di Walter Catalano
Vince Gilligan colpisce ancora. Dopo qualche anno di meritato riposo lo sceneggiatore e showrunner creatore delle due serie più giustamente celebrate, premiate ed amate degli ultimi anni, Breaking Bad (2008-2013) e Better Call Saul (2015-2022), torna finalmente sugli schermi con le 9 puntate della prima stagione di Plur1bus, questa volta distribuito da Apple TV. Lo scenario resta immutato, il paesaggio desertico e quasi western della città di Albuquerque nel Nuovo Messico, ma il genere è cambiato: dopo il crime e il noir, Gilligan torna alle origini – aveva esordito come sceneggiatore nel team di X-Files – e passa alla fantascienza. E la vena filosofica ed esistenzialista, il dilemma etico e morale, la satira swiftiana perennemente in equilibrio tra farsa e tragedia, che avevano sostanziato le sue egregie opere precedenti, permangono intatte anche in quest’ultima dove le premesse, sia in termini tematici che figurativi, attingono profondamente alla fantascienza cinematografica più classica, quella degli anni ’50: i film di Jack Arnold e L’invasione degli Ultracorpi di Don Siegel.
Il radiotelescopio di un osservatorio spaziale in mezzo al deserto capta un segnale intelligibile proveniente, dopo migliaia di anni luce, da una galassia remota. Gli scienziati individuano nel messaggio il codice di un sistema biologico e sintetizzano un misterioso virus che, per il classico errore umano, infetta uno dei ricercatori, il quale bacia intenzionalmente la collega per infettarla a sua volta. I primi contaminati nel laboratorio, come in preda ad un raptus, impregnano con la saliva materiale destinato all’esterno: nel giro di poche settimane tutto il mondo ha subito il contagio (e ora tornano in mente altri vecchi film come A for Andromeda, The Andromeda Breakthrough, ecc.), fanno eccezione – scopriremo qualche puntata dopo – solo dodici persone, in varie parti della Terra, immuni al virus. Fin qui niente di più tradizionale, ma ora il colpo di genio: se gli invasori fossero buoni? Se il virus fosse un dono? Se la mutazione portata dal contagio realizzasse finalmente il sogno di uguaglianza e fraternità, di limpidezza e sincerità totale, di assoluta non violenza e solidarietà indiscriminata auspicato da ogni credo religioso e politico? Il paradiso in terra ottenuto rinunciando definitivamente al proprio io individuale ed egoistico per confluire, come sciogliendosi in un oceano di gioiosa fratellanza, tutti insieme in una super mente collettiva che contenesse le nozioni, le competenze e le memorie di ogni singolo componente messe al servizio di un “noi” generale composto da tutta l’umanità.
Questo spiega il titolo della serie, che richiama il motto non ufficiale degli Stati Uniti, “E pluribus unum”, ovvero “Da molti, uno solo”. Ribaltando le angosce paranoiche del romanzo di Jack Finney e del film di Don Siegel – gli ultracorpi, il pericolo comunista, l’invasione aliena – la storia di Gilligan ci mostra come, nella mente di un corpo che non è snatched ma che resta assolutamente identico, si possa dispiegare in concreto l’applicazione letterale di un principio astratto, teorica frase d’ispirazione virgiliana alla base della costituzione americana.
