di Mauro Baldrati

Einaudi, Torino 1949 – 2024 pagg. 246 euro 12.50

Oggi ricorre il cinquantesimo anniversario della morte di Renata Viganò. La ricordiamo con alcune note di lettura del suo romanzo, uno dei più importanti e sinceri sulla guerra partigiana.

Alfonsine è un paese di 11.667 abitanti della Bassa ravennate. Si trova sulla linea di confine con la provincia di Ferrara, che interessa gran parte delle valli di Comacchio. A guerra ormai terminata i tedeschi in ritirata hanno fatto saltare gli edifici, per cui è stato quasi interamente ricostruito. Qui, lungo la riva destra del fiume Reno, in zona foce del fiume Senio, è posizionata una classica casa colonica di fine Ottocento, con l’arco centrale, i solai di canne e tavelle, il tetto in coppi. Fu scelta da Giuliano Montaldo nel 1975 per girare il film tratto da L’Agnese va a morire. Uscito nel 1949, il libro fu al centro di polemiche più che altro politiche che riguardavano gli aspetti della Resistenza, che ne travalicarono il contenuto letterario. Per cui a lungo fu considerato un memoir, importante e dettagliato, sulla guerra partigiana che infuriò nella zona delle valli. In realtà non si tratta di un memoir in senso stretto, ovvero una serie di eventi narrati con precisione, dove i personaggi, e la progressione degli eventi, sono al servizio di una restituzione esatta degli eventi stessi. L’agnese va a morire è un romanzo scritto col filtro letterario di una scrittrice esperta e raffinata, che ha proiettato se stessa e la sua esperienza su una donna veramente esistita, prendendosi tutte le libertà concesse per rappresentare il mondo, il conflitto, e l’avanzare implacabile della Storia: quella di una terra, la sua terra, occupata da una spaventosa dittatura.

La prima volta che vidi l’Agnese, o quella che nel mio libro porta il nome di Agnese, vivevo davvero in un brutto momento. Ero in un paese della Bassa, sola col mio bambino. Mio marito l’avevano preso le SS a Belluno, non ne sapevo più niente, ogni ora che passavo lo vedevo torturato e fucilato, un corpo anonimo che non avrei trovato mai più, neppure per seppellirlo. Nel villaggio mi credevano una sfollata della città, con la casa distrutta da un bombardamento: a causa dell’arresto di mio marito avevo perso i contatti coi compagni, non potevo parlare con nessuno dei veri dolori. Venne l’Agnese, un giorno che stavo nel greto del fiume (il Reno ndr) a guardar giocare il bambino con la sabbia, e intanto pensavo che forse sarei stata sempre così sola nel guardarlo giocare e poi studiare e poi crescere e diventare un uomo senza il babbo. L’Agnese mi arrivò vicino coi suoi brutti piedi scalzi nelle ciabatte. Vidi per primi quei brutti piedi, ero tanto piena di odio e di pena che mi fecero schifo. (Dalla postfazione dell’autrice La storia di Agnese non è una fantasia).

I “brutti piedi scalzi” di una “donna vecchia e grassa”, sono presenti come importanti comprimari nel romanzo. Se qualcuno ha visto il formidabile Una battaglia dopo l’altra avrà presente Leonardo DiCaprio che corre, combatte, cade, si rialza sempre indossando una vecchia vestaglia sbottonata. Ebbene l’Agnese è sempre in ciabatte. In ogni scena, ogni evento. Durante l’orribile inverno vallivo, sferzata dal vento, dalla pioggia, con la neve, “Mamma Agnese” avanza nella notte spettrale, spingendo una di quelle pesanti biciclette con l’eterna sporta coi viveri e i messaggi per i partigiani nascosti in una casa allagata, affondando i piedi in ciabatte nella fanghiglia gelida, o addirittura nell’acqua, quando gli invasi tracimano e allagano i sentieri.

