di Carlo Lauro
Michele Mari, I convitati di pietra, Einaudi, Torino 2025, pp.159, € 17,50
Lo spirito dell’eliminatoria non è nuovo nell’opera di Michele Mari. Basti pensare all’apologo degli Otto scrittori (1996) in cui l’incoronazione di Melville a maestro dell’Avventura era passata attraverso la sofferta selezione di altri sette beniamini (da Verne a Stevenson passando per altre esclusioni eccellenti).
Ma in I convitati di pietra l’eliminatoria sottesa alla “riffa della morte” organizzata dalla III A del Liceo-Ginnasio Berchet di Milano è cosa ben più venale e impoetica. Durante la cena che li riunisce il 22 luglio 1975 (a un anno e un giorno dalla data della Maturità) i trenta convitati ratificano di stanziare ciascuno annualmente una cifra (“non alta ma nemmeno irrisoria”). Col trascorrere degli anni si formerà un capitale che andrà a beneficio dei tre ultimi sopravvissuti (se non dell’unico: si vedrà). Intanto la compagine avrà modo di continuare a rivedersi a cena ogni anno alla stessa data e nello stesso ristorante: proposito misto di nostalgia, goliardia e fuga dal tempo.
Su questo canovaccio polifonico Mari (un Mari qui restìo all’uso di forme auliche) costruisce una narrazione galoppante, così densa di eventi da non caderci uno spillo: quasi 78 anni concentrati in poco meno di 160 sulfuree pagine nelle quali l’avidità di certi partecipanti agirà senza esclusioni di colpi (malevoli scommesse, ricatti, macumbe, alleanze di convenienza, spionaggi, persino omicidi) in un crinale miracoloso fra noir e umorismo. A differenza dei compagni liceali di Locus desperatus che erano volutamente indistinti, larvali (e di qualcuno si dubitava financo dell’esistenza) qui non pochi convitati (tutti classe 1955: puri boomer) da semplici nomi da appello scolastico (l’onomastica di Mari è particolarmente connotativa) sviluppano individualità ben nette, talora gagliarde, tra realismo e grottesco.
E’, tra l’altro, una classe in buona parte “colta” (vari tra loro, a precisa domanda, affermeranno d’aver letto per intero la Recherche; Gombrowicz è oggetto di schermaglie epistolari, etc.).
I seriosi mentori del gruppo si chiamano Lorenzo Rivadeneyra (aura ispano-aristocratica; è il “gran cerimoniere”, garante del regolamento e degli interessi bancari del Fondo III A) e Luciana Migliavacca, sorta di ecumenica buona coscienza: il primo crede fortissimamente nella riffa a oltranza, la seconda, intimorita dall’eco di episodi funesti (non esclusi alcuni suicidi), guiderà invano un gruppetto di “scissionisti” che ne vorrebbe l’interruzione (cena del 2024). Né mancheranno un paio di timorosi rinunciatari, liquidati da buonuscite simboliche. A tutto pensa Rivadeneyra (anche a neutralizzare una Erinni ricattatrice, Anna Mascolo, che minaccia di sparigliare il gioco se non le si compensa il presunto copyright dell’iniziativa). Fibrillazioni della riffa.
Ma è soprattutto con due personaggi dominanti, Luca Brodo e Lothar Semprini, che l’Autore può esternare quelle ossessioni che sono le nervature della sua poetica.
Il mingherlino Brodo è un cultore seriale di pornografia (“nei confronti della quale provava una gratitudine religiosa”), da qui un coatto, involontario, pseudo-parkinsoniano agitarsi del suo braccio destro nei contesti meno opportuni (il romanzo ne trarrà infinite variazioni). Orditore di macchinose quanto ingenue macumbe, a lui si deve il maggiore sfoltimento “forzoso” della III A: tra l’uso di un veleno e la commissione di una bomba spariranno dalla scena i balordi Mentasti, Piselli e Ridolfi (quanto ai primi due trattasi di una vendetta annunciata: ai tempi l’avevano sbeffeggiato con lanci di dadi Knorr). A incoraggiare silentemente le sue imprese è Lola Ricci, una compagna immobilizzata in seguito a un incidente (complice forse la riffa); di lei Brodo, da buon feticista, adorerà immediatamente non solo l’infermità in sé (gli ricorda la menomazione di Catherine Deneuve in Tristana, cult di tante sue esercitazioni) ma gli stessi braccioli cromati della sedia a rotelle.
Semprini è invece descritto da Mari “nel guscio infantile e programmaticamente regressivo” di quelle che sono alcune delle sue proprie passioni-ossessioni: i fumetti (con aspirazioni collezionistiche a tavole originali: Magnus, Jacovitti, Hergé, Herriman, etc.), i film con Gene Hackman, il Milan. Somiglianza tanto più palese tra Autore e personaggio per quel maniacale rigore filologico col suo contrappunto di rovelli “ipotetico-ottativi”.
Certamente l’insolita fine di Gene Hackman nel febbraio scorso (2025) fa di I convitati di pietra una sorta di instant book commemorativo: è il totem dell’intero romanzo. Nel magma dei complotti piccoli e grandi degli inquieti post-liceali, più volte le pagine si rischiarano di colpo con gli elenchi dei film che man mano, in rigorosa successione cronologica, Semprini va vedendo (con tanti fermo immagine) e rivedendo (“E rivide…” “E rivide…” recita l’anafora), mentre concepisce il progetto di un libro-monstre, definitivo, sul sommo attore (da lui immaginato, in quegli ultimi fantasmatici giorni, circondato dalla visione delle sue numerose interpretazioni).
