di Gimmi (testo) e Stefano Morrone (foto)

La Merced México Stefano Morrone (15) (Small)Per qualsiasi abitante di Città del Messico La Merced è sinonimo di commercio. Insieme al quartiere gemello di Tepito, situato non lontano nella parte settentrionale del centro, La Merced è il cuore commerciale della città, e costituisce un’intera fetta urbana dedita al commercio e allo scambio, dove è possibile reperire beni e servizi di ogni genere e tipo. Si tratta di un’area importante del centro storico che copre circa un chilometro quadrato e contiene il 40% degli edifici antichi e significativi del centro. La Merced fu il cuore della Città del Messico azteca, Tenochtitlan: la leggenda vuole che la graziosa piazzetta del quartiere che oggi tutti i capitolini conoscono come Plaza del Aguilita fu il luogo del mito fondativo della città preispanica. Prima di diventare il nodo commerciale che conosciamo oggi, La Merced fu il risultato e la sintesi di altri mercati che precedentemente popolavano la zona: quello di Tlatelolco in epoca precolombiana, e i mercati del Pariàn e del Volador successivamente con l’arrivo degli spagnoli. L’area commerciale attuale inizia la sua storia nel 1957 quando il governo inaugura le grandi “navi” che ancora oggi sono parte degli undici mercati pubblici coperti che, insieme a migliaia di commercianti informali che occupano pressoché tutte le strade adiacenti, costituiscono l’arcipelago de La Merced. Nei mercati de La Merced le stagioni non sono dettate dal clima, ma dai prodotti stagionali che vi si possono trovare offerti, ovvero ai prodotti venduti prima delle festività o di eventi particolari: uniformi scolastiche e materiali per la scuola ad agosto, decorazioni, zucche e teschi di ogni forgia per il periodo della festività dei morti, addobbi natalizi e pignatte a dicembre, oggetti dedicati a San Valentino a febbraio, simulacri religiosi e cibi tipici per la Settimana Santa e così via.

La Merced México Stefano Morrone (5) (Small)La Merced fa parte di quella bazaar economy composta da 329 mercati pubblici coperti e 1303 mercati all’aperto, detti “tianguis”, di Città del Messico che rappresentano la principale fonte di approvvigionamento della metropoli. Si calcola che siano presenti in tutta La Merced più di otto mila intestatari di posti fissi di commercio nei mercati al coperto e nei corridoi commerciali e altrettanti commercianti informali nelle strade adiacenti. I dati forniti dal “Fideicomiso del Centro Historico de la Ciudad de México” calcolano un’affluenza giornaliera ai mercati de La Merced di 250mila persone durante la settimana, 500mila il venerdì e tra le 750mila e il milione di persone durante il sabato, giorno di massimo afflusso al mercato.

Nel corso degli anni, la crescita del commercio a La Merced e l’aggravarsi dei problemi legati alla viabilità nel centro cittadino, all’accesso ai mercati e alla logistica spinsero il governo di Città del Messico a costruire un nuovo mercato ortofrutticolo all’ingrosso per la metropoli, che fino a quel momento era costituito da La Merced. Così nel 1982 venne inaugurata nella periferia orientale della delegazione Iztapalapa la Central de Abasto, con il tentativo di spostare il commercio all’ingrosso lontano dal centro cittadino. Nonostante la costruzione della Central de Abasto avesse un impatto negativo sul quartiere, svuotandolo inizialmente di parte dei commerci e lasciandolo all’abbandono, col passare del tempo La Merced non perse comunque la sua importanza, continuando ad essere tutt’oggi uno dei mercati più estesi dell’intera America Latina, né perse le migliaia di ambulanti e commercianti informali che continuano a popolare l’area.

