Melissa1925.jpgdi Danilo Arona
[Tutte le Cronache di Bassavilla]

LOST IN THE DARKSIDE
Ci sono delle leggende delle nostre parti che sostengono che uno spettro conosciuto come “la ragazza del fiume” frequenti una certa zona sulle rive del fiume Tanaro nel quartiere Orti di Bassavilla. Per i più si tratta della solita leggenda urbana. Solo per pochissimi c’è qualcosa di vero o, se non altro, di creduto tale da presunti testimoni.
A quel che si sente dire in giro, la “ragazza” è una figura spettrale che qualcuno sostiene di avere visto passeggiare nel parco sul lungofiume in abiti d’altri tempi. C’è chi, addirittura, l’avrebbe vista seduta su una panchina intenta a leggere un libro. Esistono varie “testimonianze”, o forse diverse versioni di una leggenda, che con il tempo crescono di particolari e si abbelliscono. Tra le tante che hanno in qualche modo raggiunto la carta stampata, eccone una risalente ai primi anni Sessanta, pubblicata dal “Corriere di Bassavilla” e inclusa in seguito nell’Archivio degli Studi Antropologici della Società del Folklore Piemontese (Torino, 1970).

In una calda notte di luglio del 1962 una giovane coppia della città di Bassavilla raggiunse in automobile una zona del lungofiume sita in quartiere Orti e parcheggiò a pochi metri dal fiume, lasciando il motore acceso e i fari inseriti. L’evidente intenzione dei due ragazzi era quella di appartarsi per breve tempo, mantenendo un certo atteggiamento di prudenza nei confronti di eventuali malintenzionati. Non era neppure trascorso un minuto dal loro arrivo che, con grande sorpresa nonché una sorta d’indecifrabile timore, videro avanzare dal fiume verso di loro, esattamente al centro del fascio di luce degli anabbaglianti, una giovane ragazza vestita con “abiti d’epoca”, completamente gravidi d’acqua che sgocciolava tutt’attorno. Il giovane alla guida dell’auto si sporse e, ancor prima di poter chiedere alla ragazza quale fosse il suo stato di necessità, si sentì dire da una strana voce esitante e non perfettamente “sincronizzata”:
– Sono spiacente, signore, della mia intrusione, ma ho smarrito la strada di casa. Sono caduta in acqua pochi minuti fa e adesso non riconosco più questo posto. Potete indicarmi la direzione per via Urbano Rattazzi?
Intuendo che la ragazza fosse vittima di un’amnesia traumatica dovuta all’incidente da lei stessa descritto, il giovane scese dall’auto e fece salire la sua sfortunata concittadina sul sedile posteriore dell’auto, dichiarandosi quanto mai disponibile ad accompagnarla a casa. La fidanzata, addirittura, si sentì in dovere di consigliarle una visita al Pronto Soccorso, ma lei insistette con una certa cocciutaggine sull’esigenza assoluta di rientrare a casa, formendo anche il mumero civico della sua abitazione. La coppia provò all’unisono una certa inquietudine nei confronti di quella strana passeggera, bagnata dalla testa ai piedi, con la pelle del volto che pareva quasi macerata (un effetto che di solito è dovuto ad una lunga permanenza in acqua) e dalla voce così strana e ondivaga, ma nessuno dei due giovani commentò. Lui innestò la retromarcia e, come l’auto raggiunse la strada asfaltata, si sentì in dovere di chiederle ancora:
– Signorina, è certa di non voler essere visitata da un medico? D’accordo che siamo in estate, ma un controllo potrebbe solo giovarle.
Non udendo alcuna risposta, ambedue si voltarono per verificare se per caso la giovane non fosse svenuta e assoluta quanto raggelante fu la loro sorpresa nell’appurare che sul sedile posteriore non si vedeva alcunché, né cosa né persona né anima viva. Solo il sedile zuppo d’acqua e una pozzanghera luccicante sul fondo. Si guardarono terrorizzati, poi lui scese dalla macchina e si mise a correre in varie direzioni, pur sapendo benissimo che la strana ragazza non poteva essere scesa, dal momento che quel modello di auto disponeva soltanto dei portelli anteriori. Fuggirono via e raccontarono a chiunque la loro esperienza. A una settimana dall’evento, il ragazzo pensò di andare a verificare l’indirizzo che aveva udito pronunciare dalla donna emersa dal fiume, ovvero: via Urbano Rattazzi n. 22. Qui, quasi senza sorpresa, scoprì che non esisteva né un ingresso condominiale né una singola abitazione, ma un grande magazzino all’ingrosso di carta, sacchetti e accessori vari per il commercio, gestito da tal Cesare Bolla che il giovane conosceva di vista. In preda a una specie d’ispirazione, entrò e raccontò la storia al Bolla, uomo sulla quarantina che sembrò ascoltarlo con inquieto interesse e che sbottò alla fine del racconto: “E’ una cosa assurda. Negli ultimi due mesi tu sei la terza persona che mi viene a raccontare una cosa del genere. Ma, come vedi, questa è la sede di un’attività commerciale. Magari un tempo ci abitavano delle famiglie. Ma allora di che si tratta? Di una storia di fantasmi? Andiamo, secondo me, lì vicino al fiume ci stanno dei buontemponi che si divertono a spaventare voi coppiette!”
Il giovane uscì dal magazzino di Cesare Bolla in via Rattazzi al 22, ben deciso a sposare la sua ragazza e a star lontano dalle sponde del Tanaro.

