di Giorgio Bona

Come esaminato in un pezzo precedente, la filmografia western americana resta in genere lontana dalla verità. Non tutta, ci sono alcune eccezioni: rari, anzi rarissimi interventi intesi a difendere i nativi americani vittime di uno dei più grandi stermini della storia.

Emblematico un fatto la cui eco ha avuto parecchia circolazione in questo periodo ma che risale a cinquant’anni fa, precisamente il 23 marzo 1973, in occasione della 45esima edizione degli Academy Awards, durante la premiazione degli Oscar.

Il divo americano Marlon Brando negò la sua presenza durante la cerimonia, che lo consacrava miglior attore protagonista per l’interpretazione di Vito Corleone nel film Il Padrino. All’ultimo momento decise di mandare alla consegna, davanti a milioni di telespettatori, Sacheen Littlefeather ovvero Piccola Piuma, pseudonimo di Marie Louise Cruz, attrice, una nativa americana di origine (per parte di padre) Apache e Yaqui.

La sua apparizione sul palco del Dorothy Chandler Pavilion, sotto lo sguardo allibito di tante celebrità di allora, suscitò scalpore.

Ferma, decisa, la giovane si presentò affermando con orgoglio di presiedere il National Native American Affirmative Image Committee.

Prima di acquisire notorietà sulla scia di quella serata, aveva unito lo studio e piccole prove come attrice e modella (anche per Playboy, 1972, “Ero giovane e stupida” liquiderà poi l’episodio) alla militanza per i diritti dei nativi americani. In seguito si occuperà di campagne per la lotta all’AIDS, malattia che nel 1990 causa la morte di suo fratello.

Quando alla premiazione Sacheen dichiarò di rappresentare Marlon Brando ci fu qualche timido applauso qua e là, ma in generale si trovò subissata dai fischi. La maggioranza della platea, sconcertata, la minacciò, insultandola.

Con un abito di camoscio, mocassini e lunghi capelli neri raccolti in due codini, da vera squaw apache, presentandosi, si rivolse al pubblico così:

 

Rappresento Marlon Brando questa sera, e lui mi ha chiesto di comunicarvi in un lunghissimo discorso – che non posso condividere con voi al momento, per motivi di tempo, ma che sarò lieta di condividere con la stampa in seguito –, che con rammarico non può accettare questo premio così generoso. E le ragioni di ciò sono il trattamento riservato ai nativi americani oggi dall’industria cinematografica – scusatemi… [fischi e applausi] e in televisione nelle repliche dei film, e anche con i recenti incontri a Wounded Knee.

 

La tragedia evocata da Piccola Piuma aveva visto l’eccidio di quasi trecento nativi americani di origine Sioux Lakota, massacrati dall’esercito americano (dicembre 1890) presso la cittadina di Wounded Knee in South Dakota: venti dei soldati responsabili furono premiati con medaglia d’onore, e ancora recentemente (2019) una rappresentanza di nativi lakota ha chiesto la revoca di queste “medaglie del disonore”. Proprio su questo argomento Dee Brown (1908-2002) scrisse un libro che fece epoca, Bury My Heart at Wounded Knee, 1970 (Seppellite il mio cuore a Wounded Knee, Mondadori, 1972).

Un testo talmente straziante che chi scrive fece fatica a leggerlo. Qui in poche righe la storia di quel massacro nelle parole di Alce Nero:

 

Non sapevo in quel momento che era la fine di tante cose. Quando guardo indietro, adesso, da questo alto monte della mia vecchiaia, ancora vedo le donne e i bambini massacrati, ammucchiati e sparsi lungo quel burrone e zig zag, come li vidi con i miei occhi da giovane. E posso dire che con loro morì, sulla neve insanguinata, sepolto sotto la tormenta, il sogno di un popolo. Era un grande sogno.

 

Ma di tutto ciò Piccola Piuma non fece in tempo a parlare. E un episodio durato appena sessanta secondi segnò uno dei momenti più significativi e odiosi degli ultimi cinquant’anni nella storia della lotta contro le minoranze.

Sessanta secondi per adattare una lettera di quindici pagine, con passi come questo:

 

Per duecento anni abbiamo detto agli indiani che si battevano per la loro terra, le loro famiglie e il loro diritto di essere liberi “deponete le armi e potremo vivere insieme”. Lo hanno fatto e li abbiamo sterminati. Abbiamo mentito, li abbiamo privati delle loro terre, trasformandoli in mendicanti in una terra che loro hanno amato e che ha dato a loro la vita.

 

John Wayne, sterminatore di pellerossa nella storia del cinema western di Hollywood, venne addirittura trattenuto da sei uomini che gli evitarono di salire sul palco per cacciare l’attivista indiana.

Sacheen rappresentò per il mondo lo specchio di quella società, in minoranza naturalmente, che lotta per il giusto e che viene emarginata in favore dei burattinai del potere: il tutto con l’effetto di una gogna popolare satura di odio e di intolleranza, in un mondo che non si schiera dalla parte di chi abbia ragione, bensì di chi è più forte.

L’effetto risonanza fu altissimo. Un esempio banale per me allora studente di scuola superiore in una città come Casale Monferrato: la nascita di un circolo alternativo che prese il nome di Wounded Knee, proprio l’anno dopo questo fatto, e frequentatissimo in quegli anni da colori che oggi potremmo definire gli antagonisti.

Questo minuto davanti alle telecamere costò alla giovane nativo americana, solo ventisettenne, la fine della carriera cinematografica e l’ira e l’accanimento dei vertici dell’Academy. Quegli stessi che dopo 49 anni l’Academy mostrano ora di cospargersi il capo di cenere recitando il mea culpa. Arrivano le scuse via lettera, ufficiali, scritte per l’evento di quella serata.

Un discorso durato un minuto e che rimane in memoria per quasi cinquant’anni. Come pisciare nell’oceano, e l’ecologia mondiale ti accusa di aver inquinato l’acqua. Le scuse non cancellano i crimini, i misfatti, i soprusi. Questa è la demo(nio)crazia.

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