di Emanuela Cocco

Adriano Marenco, Fine capitale mai, Nulla Die Edizioni, 2025, pp. 138, € 17.

Se cercate un libro che non vi lasci tranquilli, eccolo. Fine capitale mai non è una lettura che si consuma e si dimentica: vi toglierà qualcosa, più che colpirvi farà in modo che voi, alla fine, abbiate voglia di colpire qualcosa, di strapparla via da voi, una certezza che forse nemmeno sapevate di avere, quella di poter restare spettatori indenni davanti a quello che sta accadendo, ora nel mondo, il vostro piccolo, e quello grande, che poi sono la stessa cosa.  Fine capitale mai arriva da un autore che il teatro lo conosce bene, un drammaturgo radicale che in narrativa porta la stessa intransigenza. In questo piccolo, grande romanzo, non ci sono eroi o bei tipi per i quali fare il tifo, e non c’è un finale che vi consoli. Troverete, invece, una domanda che resterà lì, pronta a farvi compagnia anche dopo l’ultima pagina. Una domanda semplice e cattiva: ma è davvero tutto qui?
Il romanzo ha inizio ed entriamo subito in un futuro che ha smesso di promettere qualsiasi cosa che non sia la sopravvivenza. Il mondo sporzionato de la Sabbia, la Neve, le Case Alte. Nei primi due si trascinano gli Striscianti, ciò che resta dell’umanità dopo che ogni risorsa le è stata sottratta. Nelle Case Alte si asserragliano invece i Vegliardi e le Carampane, centenari ricchissimi che hanno comprato tempo su tempo e ora pretendono di prendersi anche l’eternità. Quando qualcosa minaccia quel dominio, la risposta è una guerra totale, e patrimoniale, condotta con freddezza. Dietro tutto questo si muove un’ombra ulteriore: qualcuno, nel presente, scrive la storia, senza essere certo di esserne l’autore.
C’è un’idea che attraversa il romanzo come una lama, e Marenco non la nasconde mai, la lascia lavorare a vista: la morte è più forte di ogni cosa. Più forte del freddo, del vento, del caldo, delle stagioni, della ricchezza, del tempo stesso, che pure sembrava essere stato comprato, arginato, delimitato e recintato, come una proprietà. Ma la morte, una morte quieta e per questo ancora più spaventosa, chiuderà gli occhi ai Vegliardi, nonostante la loro battaglia per l’immortalità, una battaglia che Marenco non tratta come follia isolata di pochi, ma come l’ultima, coerente, conseguenza di un sistema che ha sempre promesso di poter comprare il tempo, e che ora si trova a dover onorare quella promessa fino in fondo, fino all’ultimo ridicolo esito.
Quella raccontata da Marenco è una morte che non ha nemmeno la dignità della rovina, una morte levigata, senza rughe e senza dolore: i corpi delle Carampane e quelli dei Vegliardi restano tesi, sospesi in una giovinezza artificiale che ricorda certe tele dove la carne, troppo perfetta, comincia a somigliare a un simulacro, a una vanitas rovesciata; non più il teschio sotto la pelle liscia a ricordare la caducità, ma una liscia epidermide capace di  nascondere, con antiquato pudore, il suo vuoto.
La  morte arriva, in ritardo sul calendario, ma è pur sempre morte. Una morte nel deserto, infertile, e qui la geografia del romanzo funziona come una mappa dell’anima prima ancora che come scenario distopico: un mondo diviso non tanto tra ricchi e poveri quanto tra chi ancora produce vita, sia pure una vita ridotta a rottame, e chi ha smesso di produrre qualsiasi cosa che non sia rendita.
Perché è questo il nucleo più duro del libro: il corpo si deteriora, i sogni si deteriorano, i rapporti si deteriorano, il sesso si deteriora, tutto si deteriora, tranne il capitale. Il capitale rimane. Ma è ormai una beffa, un accumulo senza più destinazione, un numero che continua a crescere in un mondo che non ha più nulla da comprare che valga davvero la pena. Marenco costruisce un rovesciamento che ha qualcosa della grande tradizione distopica, dei grattacieli-mondo, una inquietante gerarchia verticale che è nelle Case Alte di questo romanzo, ma lo piega a un affondo più specifico, più politico, più ancorato al nostro presente: non la fine del mondo, ma una fine che non arriva mai, l’eternizzazione del capitale come condanna e non come trionfo.
I Vegliardi cercano di vincere sul destino, ma è impossibile. Nessun rito orgiastico, nessun ammazzamento, nessun sangue giovane potrà renderli immortali sul serio, e in questa sequenza, quasi liturgica nella sua accumulazione anaforica, Marenco smonta uno per uno i miti su cui l’Occidente ha costruito le proprie fantasie di eternità, dal sangue dei bambini rubato dalle streghe delle fiabe fino ai più recenti, e reali, deliri della biomedicina anti-aging. Perché che cos’è, in fondo, l’immortalità? Il romanzo lo dice con una chiarezza quasi didascalica, e proprio per questo definitiva: l’immortalità è nel ricordo, e loro non verranno ricordati da nessuno. È nel testimone, e loro non avranno testimoni. È nel dialogo, e loro hanno smesso di parlare con il resto dell’umanità. È la solitudine, non la morte, il vero orrore che il libro allestisce: una solitudine di classe, definitiva, autoinflitta.
Fine capitale mai è un romanzo coraggioso perché non cerca mai di attirare il lettore, non cerca di muoverlo a compassione né di trascinarlo dentro un’avventura. Marenco avrebbe potuto umanizzare queste moltitudini senza volto; ma ciò di cui vuole parlare davvero l’autore non può che ostacolare, negare, avvelenare il legame empatico tra la storia e il suo lettore evocato. A Marenco non importa far vivere al lettore un’avventura: importa di costringerlo a sostare nel disagio, sostare nella percezione di un’immutabilità che nega, che taglia le gambe alla progressione drammatica.