Nel 1975 una storia similare venne inclusa in un libro di Camillo Rossetti, Fantasmi e stregonerie del magico Piemonte, e attribuita a non meglio specificate “tradizioni orali” della città di Bassavilla. Eccola nel dettaglio:

In una notte non meglio precisata dell’iniziale nuovo decennio il fantasma di una bellissima ragazza bionda, vestita con pesanti abiti fuori moda, compare su una strada adiacente il fiume Tanaro di Bassavilla. Il signore e la signora DaVinci, proprietari dell’omonimo grande magazzino in località Orti, stanno sopraggiungendo in automobile diretti verso casa, quando vedono la ragazza. Ovviamente non la scambiano per un fantasma, ma per una persona in carne e ossa che in quel momento sta risalendo dalla costiera, quasi a carponi. Al centro dei fari della macchina, il signor DaVinci alla guida vede appunto una figura femminile con strani abiti del tutto zuppi di acqua che sta gesticolando per attirare la sua attenzione. La moglie al suo fianco gli dice: “Fermati, Franco, quella ragazza ha dei problemi. Guarda com’è conciata, dev’essere caduta nel fiume”. Senza la minima esitazione (ma pure con qualche perplessità a causa di quell’abbigliamento tanto strano), Franco DaVinci blocca la macchina, abbassa il finestrino e chiede in tono amichevole:
“Signorina, ha bisogno di aiuto?”
La ragazza, bionda e molto giovane, con un’aria stremata e la pelle del volto che pare ammollata, si avvicina e gli risponde in una strana tonalità bassa, quasi una sorta di contralto. Un timbro che somministra brividi, mentre lei chiede di essere portata in centro città, nella zona di Corso Roma. Dichiara soltanto che è una situazione d’emergenza, senza entrare nello specifico su quanto le è accaduto, anche se ai signori DaVinci pare chiaro che si è appena trascinata fuori dal fiume (La signora DaVinci, attenta osservatrice di particolari e sfumature, avrà in seguito a dichiarare che i bellissimi capelli biondi della ragazza, impregnati d’acqua, iniziavano ad asciugarsi a causa della brezza notturna). Allora le aprono il portello posteriore e la fanno salire alle loro spalle. Il rumore che la ragazza provoca nel prendere posto, una sorta di struscio di giganteschi stracci bagnati, ha un che di sinistro. Quando la macchina riparte, la signora DaVinci si gira verso la passeggera per interrogarla sul tipo di “emergenza” in cui è incorsa e con totale sconcerto non vede più nessuno: soltanto una profonda traccia di acqua testimonia della presenza dello spettro. I signori DaVinci, conosciutissimi in città e apprezzati anche per la loro solidità imprenditoriale, non sono esattamente il tipo di persone che si nascondono dietro un dito. Tutti a Bassavilla li ritengono equilibrati, solidi e ben forniti di quel razionale pragmatismo che caratterizza i piemontesi: sono loro stessi per primi, nel raccontare la storia ad amici e curiosi, a usare il termine “fantasma”. La signora DaVinci, che s’intende assai di abbigliamento dato il suo lavoro, aggiunge che si tratta del fantasma di una ragazza degli anni Venti, perché “quei vestiti quasi irriconoscibili tanto erano gravidi d’acqua” provenivano, come foggia e concezione, da quel periodo. “Anzi, suggerirei ai giornalisti di fare ricerche su donne buttatesi nel Tanaro fra gli anni Venti e gli anni Trenta. Sono sicura che troveranno la nostra autostoppista”.

Camillo Rossetti, nel libro in questione, fa suo il suggerimento della signora DaVinci e scrive che, stante la sua ricerca, si sono verificati sei suicidi di donne dal 1920 al 1934, tutte buttatesi nel fiume Tanaro in quella zona del quartiere. Ma quattro erano anziane, oltre la sessantina. La quinta, una giovane malata di mente, si spogliò completamente dei suoi vestiti prima di tuffarsi e venne quasi subito recuperata, anche se purtroppo già deceduta. La sola che collima con una certa precisazione a quanto visto dai signori DaVinci è una tal Melissa Prigione, scomparsa nelle acque del Tanaro nel 1925. Era bionda, molto bella, inquieta e abitava in via Urbano Rattazzi, in pieno centro città, nelle adiacenze di Corso Roma.

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