Ma c’è un “ma”. Fratellanza e uguaglianza sono compatibili con libertà? E qui entrano in gioco i pochi umani immuni al contagio, vedremo come ognuno di loro verrà lasciato dagli “Altri” libero senza alcuna imposizione, di seguire la propria scelta qualunque essa sia. Uno di questi è la protagonista della storia, attraverso gli occhi della quale scopriamo il contesto della vicenda, si tratta di Carol Sturka – interpretata da un’impareggiabile Rhea Seehorn, già coprotagonista di Better Call Saul, ruolo che le aveva procurato due nomination agli Emmy Awards, e qui mattatrice incontrastata – una famosa scrittrice di fantasy-romance di basso livello, piuttosto egocentrica e di non facile carattere, che convive in un ménage coniugale lesbico con la propria agente letteraria (la scelta di una protagonista lesbica potrebbe far pensare che anche Gilligan, pur ironizzando spesso e volentieri, in metafora, nel corso della trama, sulla cultura woke, non si voglia sottrarre a una sorta di clickbait che strizzi l’occhio in quella direzione). Durante il traumatico passaggio in contemporanea dell’umanità alla mente collettiva, Carol assiste impotente e senza capire, mentre è a cena fuori con la compagna, alla trasformazione che provoca varie vittime: alcune si trovano al volante o in situazioni pericolose durante la perdita di conoscenza che prelude alla mutazione e subiscono incidenti mortali, altre – come la partner di Carol – semplicemente non superano la crisi convulsiva. Carol, immune, resta intatta ma vedova. Quando si rende conto che qualunque estraneo mai incontrato prima la conosce familiarmente e la saluta chiamandola per nome, che tutti sono disponibili e sorridenti, sempre pronti ad aiutarla, a soddisfare ogni suo desiderio e a non contrariarla mai, Carol, capisce che è successo davvero qualcosa di irreversibile e tutte le risposte alle sue domande, tutte le spiegazioni e le informazioni possibili, le vengono comunicate senza omissioni o reticenze dalla super-mente dei mutati in una trasmissione televisiva dedicata esclusivamente a lei. Ovviamente l’individualismo di Carol si ribella, la gentilezza e il candore della mente-alveare le ripugna: Carol vuole capire tutto per avere gli strumenti che le permettano di combattere contro, e salvare il mondo per riportarlo all’inferno di prima. Così risponde alle premure degli “Altri” con la rabbia e la diffidenza e scopre ben presto che le sue sfuriate, le capricciose ripicche, le urla arrabbiate, arrecano uno shock fortissimo con devastanti attacchi epilettici agli umani modificati, non solo a quelli nelle sue immediate vicinanze, i cui effetti su di loro può constatare di persona, ma in tutti gli umani modificati, in tutto il pianeta contemporaneamente: le viene comunicato, con riluttanza per non turbarla troppo, che ognuna di quelle crisi ha provocato migliaia di morti in tutto il mondo. Proprio per evitare senza eccessivi traumi questi inconvenienti, gli “Altri”, decidono di lasciarla sola abbandonando in massa Albuquerque (in questa parte entriamo nella scia di I Am a Legend di Richard Matheson, con tutta la filmografia annessa): potrà comunicare con loro solo tramite cellulare e non le mancherà nulla, deve solo chiedere e quanto richiesto, cibo o qualsiasi altra cosa, le verrà consegnato direttamente a casa tramite droni. Nella sua solitudine Carol continua a investigare e scopre che gli “Altri” (e qui torna un altro classico della fantascienza, Soylent Green, da noi 2022: i sopravvissuti, film del 1973 di Richard Fleischer, tratto dal romanzo Largo, largo! di Harry Harrison) ricavano sostanze nutritive dai corpi dei morti. L’apparentemente orribile mistero le viene spiegato ben presto: gli “Altri” non uccidono nessuna creatura vivente, non mangiano neanche frutti se non già caduti dall’albero; in questo modo tutte le risorse alimentari saranno presto consumate e lo sgradevole processo di utilizzare le proteine dei cadaveri come cibo serve solo a prolungare di qualche anno l’inevitabile esaurimento delle scorte. Carol apprende anche che tramite un trattamento sulle cellule staminali anche gli immuni possono ora essere mutati e confluire nella mente collettiva ma questo può avvenire solo con totale e assoluto assenso da parte del diretto interessato: Carol ovviamente lo nega.
