di Franco Pezzini

Colin Wilson, La gabbia di vetro, trad. dall’inglese di Nicola Manuppelli, pp. 272, € 17,50, Carbonio, Milano 2018.

Se una fata buona mi regalasse un weekend da trascorrere in un momento del passato – inteso come passato “storico” e individuato sull’onda del puro gusto, al netto di qualunque altra considerazione – penso che non risalirei a tempi (troppo) lontani. Le lancette ruoterebbero indietro verso metà degli anni Sessanta, puntando oltre la Manica: cioè verso le strade trafficate, la musica, i sogni, le provocazioni e le “nuove” sfide della Swinging London. Immagino che in ciò giochi una dimensione nostalgica legata all’infanzia (per noi figli dell’avvio di quel decennio, per dire, i panorami della TV dei ragazzi erano assai più inglesi che americani, tra casette dai tetto di paglia e scorci di Piccadilly); e canzoni di Beatles e Rolling Stones, film – Hammer e non solo –, moda, pop art, immagini fotografiche rimaste come sul fondo dello sguardo d’una generazione hanno saldato il tutto.

Ma non è neppure necessario tale tipo di affezione personale per apprezzare un peculiare fascino di quell’Inghilterra. Dove troviamo ancora le piccole comunità rurali coi loro ritmi ben poco mutati, il pub, la chiesa, il negozio che vende di tutto e le ombre ambigue dietro le tendine. E insieme una Londra labirintica, euforica e sordida, non esaurita certo in Carnaby Street: una metropoli “moderna” ma fino a un certo punto – e basta arrivare sul fiume, dal cui fango spuntano cadaveri (o parti dei medesimi) come nella migliore tradizione vittoriana. Una capitale che per una breve vertiginosa stagione si sente di nuovo centro del mondo, ma presto tornerà a essere investita dalle crisi del Novecento.

E tutto ciò resta come sotteso, alle spalle di questo delizioso romanzo – The Glass Cage, uscito proprio nel 1966 in cui nasce la definizione Swinging London (sul TIME del 15 aprile) – che un po’ semplificando possiamo definire poliziesco. Certo, vi troviamo richiamati omicidi seriali con smembramento di vittime e c’è un’indagine per scoprirne l’autore; eppure la pista, condotta sul filo di riflessioni che possono risultare (fascinosamente) datate a odierni criminal profiler, non riguarda soltanto l’identità del criminale e le sue motivazioni. Persino più importante è comprendere altro, almeno per l’eccentrico, svagato, impagabile protagonista, il giovane Damon Reade: massimo esperto della poesia di William Blake e solito a una vita isolata nel Lake District, ma ora spinto a Londra per misurarsi su un caso di vita reale da una sfida dell’ambiguo, futuro quasi-suocero. Comprendere altro: e cioè, da un lato, come sia possibile che a perpetrare tali orrori sia qualcuno abbastanza sensibile e profondo da frequentare il mondo poetico di Blake, visto che strofe di lui vengono ritrovate presso i luoghi dei delitti (per questo Reade all’inizio viene consultato dalla polizia) – non solo insomma la ricostruzione di un profilo psicologico, ma la risoluzione di un problema filosofico. E, insieme, come Reade stesso possa rapportarsi alla caccia al criminale e all’enormità della situazione senza perdere umanità: non per buonismo o per far l’anima bella, ma per l’irrinunciabile necessità di non veder soffocata la propria identità profonda. Studioso di Blake ma anche di quel Whitehead che ravvisa nell’universo una realtà fisica e insieme spirituale, il Nostro sceglie dunque anche in questo caso, anche nella fragorosa Londra tanto diversa dal Lake District di capre e solitudini, di lasciarsi interpellare dalla realtà con un approccio di silenzio interiore e una sorta di pietas.

