di Franco Pezzini
Persino a osservatori superficiali del mercato editoriale nostrano sarà evidente che da qualche tempo un’attenzione rinnovata al fantastico non emerge soltanto in cataloghi specializzati e ricchi di capolavori (Agenzia Alcatraz, Hypnos, Providence Press eccetera) o in nuove pregevoli collane di piccoli editori – si pensi alla neonata Oblivium marchio di Caravaggio – ma anche presso i grandi.
In Mondadori gli Oscar Draghi sono oggi un po’ meno visibili (forse per tirature a volte basse, tanto da non riuscire a trovare le copie – esperienza diretta) e si sono concentrati sempre più sul fantasy con attenzioni minori – ma significative – ad altri settori della narrativa di genere. Va detto, son sempre un bel vedere, anche se negli ultimi usciti si avverte la mancanza delle splendide e visionarie copertine del collettivo artistico Malleus Rock Art Lab che in passato avevano connotato indimenticabilmente i volumi e comunque di un consistente corredo iconografico. Apprezzabile comunque la veste (oltre al contenuto, ovviamente) del sontuoso volume Poltergeist. Storie di case infestate, di luoghi e di presenze, con trentun storie di infestazioni, a cura di Massimo Scorsone, da metà settembre in libreria.
La Rizzoli ha varato la bella collana Bur Weird, su cui qualche considerazione s’era fatta qui: si tratterà di vedere quanto significativo sarà in futuro il florilegio di titoli proposti, ma il panorama è per ora buono. A seguire è sbocciata anche, per Feltrinelli, la collana Universale Economica Oscura, concentrata sugli autori – tanti – menzionati da Lovecraft nel suo La letteratura dell’horror soprannaturale, non a caso lì riproposto come primo titolo nella nuovissima traduzione di Massimo Scorsone (pp. 192, € 12). In tandem con un secondo volume Gli abissi di Cthulhu, breve selezione di capolavori lovecraftiani pure curati da Scorsone (pp. 192, € 12) nella traduzione storica di Sergio Altieri, felicemente contestualizzata dalla postfazione di Alessandro Defilippi.
Dove due aspetti si impongono. Da un lato l’interessante rilievo del profilo di Scorsone, curatore sia per i Draghi che per Oscura, e consulente per Bur Weird: filologo classico dalle innumeri competenze linguistiche (fino al copto e oltre), amico personale e interlocutore del grande Riccardo Valla, uomo di scrivania – cioè di sostanza – e non di presenzialismo pop, Scorsone costituisce A.D. 2026 il tipo di profilo più strettamente erede di quello del compianto Lippi. Che al tempo poteva a ragione presentarsi come esperto di tutto il fantastico – impresa oggi impensabile per il panorama infinitamente più vasto, ormai le specializzazioni si impongono: e Scorsone, pur non battendo tutta la nebulosa (dove peraltro si muove agevolmente), è comunque la figura che vi va più vicina in una realtà culturale mutata. Un modello di studioso – molto alla mano, per nulla auctoritas inavvicinabile – ma totalmente alieno a quel profilo nerd che spesso si pensa prerequisito per un approccio al fantastico, e in grado di dialogare da un lato con l’accademia e dall’altro con l’editoria senza ignorare la “pancia” del pubblico. Il che porta a riflettere sul fatto che gli studiosi seri di fantastico dovranno sempre più essere studiosi a campo largo, anche se non necessariamente dotti come Scorsone: studiosi (lo studio è necessario) in grado di far parlare competenze diverse, di indagare piste con fantasia e rigore critico – e non riproporre le ennesime rifritture. L’età del lovecraftismo degli stenterelli (o stentatelli, magari, visto che qui non c’entra Firenze) è finita, se non si vuole esaurire il fantastico nei cortiletti dell’irrilevanza. Parliamo di letteratura, e va affrontata con gli strumenti congrui: traduttori professionisti, curatori preparati, approcci non appiattiti sulle quattro ovvietà che rimbalzano fin dagli anni Settanta… eccetera.
A proposito di rifritture, però, una lamentazione emersa nelle reazioni social su queste nuove collane è che si ripropongano per l’ennesima volta titoli classici. Di nuovo Lovecraft – eccetera. Dove occorre intendere rettamente quel “di nuovo”. Il tema era già emerso in passato (cfr. qui) e riguarda in prima battuta cosa sia “classico” – cioè in grado di parlare ancora a distanza di tanto tempo, di restare un punto di riferimento. Giustamente non ci scandalizziamo per una nuova edizione di Catullo o di Apuleio, per non parlare di Omero; o, venendo molto più vicini, per esempio di Mann (La montagna incantata, oppure magica, oppure…). Oltretutto ogni generazione ha una voce, un panorama linguistico e lessicale di riferimento, e magari guarda a studi nuovi che permettano di chiarire meglio il senso di quella scelta, di quella parola – o anche solo necessita di riscoprire un testo in una lingua più vicina alla propria, persino in una veste grafica più accattivante. La storica collana Medusa Mondadori, sobria fino all’asprezza, oggi faticheremmo ad avvicinarla, se non con lo sforzo di un recupero storico…
È così strano che una collana che si diparte idealmente dalle scelte di lettura di Lovecraft, veda una nuova traduzione del saggio (interessante, idiosincratico, a tratti ingeneroso e superato, a tratti illuminante) a monte di quelle scelte di collana – anche se altre edizioni ne sono comparse da poco?
D’altronde alcune traduzioni classiche interessano per la loro storia: trovo bello che in Gli abissi di Cthulhu si recuperino le versioni di Sergio Altieri, voce eccellente e rimpianta di quelle apocalittiche laiche a cui lo stesso Lovecraft si può ascrivere. Anche il secondo Lovecraft annotato da Klinger (Oltre Arkham. Edizione annotata, molto bella) arrivato nei Draghi Mondadori a ottobre è in fondo interessante più come monumento culturale che per chissà quali informazioni aggiuntive su HPL. E restano benvenuti tagli originali, come la meravigliosa edizione di Herbert West, rianimatore ora uscita per Providence Press con le grandi tavole di Michele D’Aloisio, la nuova traduzione di Erica Schifano e la cura & note di Giacomo Ortolani (pp. 52, € 28): un albo godibilissimo e molto elegante.
Vero, una certa sovraesposizione commerciale degli autori può rischiare di “danneggiarli” confinandoli nella moda: il sottoscritto si astiene ormai in genere dal recensire opere lovecraftiane per il fatale ritorno degli stessi discorsi e il tedio verso devoti che non colgono minimamente lo specifico letterario, fermandosi a laudi emotive, generiche e strapaesane. Ma appunto a fronteggiare il rischio della moda facile sovvengono traduzioni rigorose e ben commentate come quelle citate – e non il ripescaggio di quelle sciatte pre-Lippi che con approccio un po’ naïf qualche nostalgico utente Facebook ancora idealizza. Tradendo tra l’altro Lovecraft, che alle esigenze formali era molto attento (e che, per dire, non apprezzerebbe affatto traduzioni delle sue liriche in versi liberi, come pure ne sono apparse). Lovecraft teneva come giusto alla qualità della sua scrittura: per cui, sinceramente, mi interessa di più una ennesima traduzione di suoi racconti notissimi – purché traduzione di qualità e di buona cura editoriale – che non il suo scontrino della spesa, che, grattando il fondo del barile, un certo approccio nerd assumerebbe a feticcio. Parliamo di scrittori classici, e le loro opere meritano di essere studiate ancora e ancora: assai meno gli extravagantia o le speculazioni forzate di chi non ha ancora smesso di tentarne forme di lottizzazione. E la chiamano critica.