Sul personaggio, che nella realtà ha condiviso con l’autrice le peripezie, e le sgridate del Comandante che le facevano piangere, Renata Viganò ha riversato tutto il peso della Storia, ma anche se stessa, il suo dolore, la sua determinazione e l’assoluta fedeltà alla propria missione. Una immensa protagonista letteraria che passa attraverso eventi realmente accaduti, lo scontro senza pietà contro un nemico mortale, in un connubio perfetto di iperrealismo e finzione, con personaggi realmente esistiti anche se riprogrammati per esigenze letterarie: “Se ho voluto mutare il fisico del comandante e l’ho reso piccolo e grigio mentre era robusto e bruno, anche se ho inventato nomi di battaglia e posposto i fatti e alterate le età, fu per aver moto più libero nell’acqua corrente nel racconto.” (Dalla citata postfazione).

L’Agnese è un personaggio complesso in questo romanzo perfettamente materialista, come lo è stata la Resistenza: “Non crediate che ci si dicesse frasi eroiche. Nessuno nella guerra partigiana diceva mai frasi eroiche, neppure quando stava per morire. Tutt’al più gridava: ‘Viva i partigiani’, o cantava ‘Bandiera rossa’ e questo è già molto per uno che sta per morire”. Supera i limiti del neorealismo per assurgere quasi alla dimensione di personaggio collettivo, protagonista ma al contempo ostaggio della Storia. Su questo riflette Sebastiano Vassalli nella breve, lapidaria introduzione:

E’ fin troppo evidente che Agnese non è solo un personaggio letterario, è un simbolo di qualcosa di più grande e di più importante che tanto meglio traspare nel testo quanto più essa si annulla come personaggio, per accumulazione di virtù negative: semplicità, umiltà, abnegazione eccetera. Agnese è una donna che vive, sia pure in una prospettiva limitata, un grande fatto storico: annullandosi come donna, diventando “donna senza qualità”, Agnese esce in pratica dalla realtà per diventare incarnazione di un mito destinato a compiersi con la sua morte (quella morte di cui il lettore sa già prima di aprire il libro, dal titolo). (…) E’ anche un’immagine collettiva, è uno dei molti, è oggetto e soggetto del sacrificio, è un personaggio assai reale sotto certi punti di vista, ma poi disumano per la sua grandezza, la sua capacità spinta fino all’assoluto di annullarsi nei fatti e nelle vicende.

Il romanzo materialista avanza con cadenza inesorabile, come lo fu la lotta partigiana. Obbligato il confronto con l’altra opera-capolavoro, la scrittura di Beppe Fenoglio. Gli stessi pericoli mortali, gli stessi stenti che calano il lettore in uno stato di identificazione e malessere per gli inenarrabili sacrifici cui erano costretti i partigiani. E la stessa inevitabile – così inevitabile da diventare “normale” – ineluttabilità. In Fenoglio compaiono alcune fucilazioni di fascisti e nazisti caduti prigionieri. I condannati di fronte alla morte regrediscono allo stato infantile. Piangono, implodono, gli cambia addirittura la voce. Siamo praticamente costretti a provare un briciolo di pietà. Ma non ci può essere pietà in una guerra all’ultimo sangue. Compassione forse, ma l’esecuzione va portata a termine. Nel libro della Viganò i componenti della brigata organizzano una pericolosissima azione per liberare dei compagni prigionieri dei fascisti. Lanciano un attacco, neutralizzano i fascisti, liberano i compagni, uno è morto, un altro stremato e sfigurato dalle torture. Prima di uscire, sulla soglia, il Comandante dà l’ordine: “Fateli fuori tutti”. Va fatto.

E’ la guerra, una guerra scatenata dagli occupanti con la partecipazione attiva dei traditori del paese occupato. Non c’è morale rassicurante, la morale è nella lotta senza quartiere, nella clandestinità e nel rischio continuo della vita, quando la vita non viene stroncata. Avvincente, irto di pericoli e colpi di scena, non si sottrae alla vocazione di romanzo d’avventura. Un’avventura che veicola la missione stessa della letteratura e dell’arte, quando l’arte si pone di fronte alla rappresentazione della vita, con tutti i suoi conflitti, le sue tragedie, e si schiera in una lotta feroce del bene contro il male.

(La foto: la casa dell’Agnese ad Alfonsine)