LE COLLINE HANNO GLI OCCHI

di Danilo Arona

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Era il ’92 e uscì per Mondadori un bel libro di Remo Guerrini che, con il mio personalissimo senno del poi, sembra un po’ il padre putativo delle Cronache di Bassavilla. S’intitolava L’estate nera e raccontava una cupa vicenda di dannazione e crudeltà, di bambini che incontravano il Male anzitempo e di adulti immemori: tra King e Baldini, potremmo dire oggi, ma era il ’92, appunto, e il nostro Guerrini giocava d’anticipo. Il luogo dell’azione si chiamava “Altavilla” che non è proprio una mera invenzione d’autore, ma il nome di un delizioso paese del Monferrato posizionato a una ventina di chilometri da Alessandria (Bassavilla).

La storia iniziava nell’estate del 1962, quando un gruppo di ragazzi dodicenni dai nomi improbabili — Canavesio, Massimino, Attila, Saturnina, Evangelina — decideva di uccidere il vecchio barbone del luogo. Adolescenti perversi polimorfi, ognuno con le sue buone ragioni, ovviamente non condivisibili, ma tutti pervasi dall’identico, inspiegabile demone omicida che a volte prova ad abbraccarti proprio a quell’età. Dopo un violentissimo temporale, il barbone veniva ritrovato morto in fondo a un pozzo, liberando in qualche modo i ragazzini dalla turpe incombenza che li opprimeva. Sembrava proprio un incidente e il poveraccio fu sepolto in fretta e alla meglio. Ma trent’anni dopo, durante i lavori di scavo nel cimitero di Altavilla, riaffiora il cranio del barbone: un foro sulla nuca, inequivocabile traccia di un colpo di pistola, rimette in moto una maligna macchina del tempo e i ragazzi del ’62, divenuti adulti, tornano ad Altavilla per una sorta di resa dei conti con se stessi e l’oscuro assassino che forse si annida fra loro. O forse no…
Qui mi fermo. Magari qualcuno ha voglia di andarsi a cercare, non so bene dove, questo prezioso “gotico padano ante litteram” che ci fa rimpiangere il romanziere distolto dalla narrativa da una più che brillante carriera giornalistica. Quel che preme in questo contesto è richiamare che quel che lo stesso Guerrini annotava prima del prologo, ovvero che “il paese di Altavilla, così com’è descritto, non esiste ma assomma le caratteristiche di tutta una serie di altri borghi del basso Monferrato (tra i quali, effettivamente, c’è un’Altavilla)”: più che altro, con gli amici Remo non ne ha mai fatto mistero, l’Altavilla de L’estate nera corrispondeva, in modo quasi speculare e sicuramente autobiografico, al paese di Vignale, distante in linea d’aria non più di qualche chilometro dall’Altavilla “reale”.
Perché Vignale? Così dichiarò il nostro alla stampa quattordici anni fa: “Sono nato a Genova, lavoro a Milano e, quando posso, scappo a Vignale, soprattutto per scrivere i miei romanzi della notte. Qui si respira il mistero. Non trovo nulla di meglio a livello d’ispirazione di questa zona del Monferrato. Persino Strega, che si svolge a Triora sulle montagne liguri, l’ho scritto a Vignale. Non me ne chiedo il perché, ma gli autunni monferrini ti regalano sensazioni e colori che ti entrano e ti dipingono dentro. Poi mi escono storie e idee, e in modo particolare su queste colline escono le mie paure”.
Già, e tutto funziona ancora — meravigliosamente — a distanza di molti anni: il male, la paura, il nero in una parola, che scaturiscono, pur se sublimati in forma artistica, dal verde e dal sole delle nostre colline. O di altre colline o altre pianure: quanto noir italiano che ancora ci marcia… Laddove regnano noia, ordine e ipocrita tranquillità, si consumano delitti silenziosi, lo sappiamo. Ma nel regno di Bassavilla (e di Altavilla) c’è un elemento sfuggente in più che solo autentiche sensibilità artistiche sembrano in grado di cogliere: quell’identica, misteriosa, attitudine al male che fuoriesce dagli universi immaginari di Twin Peaks e di Castle Rock e che si riflette in una provincia ubertosa e collinare, immobilizzata in un finto spot televisivo, dove si finge, dove non ci si ricorda, dove si recita. Allora, all’inizio degli anni Novanta, Ferdinando Camon provocò un mare di polemiche, scrivendo a proposito di Pietro Maso e dei fattacci di Montecchia di Crosara, che la provincia era una fabbrica di killer: Pupi Avati, autore come pochi altri medianicamente legato all’anima segreta della provincia, battezzò questo malessere come “sindrome del sole e del silenzio”, in grado di colpire indifferentemente spiriti malati e artistici e capace di spingere tanto a delitti inspiegabili e da dimenticare subito quanto a suggerire storie per niente catartiche. Killer e scrittori animati dallo stesso genius loci: possibile?
Diciamo, probabile. Ma per identificare gli occhi che lampeggiano dalle nostre colline occorrono più scrittori. Laddove forze dell’ordine e analisti improvvisati non riescono a percepire in tempo reale il dramma di una poveretta perseguitata per anni da un maniaco in un piccolo centro del Novarese e a impedirne l’incredibile morte annunciata da un sacco di tempo, servono le sensibilità degli scrittori. Da Cogne al mostro di Firenze, da Castelluccio dei Sauri ai satanisti lombardi, ci vuole più letteratura, più immaginazione, più voli pindarici. Soprattutto perché lo scrittore ricorda.
Sulle colline che circondano Bassavilla l’oblio è caduto su troppi delitti irrisolti. C’è una lunga scia di sangue che parte dal marzo del ’65, quando a San Salvatore Monferrato furono uccisi in un cascinale una casalinga e suo figlio, e arriva sino ai nostri anni con il giammai risolto delitto del Capodanno ai danni di Antonella Guarnero. E molte altre storie mai veramente risolte, come tantissimi misteri italiani, che gradualmente tenteremo di raccontare con il giusto equilibrio. Sarà, ma la metafora racchiusa ne L’estate nera di Guerrini mi sembra ancora oggi chiarissima ed opportuna: i bambini che nel ’62 — l’anno della Baia dei Porci e della morte di Marilyn Monroe — vengono coinvolti in un delitto di cui aspiravano ad essere artefici… Sono solo testimoni? Oppure, sono proprio i carnefici? Lo sapremo solo negli anni Novanta, quando ormai adulti ritornano in questa provincia richiamati dall’improvviso e inaspettato riaffiorare degli eventi. Sì, perché nel frattempo loro se ne sono dimenticati.
Oblio e memoria corta, sport nazionali, senza scomodare la politica. Il noir però ha capacità mnemoniche insospettabili. Mnemoniche ovvero analitiche e illuminanti. E certa fiction noir, da Giuseppe Genna (Nel nome di Ishmael) a Stefano Ferrio (Il profumo del diavolo), dalle Cattive storie di provincia edite da il Foglio Letterario di Gordiano Lupi al profetico Guerrini del ’92, personalmente mi racconta e mi spiega molte più cose di quanto non se ne leggano sui quotidiani e sui magazine di tendenza. Provate per credere: è questione di avere occhi. Proprio come le colline che circoscrivono Bassavilla.