Del resto chi conosca anche solo qualcosa del profilo dell’autore non può stupirsi. Il discusso Colin Wilson, saggista, romanziere e a suo modo filosofo, per tutta la vita ha incalzato ciò che negli anni Sessanta veniva detto l’insolito attraverso piani diversissimi – arte, psicologia, occultismo, criminologia… – proprio nella convinzione che tra quelle pieghe, nel lavoro degli outsider, sia possibile dissodare elementi di un approccio più ricco e visionario alla vita: di qui la costruzione di un sistema filosofico personale che definisce un new existentialism in chiave ottimistica. Già vicino ai “giovani arrabbiati” della scena letteraria inglese (dalle posizioni spesso identificate come di sinistra o anarchiche), ma personalmente proclive a frequentazioni ideologiche anche a destra e molto equivoche – il fascista Oswald Mosley –, Wilson resta una figura irriducibile a etichette continentali. Una vaga supponenza nel modo di tranciare giudizi, la poca accuratezza verso i dati offerti nei saggi, l’ingenuità con cui sembra accogliere i fenomeni “strani” ne hanno fatto deprecare egocentrismo e ignoranza scientifica. Nei fatti il suo impatto sul dibattito culturale inglese degli anni Cinquanta (dall’opera che lo fa conoscere, The Outsider del 1956, che diviene un bestseller) e Sessanta è notevole. Anche se col tempo verrà considerato più un fenomeno bizzarro – dalla fine dei Sixties prende a occuparsi sempre più di occulto – che una significativa voce critica, al di là di un robusto seguito di appassionati.

Il che non toglie nulla alle sue eccellenti capacità di scrittore, specialmente quando riesce a valorizzare il contenuto teorico senza soffocare quello narrativo. E La gabbia di vetro è un esempio del Wilson più scintillante, nonché il romanzo da lui più amato: dove si può concordare con la definizione dell’aletta che lo definisce un “thriller intellettuale [ma, potremmo aggiungere, un thriller dell’interiorità e del rapporto io-mondo] che sviscera con giocosa leggerezza e insaziabile curiosità temi come l’oppressione, la perversione, il superamento dei confini della conoscenza e i risvolti più inquietanti della passione”. E a glossare la definizione di un genere narrativo e rivelare il tipo di chiave risulta illuminante questa definizione, offerta da Reade stesso al perplesso poliziotto Lund:

 

Non riesco a immaginare come la gente possa dare per scontata la vita, c’è ovviamente qualcosa che non va da qualche parte. Ed è una specie di poliziesco in cui non si sa nulla: non si sa quale crimine sia stato commesso o chi sia il colpevole. Si sa solo che c’è qualcosa di sbagliato da qualche parte, e che bisogna tenere gli occhi aperti e continuare a fare due più due.

 

Un romanzo insomma elegantissimo, che può felicemente spiazzare i lettori di oggi. Sia perché, abituati a Patricia Cornwell e all’effetto-autopsia TV da prima serata, trovano qui delitti spaventosi evocati quasi di sfuggita, senza mostrare una sola sequenza grandguignolesca. Sia perché la ricostruzione di un contesto alla luce della criminologia d’epoca e comunque delle teorie di Wilson (il binomio tra delitto & cultura, per dirne una, non sembra oggi tanto paradossale, ma all’epoca è una novità) riesce comunque a non risultare ingenuo.

Quanto all’outsider William Blake, che potrebbe sembrare un mero spunto occasionale – l’autore delle strofe utilizzate dall’assassino, in ipotesi sostituibile con qualunque altro poeta – a ben vedere ha invece un ruolo-chiave. Sia perché il candore visionario del protagonista, pronto ad appostarsi sulle doors of perception per cogliere le risonanze degli eventi, è omologo e profondamente legato a quello di Blake, influenzato dal suo pensiero e idealmente alla sua scuola. Sia perché è un po’ tutta quell’Inghilterra tra rivoluzione sessuale e ridefinizione spirituale, tra febbri dell’immaginario e osmosi pop di arti e discipline diverse, a porsi idealmente all’ascolto del poeta-profeta libertario riscoperto dalla controculture degli anni Cinquanta-Sessanta.

Divertente e divertito (l’avvio insieme candido e malizioso in cui Damon si mette con una minorenne richiama proprio a una certa effervescenza d’epoca in cui i giovani oltretutto acquisivano un nuovo ruolo come interlocutori sociali e di target), ricco di dialoghi godibilissimi, narrativamente ricco e dotato di un finale provocatorio che sarebbe un crimine spoilerare, La gabbia di vetro restituisce la delizia di un mondo ormai consegnato al baule dei ricordi e insieme qualche spunto di riflessione. Se la vita somiglia davvero a un poliziesco (e tante volte ne abbiamo il sospetto), è imperativo “tenere gli occhi aperti e continuare a fare due più due”.

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