Particolarmente ben costruita è l’ondivaga condizione psicologica vissuta da Carol dopo la morte della compagna e la sua reazione al nuovo mondo in cui si illude da principio di non avere più bisogno di nessuno. La sua evoluzione passa attraverso varie fasi contraddittorie: il desiderio iniziale di essere l’eroina della storia – un po’ come i superomistici personaggi dei suoi pessimi romanzi fantasy – contattare e raccogliere insieme tutti gli immuni del mondo e organizzare con loro una specie di guerriglia, per scoprire invece, deliziosa ironia di Gilligan, che non frega niente a nessuno e che tutti si sono organizzati secondo la propria indole: la fanciulla peruviana decide di unirsi ai propri familiari e a tutti gli “Altri” dando l’assenso per la mutazione; l’edonista nordafricano vive come un re nei migliori hotel, servito e riverito con le massime comodità e i cibi più raffinati, circondato da decine di bellissime donne sempre disponibili (nessuno degli “Altri” direbbe mai di no a nessuno per non dispiacere l’interlocutore…) e guidando una Ferrari di colore diverso per ogni giorno della settimana; solo nelle giungle del Paraguay un certo Manousos Oviedo (interpretato dall’attore colombiano Carlos Manuel Vesga), sembra ancora più radicale e arrabbiato di Carol, ma per eccesso di diffidenza e sospetto, rifiuta ogni contatto con chiunque. Fallito il tentativo subentra in Carol la paura di poter essere cancellata, che gli “Altri” mentano e non siano così angelici come appaiono; con sollievo scopre poi che davvero i mutati sono totalmente incapaci di mentire e che la sua individualità è del tutto al sicuro, perché nessuno farà mai violenza su di lei neanche per difendersi. Poi la speranza di poter vivere effettivamente una vita solitaria e felice e, infine, la presa di coscienza che no, è impossibile vivere soli: arrivando a implorare gli “Altri” di tornare a ripopolare Albuquerque e innamorandosi della bella Zosia (Karolina Wydra), la chaperon che si è da subito occupata di lei, ha sopportato mettendo a rischio la sua incolumità fisica le conseguenze degli esperimenti anche pericolosi di Carol per saggiare la vera natura degli “Altri”, e che ora intuendo i suoi segreti desideri la bacia per prima e si sforza di parlare al singolare e non al plurale come fanno tutti i mutati. Innamorarsi dell’attraente frammento di una mente alveare incrina le convinzioni di Carol proprio mentre Manousos Oviedo giunge finalmente da lei dopo un avventuroso viaggio in auto dal Paraguay fino al Nuovo Messico per incontrarla: ha un piano per scatenare la resistenza, basato su un suo maniacale scandaglio delle frequenze radio, proprio nel momento in cui la determinazione di Carol vacilla. L’intesa fra i due è tutt’altro che facile – incomprensione resa ancor più paradossale dalla barriera linguistica, risolta parodisticamente con l’ausilio del traduttore automatico di un cellulare – come suona il titolo dell’ultima puntata della prima stagione e come Manousos dice brutalmente a Carol: La Chica o El Mundo. Bisogna scegliere: vuoi l’amore della ragazza o vuoi salvare il mondo? Carol si rende conto che l’amore di Zosia è impersonale, che lei è noi e l’amore per Carol è invece possessivo ed egoistico, questo le fa prendere la decisione. Il preludio alla già annunciata prossima stagione delle quattro previste, vede Carol e Manousos insieme: lui sembra aver trovato il modo per combattere la collettività sfruttando le frequenze radio, ma lei si è anche procurata una bomba atomica, gentilmente fornita dagli “Altri” che non rifiutano mai niente a nessuno: Zosia gliela scarica da un elicottero nel giardino di casa. Siamo davvero curiosi di sapere come Gilligan potrà continuare date tali premesse… Intanto notiamo fra le mille finezze di questo show perfetto anche la colonna sonora: un florilegio di classiche canzoni americane, da People are Strange a Destination Moon, cantate però nelle lingue più esotiche del mondo, hindi, urdu, farsi, e chi più ne ha più ne metta.
Una serie troppo intelligente e problematica perché buona parte del pubblico la apprezzi davvero, già si leggono – almeno in Italia – superficiali commenti che l’accusano di lentezza, di noia, di staticità. Insomma la satira troppo sottile e le complicazioni filosofiche rallentano il ritmo, almeno in Breaking Bad si sparavano spesso, qui invece “non succede nulla… aridatece gli zombie !”.



