppo doveva assumere la forma dell’industrializzazione capitalistica realizzata da una borghesia forte […] – e che – in sostanza , la nazione doveva possedere sufficiente estensione territoriale da formare un’unità in grado di svilupparsi. Nel caso in cui non raggiungesse questa estensione non avrebbe giustificazione storica3

Un’idea economica in cui Stato, territorio e controllo dei confini svolgevano una funzione centrale ai fini dello sviluppo. Una teoria della stabilità e della progressiva espansione geopolitica a partire da una ferma difesa degli interessi nazionali (si noti la vicinanza, precedentemente sottolineata, tra nazionale e popolare nella suddetta concezione). Lo “spazio vitale” di cui si parlava all’inizio insomma.

Anche se, a onor del vero, i due modelli economici non sono riscontrabili in forma pura in nessun dei processi di formazione delle potenze capitalistiche. La proposta di Hamilton, ad esempio, pose le basi per l’espansionismo statunitense sul continente nordamericano permettondogli di giungere al controllo di quei due oceani da cui sarebbe poi partito per un autentico “assalto al mondo”, mentre il cosiddetto “ordoliberismo” teutonico non può fare a meno di predicare una certa dose di “liberalizzazione”. Ma è chiaro che due così diverse concezioni del ruolo economico dello Stato nazionale e dello sviluppo capitalistico non avrebbero potuto far altro che produrre due concezioni geopolitiche estremamente diverse e in conflitto tra di loro. Che sembrano entrambe avere, però, proprio l’Eurasia al centro del loro interesse. Possiamo definirle come teorie dell’ Heartland (letteralmente: il Cuore della Terra) e del Rimland (la fascia marittima e costiera che circonda l’Eurasia e che si divide in 3 zone: zona della costa europea, zona del Medio Oriente e zona asiatica).

rimlan heartL’ideatore del concetto di Heartland fu un generale e geopolitologo britannico, Sir Halford Mackinder, che la sottopose alla Royal Geographical Society nel 1904. Il termine derivava dal fatto che tale vastissimo territorio era delimitato ad ovest dal Volga, ad est dal Fiume Azzurro, a nord dall’Artico e a sud dalle cime più occidentali dell’Himalaya.
Per Mackinder, che basava la sua teoria sulla contrapposizione tra mare e terra, l’Heartland costituiva il “cuore” di tutte le civiltà di terra, in quanto logisticamente inavvicinabile da qualunque talassocrazia. Teoria che egli condensava in una singola frase: «Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland; chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo; chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo».

A “coglierne” il significato politico per la Germania e l’Europa fu il generale, geografo e politologo tedesco Karl Haushofer che sottolineò, a partire dagli anni ’20 nella rivista “Zeitschrift für Geopolitik”, come le potenze marittime (la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti) avessero costruito una sorta di “anello” per soffocare le potenze continentali. A suo avviso le potenze marittime si ergevano come custodi dello status quo non solo attraverso il colonialismo inglese e francese, ma anche tramite l’ideologia wilsoniana che, attraverso il diritto all’autodeterminazione dei popoli, aveva contribuito allo smantellamento dell’impero austro-ungarico e del reich guglielmino e alla creazione di una serie di stati cuscinetto destinati a contenere il risorgere della potenza tedesca e l’espansione bolscevica in Europa, compromettendo seriamente “il diritto classico dei popoli”. Entrambi i temi, quello dell’inevitabile scontro tra potenze marittime e terrestri e quello del soffocamento dello jus publicum europeo, saranno poi ripresi da Carl Schmitt, giurista e filosofo tedesco vicino al regime hitleriano, negli anni precedenti e successivi al secondo conflitto mondiale.4

Il concetto di Rimland invece è frutto delle teorie elaborate da Alfred Thayer Mahan (1840 – 1914), che nel 1890, con il suo studio “The Influence of Sea Power in History”, definì la dottrina marittima degli Stati Uniti andando oltre la Dottrina di Monroe che, nel 1823, aveva già delineato una prima area di interesse statunitense su tutto il continente americano dal Canada alla Terra del Fuoco. Tale teoria sarà poi ripresa ed impugnata con forza da Nicholas Spykman che, pur essendo di origini olandesi, sarà di fatto il padre della geopolitica statunitense.

