di Gaspare De Caro e Roberto De Caro

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Centochiodi è l’ultimo film di Ermanno Olmi. Il regista ha infatti dichiarato che non ne girerà più, esprimendo l’esigenza di dedicarsi d’ora in avanti al documentario. Fosse pure solo per questo, varrebbe la pena di parlarne, anche se Centochiodi è opera zoppicante, incerta, a tratti dolorosamente sbrigativa, assai lontana dal commovente rigore narrativo dell’Albero degli zoccoli o dal respiro epico del Mestiere delle armi. A conti fatti, un brutto congedo.

Nella parabola cristologica del giovane filosofo che viola la sacralità del Tempio – la biblioteca – straziando preziosi codici miniati con i chiodi della croce, Olmi scarnifica in primo luogo se stesso, la propria insanabile e penosa contraddizione di cattolico costretto a misurare il dettato evangelico con la natura anticristica della Chiesa: una tematica che è quasi la storia dell’eresia, nell’occasione declinata con quella faccia un po’ così e l’espressione un po’ così dei fondamentalisti conciliari, giustamente irrisi dal misoneismo dei mistagoghi triumphantes, che un miracolo di Medjugorje dopo l’altro stanno incassando i dividendi strategici del Vaticano II. Epperò, che con sessant’anni di ritardo il vecchio Olmi ci venga a dire – sotto metafora, s’intende – che il cattolicesimo è la cosa indecente che è, francamente un po’ irrita, con l’aggravante che la luminosa scoperta non risparmia allo spettatore l’irricevibile nostalgia zavattiniana di un mitico eden sulle rive del Po, dimentico di fame, malaria, servitù e non meno esiziale accumulazione originaria.
Archivetur, dunque? Sì, ma non senza averne salvato l’essenziale, ciò che davvero importa al di là dei languori confessionali dell’autore, che sono appunto casi suoi. Prima però occorre assolvere il dovere della denuncia per l’imperdonabile apoftegma che Olmi mette in bocca al suo Cristo interrogato dal centurione: un carabiniere che non aspetta altro che di sentirsi rivelare che «tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico» (duplicato per i ritardatari: «c’è più verità in una carezza che in tutte le pagine di questi libri», e figuriamoci in uno schiaffone!). Ora, non è che il concetto sia nuovo. Al contrario. Per rimanere dalle sue parti, è l’essenza del catechismo sociale della Chiesa, come testimonia ineludibile Belli: «Che ppredicava a la Missione er prete?/ “Li libbri nun zò rrobba da cristiano:/ Fijji, pe ccarità, nnu li leggete”» (Er mercato de Piazza Navona, 20 marzo 1834). Niente scandalo, dunque, ma brutale ortodossia. Se poi volessimo indagarne le applicazioni storiche, beh, roghi a parte, come non ricordare il filet de sang che unisce l’odio nazifascista per la cultura all’analfabetismo genocida dei Khmer Rossi? Come dimenticare la Grande rivoluzione culturale e il suo alter ego capitalista, la democratica tabula rasa dell’Effimero, che ha in sommo disprezzo il tedio estenuante del libro, da sostituirsi con l’appagante fruibilità del fumetto in virtù del diritto-dovere di restare bimbi per sempre? E la cultura orale, che chez nous lungi dall’esser considerata innanzitutto il frutto maturo della Controriforma è dai più celebrata come l’arca del sapere antagonista del popolo? Tutt’altro che isolata e démodée, quindi, l’irresponsabile predicazione di Olmi, lo spaccio ipocrita della semplicità. E infatti ci si sono subito adagiati in molti su questa sua non innocua idiozia, che oltre tutto ha fornito l’alibi per sprofondare nel silenzio la vera tematica sovversiva del film, che pure c’è, anche se notevolmente inquinata dai pruriti escatologici del regista. Si tratta del rifiuto dell’ipse dixit, del principio di autorità, come sottolinea l’autore in conferenza stampa: «non il rispetto delle regole, ma dell’uomo», non «la disciplina», ma «l’educazione», poiché la disciplina è «alla base delle più grandi tragedie dell’umanità». La radicalità del discorso investe le strutture di riferimento: la Chiesa e lo Stato. Non c’è salvezza nelle istituzioni, solo dolore, e il Cristo di Olmi non risorge, scompare, riassegnando all’uomo la responsabilità di se stesso, l’onere della scelta.

P.S. Sul tema sono liberamente intervenuti molti esponenti dell’ufficialità. Tanto per dire, il sergente Oliviero Diliberto giudica «profondamente diseducativo» («Bisogna stare attenti. Soprattutto quando si maneggiano le religioni») che Olmi individui «il libro come un pericolo da estirpare. Operazione non dissimile a altre che hanno portato a immani tragedie». Olmi replica adducendo il suo diritto al paradosso e ironizzando sulla «qualità del dibattito della nostra classe politica, la correttezza dei comportamenti parlamentari, il rigore della spesa nelle funzioni pubbliche, la sollecita giustizia, la eguaglianza di trattamento nella sanità, la autorevolezza degli insegnanti nella scuola, l’educazione e il sostegno della speranza per i giovani, la democrazia stessa» (Corriere della Sera, 26 aprile 2007). Ecco un caso classico di controversia apparente: ovviamente hanno ragione entrambi.