C’è, in questo, una vena di autentica intransigenza stilistica: una scrittura che cavalca immagini fortemente drammatiche e violente, senza però cercare l’immedesimazione, senza mai giocare sulle leve del pathos. È quasi una scrittura che rinnega tutti gli stilemi della letteratura orientata verso la partecipazione emotiva del lettore, perché quello che l’autore vuole fare è esercitare, con le frasi, una sorta di coercizione insostenibile nei confronti del lettore.
Quella di Marenco è una scrittura per certi versi rabbiosa, piena di sdegno verso proprio gli artifici tipici della scrittura industriale di puro intrattenimento. Fine capitale mai trova una via diversa di partecipazione con il lettore, ed è la via della rabbia, la via del disgusto verso ciò che accade ed è la via che porta a un amaro riconoscimento tra chi narra e chi legge: quello del riconoscersi inermi, deboli, fallati e inadatti a una lotta dentro la quale, lo vogliamo o no, siamo già stati coinvolti.
In questo romanzo Marenco opera un’azione davvero radicale, perché rifiuta, così come fece per esempio l’autore argentino Ariel Luppino ne Le Brigate, di allearsi con il lettore, rifiuta di blandirlo, rifiuta categoricamente di divertirlo, ma vuole al contrario tediarlo, tormentarlo, lasciarlo solo con qualcosa che alla fine sarà un’epifania affatto risanante: un’epifania rabbiosa, un’epifania che gli farà veramente male. Chi vuole vedere al lavoro una scrittura piena di pura, sotterranea, non banalmente dichiarata, indignazione, di un urlo indomabile, che contiene qualcosa della violenza dei racconti dell’orrore di Kleist, delle sue scene piene di atti violenti irreparabili, imprevisti e inarrestabili, troverà in questa prosa quello che cerca.
A tenere insieme questa materia feroce c’è, sullo sfondo, la cornice metanarrativa dell’intellettuale che nel presente scrive la storia di Fine capitale mai senza sapere se ne sia davvero l’autore o soltanto una pedina, un dubbio che Marenco, drammaturgo prima ancora che romanziere, sa maneggiare con un rigore che viene dritto dalla sua esperienza teatrale.
Ciò che rende il romanzo un’operazione di rara compattezza è la coerenza assoluta tra scelta stilistica e visione del mondo. Non c’è un solo artificio retorico che non sia messo al servizio dell’idea che lo regge: il tenace smontaggio dei miti dell’immortalità, per esempio, non è un vezzo letterario, è esso stesso la dimostrazione di come si sopravvive in stato d’assedio, il farsi lingua dell’ossessione dei Vegliardi che questo assedio lo hanno prima esercitato e poi subito.
Marenco rinuncia a ogni consolazione strutturale, e lo fa con pieno controllo: la stasi non è un difetto di ritmo, è una decisione compositiva sostenuta fino in fondo, con disciplina e fedeltà a un mandato autoriale ben chiaro.
Fine capitale mai è un romanzo che pensa per associazioni proprie, senza bisogno di prestiti: i suoi riferimenti impliciti, da Ballard a Kleist, non sono citazioni esibite ma affinità che il lettore colto riconosce da sé, segno di una scrittura che si è nutrita di una cultura vasta senza mai esibirla come credenziale.
La storia non concede tregua, e non la concede volutamente: perché la vera domanda che pone, il capitale avrà mai fine? resta sospesa, aperta, e proprio in quella stasi trova la sua forma più inquietante.
Spesso la narrativa contemporanea si divide in chi cerca in qualche modo di fuggire il conflitto e in chi lo restituisce nella forma più immediata di una palese denuncia. Marenco sceglie una strada diversa: crea la stasi all’interno del suo impianto narrativo, non lo spazio di una possibile redenzione, ma quello di una quieta rassegnazione, così quieta e stabile da rasentare la follia e da suscitare, certo, la nostra rabbia.
L’obiettivo che appare evidente, mai dichiarato dall’autore, è quello di non favorire o permettere lo scaricarsi della rabbia nel processo di penetrazione empatica tra lettore e personaggi, bensì di alimentarla, di gonfiarla, di non permettere mai all’opera, in nessuna occasione, di farsi catarsi, di dare l’illusione di aver compiuto quel tragitto verso il cambiamento. Marenco, invece, tortura il lettore con l’impossibilità di quel cambiamento, con la silenziosa accettazione dello stato mostruoso dei fatti: e proprio da qui provoca quella scintilla di ribellione che non si esaurisce nella lettura, che non trova sfogo tra le pagine, ma si alimenta, e va proiettata nello spazio esterno.
È come se l’autore dicesse: non lascerò che il mio testo sia la scusa per compiere quest’arco narrativo verso la trasformazione, ma ti perseguiterò con la consapevolezza che questa trasformazione sia impossibile, sperando che sia proprio questo testo quella goccia di rabbia in più capace di farti detonare all’esterno. Anche solo per questa posizione autoriale, per questa inflessibile volontà rivoluzionaria che abita la voce narrante, Fine capitale mai è un testo da prendere in considerazione.
Leggetelo: è raro trovare oggi un autore disposto a scrivere con la stessa spietata freddezza con cui Fassbinder metteva in scena i suoi mondi invivibili, un libro pensato per bruciare le illusioni del lettore invece che per confortarlo, e a farlo con la lucidità di chi la propria utopia personale l’ha trovata proprio nell’accettare di non averne, non più.