di Walter Catalano

Ethel Mannin, Lucifero e la bambina, Agenzia Alcatraz, trad. Stefania Renzetti, pp. 448, 16,00 €.

Ethel Mannin, (1900/1984), scrittrice nata in un sobborgo di Londra da famiglia irlandese, è praticamente sconosciuta in Italia. Delle sue oltre cento opere – fra romanzi, autobiografie, libri per bambini, saggi, diari di viaggio – solo il romanzo del 1948 Tardi ti ho amato era stato finora pubblicato nel 1952 da un editore legato all’Arcidiocesi di Milano e all’Azione Cattolica. Titolo ispirato a Sant’Agostino e Bildungsroman kierkegaardiano sul trapasso dalla vita estetica verso la fede da parte di un dandy e giovane intellettuale di successo nella Parigi tra le due guerre, il testo aveva avuto una qualche risonanza perché citato da Jorge Mario Bergoglio come uno dei suoi libri più amati. Per questo motivo Il Corriere della sera lo aveva ripubblicato nel 2014 come primo volume della collana «La biblioteca di Papa Francesco» e Castelvecchi lo aveva riproposto due anni dopo.

Improbabile però che anche il recente recupero da parte di Agenzia Alcatraz nella sua bella collana Bizarre del romanzo uscito nel 1945, Lucifer and the child, possa subire la stessa sorte: dopo l’acqua santa infatti, questa volta tocca al diavolo. Il libro, decisamente eretico, venne ritirato dalla distribuzione in Irlanda alla sua uscita perché ritenuto pericoloso e diseducativo, e non venne mai tradotto all’estero se non dalla Marabout nel 1974, numero 486 della storica collezione belga Marabout Fantastique, diretta da Jean-Baptiste Baronian ed illustrata da Henri Lievens, di cui l’edizione italiana della Alcatraz mantiene la veste grafica, compresa la splendida copertina di Lievens.

La Mannin in realtà non era esattamente una beghina o un’educanda: agnostica; antifascista; anticolonialista; femminista; dichiaratamente bisessuale; socialista militante dell’Independent Labour Party, e, dopo un deludente viaggio nell’URSS di Stalin, anarchica; amica e collaboratrice di Emma Goldman, sulla quale scrisse una delle biografie romanzate più appassionanti, Red Rose; pacifista; antisionista e filopalestinese. Sposata due volte, ebbe almeno due love-affair extraconiugali molto pubblicizzati, con William Butler Yeats e con Bertrand Russell. I suoi modelli letterari furono, per sua stessa ammissione, W. Somerset Maugham e Aldous Huxley. Decisamente una donna interessante, forse troppo: “spirito indomabile e controcorrente lanciato contro le ingiustizie della sua epoca” – come la definisce Max Baroni, in Ethel Mannin, una voce dimenticata, dettagliata introduzione al volume di Alcatraz – tanto acuta la sua intelligenza da ferire come una lama, così che si è preferito, negli anni seguenti alla morte, ringuainarla nell’oblio.

La metafora della strega al rogo, più volte evocata nel romanzo, non è dunque affatto peregrina: Ethel aveva intuito e prefigurato il suo destino letterario.

Il fascino particolare di Lucifero e la bambina, un unicum per prospettiva e atmosfera in tutta la produzione narrativa dell’autrice, consiste nell’essere contemporaneamente romanzo realistico dalla forte carica di denuncia sociale e narrazione fantastica sul soprannaturale stregonesco. I due piani non si escludono a vicenda ma sono complementari, l’ambiguità dell’interpretazione resta intatta fino alla fine: utilizzando le categorie di Todorov sulla letteratura fantastica, potremmo sostenere che la storia si muove tra lo strano e il meraviglioso aderendo al fantastico puro. Fra le molteplici possibilità di lettura del testo c’è anche l’ipotesi che la Mannin abbia prodotto il primo e forse l’unico romanzo gotico marxista mai scritto.