Spykman negli anni trenta rivisitò la geopolitica così come era stata concepita da Mackinder.
Contrariamente al geografo britannico, Spykman non credeva che il “cuore”, il perno geografica del mondo, come un focus economico e territoriale, dovesse essere situato nell’Europa Centrale o in Russia, ma sulle coste. Secondo lui, il centro del mondo è composto di terra costiera, che egli chiama “terra di confine” o “terre anello”, il Rimland per l’appunto. Spykman pensa che gli USA, in un modo o nell’altro, debbano controllare questo Rimland, al fine di imporsi come una superpotenza, e quindi dominare il mondo.

La teoria di Spykman fu adottata dagli strateghi americani sia nel corso del secondo conflitto mondiale che durante la Guerra Fredda e fu alla base della politica di contenimento messa in atto nei confronti dell’Unione Sovietica. Nulla ci impedisce di cogliere come tale teoria sia tutt’ora attiva per gli Stati Uniti , dal mar della Cina e dal Pacifico orientale fino al Medio Oriente attuale. Sia in chiave anti-russa e anti-cinese che anti- europea o, meglio, anti-germanica.

Un’ultima osservazione: il termine “geopolitica” fu creato dal geografo svedese Rudolf Kjellen nel 1904, che era stato preceduto in questo campo di studi dal tedesco Friedrich Ratzel, morto proprio in quell’anno. La geopolitica, che come scienza si occupa dello studio degli incessanti mutamenti territoriali per effetto del soggiorno dell’uomo, della sua azione e delle rivalità di potere che ne derivano, nasce quindi con il moderno imperialismo, quello che il britannico John Atkinson Hobson giunse a definire nel 1902 e sul lavoro del quale si basò poi il successivo “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo” scritto da Vladimir Ulianov detto Lenin nel 1916. Si potrebbe anzi dire che ne costituisce la vera scienza politica ed è per questo motivo che, apparentemente, ho condotto il lettore così lontano dall’argomento iniziale.

Eppure per affrontare i problemi che si pongono all’ordine del giorno, dalla crisi greca a quella ucraina e dalle guerre del Medio Oriente e del Nord Africa fino alle bibliche migrazioni che ne conseguono, occorre andar oltre le banali affermazioni di carattere umanitario, alle letture e agli interventi ispirati dalla carità cristiana o, ancor peggio, di stampo nazionalistico e/o populista, per quanto ammantate di sinistrismo spicciolo.
Quello che avviene ormai quotidianamente sotto i nostri occhi, sicuramente, non è stato pianificato in precedenza, ma le scelte anche contraddittorie e talvolta disordinate che vengono fatte dai governanti europei e non, sono il frutto di contraddizioni e tensioni che non derivano solo dal momento. Per affrontarle con lucidità, non affidandosi soltanto all’emozione del momento, occorre indagarle in profondità.

muroAnche perché l’attuale costruzione di muri e la susseguente chiusura delle frontiere, così come il braccio di ferro sulle quote, non possono preludere che ad altre guerre per ridefinire il comando capitalistico su economie, territori ed esseri umani, migranti e non. Anche qui, nel cuore dell’Europa. E il gran rifiuto opposto a Bruxelles dallo schieramento dei paesi dell’Europa dell’Est alle proposte di Jean Claude Juncker non costituisce soltanto un episodio di calcolo politico elettoralistico ispirato dal populismo e dal razzismo, ma un ulteriore passo in quella direzione.

(1 – continua)


  1. Brunello Mantelli, “Camerati del lavoro”. I lavoratori italiani emigrati nel Terzo Reich nel periodo dell’Asse 1938 – 1943, La Nuova Italia 1992 e Cesare Bermani, Al lavoro nella Germania di Hitler. Racconti e memorie dell’emigrazione italiana 1937 – 1945, Bollati Boringhieri 1998  

  2. Cesare Bermani, op. cit. pag. XI  

  3. Eric J. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi dal 1780, Einaudi 1991 e 2002, pag. 35  

  4. Carl Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Adelphi 2002 e Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «Jus publicum europaeum», Adelphi 1991  

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