La prospera filmografia hackmaniana (73 film accertati) ispira a Semprini strabilianti tassonomie che strutturano la narrazione come un mantra. Non solo i film sono via via tutti elencati (con propria data e nome del regista), ma i ruoli di Hackman vengono distinti in principali e secondari; poi i rovelli e le ucronie provvedono a moltiplicare gli interrogativi (cosa sarebbe successo se certi ruoli importanti, di Jack Nicholson o di Marlon Brando, fossero stati affidati a lui; perché eminenti registi, vedi Kubrick o De Palma o Scorsese, non lo hanno mai chiamato, etc.). Brodo con i suoi tre film cult di Sergio Leone (ne recita a memoria tante battute con le voci dei doppiatori) non può competere con la lussureggiante cultura cinefila di Semprini, ma gli terrà testa dialetticamente in un intrigante contenzioso che vede contrapposti film d’autore e pornografia (un confine non inaccessibile, concorderanno alla fine, se si pensa a un compromesso quale La bestia di Borowczyk). Anche la comune infatuazione per l’affascinante Elisabetta Bathory (descritta algida, magrissima, nerovestita e discendente di un’omonima e sanguinaria contessa ungherese) rispecchia la divergenza: in Semprini prevale “la semplice ragione che sembrava uscita, contemporaneamente, da un fumetto e da un film”, in Brodo l’attrazione per la mastectomia da lei subita in gioventù.
Da una dipartita all’altra, la riffa a oltranza si arresterà al 2053. Seppellendo gli ultimi due “resistenti”, il novantottenne personaggio vincente, pur appagato dalla realizzazione dei propri progetti, “si sentì vuoto come un sacco di carta”.
E’ il crudele bagliore finale di un divertissement che gioca impavido sul demone del denaro e sul trascorrere del tempo, con un capitale che cresce parallelo agli acciacchi degli aspiranti (e che dunque si svaluta col decrescere delle reali possibilità di godimento). La dice lunga la rituale elencazione (quasi un compendio di anatomia patologica) dei propri malanni che i commensali devono relazionarsi a vicenda per fare il sestante delle probabilità di ciascuno. Il miracolo è che in questa danse macabre di imprevisti e paradossi, il lettore sorride e soprattutto ride a ogni pagina, come di rado può capitargli, piacere che si estende anche a certe miniaturistiche diversioni enciclopediche sulla storia del brodo, i prodromi del fumetto o l’erotismo delle cromature nel cinema americano.
Michele Mari ha costruito una macchina narrativa perfetta ed esorcistica, un virtuosistico puzzle (come quelli del suo racconto Certi verdini), del quale, nonostante l’alto numero di personaggi e le loro più sottili e stratificate interazioni, ha il controllo del grande narratore onnisciente. Abolita la forma dialogica, il discorso indiretto favorisce il continuum della sua voce narrante nella quale mai si avverte sdegno, semmai ironia o simpatia, per le esternazioni delle sue pedine. In fondo, per il fatto di chiamarsi ancora per cognome come tra i banchi del liceo e di credere così tanto al loro gioco micidiale, è difficile al lettore immaginarsi i convitati del Berchet trasfigurati dal trascorrere di tante decadi. Lo stigma della classe -finché essa sussiste- sfida il tempo. Insieme a quello della tragica inconsapevolezza che si ha sempre della propria gioventù, è uno dei sottintesi di un romanzo che è tutto milanese (un secondo omaggio dopo Milano fantasma?).
Con l’eccezione del grottesco scontro frontale automobilistico in provincia di Perugia che eliminava in un sol colpo due ex-fidanzati concorrenti (Brusaglia e Letellier), i destini di vita e di morte si compiono a Milano. Una delle liturgie della narrazione è quella di registrare puntigliosamente gli indirizzi abitativi dei liceali e quelli delle chiese in cui si svolgono le esequie. Inquietante toponomastica che andrà annoverando anche più estese panoramiche urbane di sicura maestrìa (pp. 112, 117). E nella città del derby per eccellenza, la partizione fatale concernerà anche alcuni soggetti della III A: tifosi interisti due tangheri come Piselli e Mentasti, devoti al Milan Brodo e in specie Semprini (il cui noto furor casuistico non può non struggersi su eventi infausti come quello del 25 maggio 2005 in quel di Istanbul).
Quanto fin qui scritto può solo dare una pallida idea del grande, geniale viluppo. Ma tra i personaggi non citati -la gran parte- non si può non ricordare l’ombra di Banquo del racconto, quella povera Rita Podesta la cui mente incrinatasi seriamente nel 1980 la costringe ad essere la grande assente delle cene annuali. Eppure nella distanza dei ricoveri e nella demenza, il suo “sguardo vitreo” ha sempre visione della riffa. Temuta dagli ex-compagni come una Sibilla e come una fragile ben dura a morire, il suo claudicante balbettio (biascica ancora a memoria l’appello della III A) ricorda non poco la loquela di certi mostri. E’ un salto nell’”Altrove” come in Mari non poteva mancare.