Lo spazio e il tempo della trama sono ben determinati: i sobborghi portuali di Londra lungo il Tamigi, quartieri dove Ethel era nata e che conosceva bene, nel periodo compreso tra i primi anni Trenta ed i bombardamenti nazisti della Battaglia d’Inghilterra del 1940. Altrettanto vividi sono i protagonisti, quasi tutti membri della classe operaia britannica, ritratta fin nei minimi dettagli quotidiani come sempre dignitosa nella sua miseria. Jenny Flower, bambina “problematica” nata la notte di Hallowe’en del 1924 e probabilmente discendente da una famiglia di streghe bruciate sul rogo nel ‘600; Nellie Flower, la madre naturale che la bambina crede essere sua zia, cameriera in un pub, donna attraente e di facili costumi: ha cercato di abortire Jenny, avuta da padre ignoto, ma la pozione preparata da Ma’Beadle, la vecchia strega e indovina del quartiere che inizierà poi la bambina alle arti oscure, non ha avuto effetto e la ragazza ha affidato la piccola alla famiglia del fratello, Joe Flower, scaricatore di porto e uomo inerte e anaffettivo; Ivy, la madre adottiva, avendo avuto solo figli maschi ha accolto a cuore aperto la neonata ma è stata poi delusa da tutti gli affetti: è una donna infelice, imprigionata dalle convenzioni sociali nel suo ruolo di moglie, madre e casalinga e non riesce ad accettare la diversità e la stranezza della piccola che ha adottato e che non corrisponde in niente alle sue amorevoli aspettative di quel che avrebbe dovuto essere una bambina; la giovane maestra Marian Drew, figlia di un parroco di campagna, intelligente e progressista ma in fondo a suo modo controparte piccolo-borghese della matrigna Ivy per Jenny:  usa la dolcezza invece delle botte ma non accetta ugualmente comportamenti che siano sanzionati dalla Chiesa d’Inghilterra o dal suo tendenziale perbenismo. Infine il tenebroso Straniero, che appare alla bambina come l’Uomo con le corna, che la saluta sempre chiamandola “Ciao, strega!” e si ripresenta solo nelle notti delle feste pagane – Hallowe’en (la Mannin non usa mai in questo caso il nome celtico Samhain), 31 ottobre; Imbolc, 2 febbraio, Candelora; Beltane, 1 maggio, Calendimaggio; Lammas, 1 agosto – ha l’aspetto di un misterioso e affascinante marinaio di età indefinibile e dal volto lupesco, ma sostiene elusivamente di essere Lucifero.

Uno dei più evidenti aspetti politici – non sempre in linea con la visione ufficiale della sinistra dell’epoca – sapientemente tratteggiati nelle pagine del romanzo è l’intersezione tra lotta di classe e femminismo: ad esempio le femministe londinesi di classe borghese, colleghe della maestra Marian Drew, hanno un atteggiamento paternalistico verso le operaie che vorrebbero aiutare e sostenere – la Mannin non risparmia loro il suo sarcasmo: “Per la signorina Hawkins e la signorina Pritchett ‘i poveretti’ erano per molti aspetti un vero spasso. Ne parlavano con affettuosa ironia, imitando i loro accenti […] non ne avrebbero mai parlato male, dicevano – ma li trovavano comunque divertenti. ‘Come certe specie di animali in uno zoo’, pensava Marian con rabbia. […] Marian non si faceva illusioni. Era ben consapevole di come, per via del suo ruolo di maestra […] le madri dei bambini la considerassero completamente diversa da loro […] Il massimo che poteva sperare era che l’apprezzassero, che si fidassero di lei e la considerassero un’amica”.

Tutti i personaggi, quelli femminili in particolare, sono tratteggiati sempre con finezza psicologica straordinaria: tra il positivo e il negativo esiste un’infinità di sfumature che rende impossibile assolvere i presunti angeli e condannare i pretesi diavoli. Ognuno ha un ruolo in cui il determinismo sociale lo ha incastonato e un peso assai relativo hanno le inclinazioni personali: Joe Flower, stremato dal lavoro nell’abulia e nell’indifferenza; Nellie Flower, abbandonata al superficiale edonismo della cocotte; Ma’Beadle, confinata al rango marginale di semifolle fattucchiera di periferia; la piccola Jenny Flower, bimba ribelle, che cerca disperatamente di sfuggire al grigio mondo che la circonda attraverso il mito e la magia, attraverso l’incanto oscuro e trasgressivo dello Straniero; la povera Ivy, “donna di casa” che vorrebbe essere soprattutto madre e moglie ed è ignorata dal marito Joe e rifiutata dalla figliastra Jenny; l’angelica Marian, maestra e “assistente sociale”, che cerca invano di aiutare Jenny e perde tardivamente la verginità conoscendo carnalmente lo Straniero senza mai riuscire tuttavia ad amarlo davvero, ma scatena così la spietata e fatale gelosia della piccola strega: “Laggiù nell’oscurità stellata, oltre questo inferno, oltre il tentacolare puttanaio di questa città, le volpi si chiamano l’un l’altra nei boschi di noccioli – chiaro come un flauto il richiamo di accoppiamento dei maschi, e carica di una timorosa pulsione la risposta delle femmine; e l’aria è pulita e fresca, con il fugace odore delle primule…ma ti sei rifiutata di credere nella magia, Marian, Maria, insistendo con le tue etichette, chiedendo un’abiura impossibile, e così rimaniamo separati, ognuno nel proprio inferno…’Oh, tu sei più dolce dell’aria della sera…’, ma se insisti a voler rimanere rigidamente chiusa nella tua moralità protetta dagli angeli, cosa può fare un povero Diavolo ?”.

Anche il femminismo di Ethel Mannin si articola in modo tortuosamente profondo e non convenzionale: la storia di Jenny, strega reale o immaginaria poco importa, è in fondo quella di una giovane donna che rifiuta la Madre – madre carnale Nellie, madre sociale Ivy, madre surrogata Marian, madre stregonica Ma’Beadle – per ritrovare infine il Padre – padre carnale, lo Straniero o padre metafisico, Lucifero. E l’agnizione estrema avverrà all’Inferno, anzi all’inferno: Londra in fiamme sotto i bombardamenti nazisti.

 

 

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