La Merced México Stefano Morrone (7) (Small)Il successo della sua storia è anche dovuto a una grande varietà di migrazioni che per motivi innanzitutto commerciali hanno interessato la zona. Dapprima, a cavallo tra XIX e XX secolo, furono soprattutto i commercianti libanesi, armeni, ebrei e spagnoli a insediarsi alla Merced, aprendo proprie botteghe e negozi. Anche le migrazioni interne hanno favorito non poco la crescita del quartiere: tante e diverse etnie indigene messicane, tra cui triquis, mazahuas e purépechas, hanno contribuito a rendere La Merced uno dei quartieri più ricchi per quanto riguarda la diversità culturale e la salvaguardia delle tradizioni degli indigeni a Città del Messico: tra i meandri dei suoi mercati non è raro che vengano offerti cibi e piatti preispanici, come tamales di pesce, uova di mosca o interiora di pollo fritte. Ancora oggi La Merced è il bacino di accoglienza per chi si sposta dalla campagna alla città, offrendo facili opportunità di lavoro e sistemazioni a buon prezzo negli alberghi economici o nelle decadenti vecindades della zona. Anche per questo motivo è considerato uno dei quartieri popolari per eccellenza della capitale messicana, laboratorio sociale dotato di una vitalità unica e difficilmente riscontrabile in altre zone della città: giorno dopo giorno non smette di essere un quartiere che cerca sempre nuove opportunità e che offre nuovi orizzonti di possibilità a chi ne ha bisogno.

Alla Merced non smettono di riprodursi codici e valori sociali basati sulla solidarietà, sul mutuo soccorso e sulla fiducia. Tra i tanti mestieri che continuano a rigenerarsi, ce ne sono alcuni tradizionali che segnano in modo particolare l’identità del barrio: tra questi spicca il “diablero”, ovvero il trasportatore di mercanzia per mezzo di un carrello a due ruote, indispensabile per muoversi nei meandri del mercato dove non c’è spazio per un altro mezzo che non sia il piccolo carretto merci, chiamato appunto “diablo” per l’impugnatura che ricorda le corna del diavolo. I diableros, diretti eredi del mestiere del tameme, il caricatore indio dell’epoca azteca che trasportava sulle proprie spalle la mercanzia per conto dei commercianti, sono perlopiù lavoratori stagionali, giovani che provengono dalle campagne in cerca di denaro durante i periodi di inattività agricola, spesso originari delle zone rurali povere del sud messicano, degli stati di Oaxaca e Chiapas soprattutto.

Lavorano instancabilmente e rappresentano il proletariato messicano nella sua forma più cruda: non sono proprietari di niente, tanto meno del carretto merci che affittano quotidianamente, se non della propria forza lavoro, e stazionano in vari punti del mercato aspettando un cliente che ne richieda l’impiego. Non hanno garanzie né tutele di alcun tipo, lavorano in nero e sono costantemente soggetti all’estorsione da parte della polizia, che impone loro un prezzo per continuare a svolgere il proprio lavoro in quanto occupano senza permesso la via pubblica; non avendo casa, chiedono la possibilità di dormire in qualche bottega o magazzino, spesso e volentieri coricarti sopra lo stesso “diablo” che prendono in affitto. In generale La Merced, per le caratteristiche socioeconomiche che la marcano, si configura sotto diversi punti di vista come uno spazio tipicamente marginale nella città, che negli ultimi decenni non ha potuto godere dei privilegi e dell’attenzione concessa ad altre zone del centro storico di Città del Messico.

La Merced México Stefano Morrone (19) (Small)Al contrario, è una zona dimenticata dalle politiche pubbliche, trascurata, disprezzata e per questo fortemente stigmatizzata nei media e nell’opinione pubblica come un quartiere pericoloso, violento, sporco e poco attrattivo. La strategia politica seguita negli ultimi decenni dal governo di Città del Messico nei riguardi de La Merced portò a una frammentazione del barrio e a una chiara differenziazione socioeconomica tra la zona del quartiere antico del perimetro “A” del centro storico e la zona dei mercati. L’applicazione di tali politiche urbane, insieme alla inaugurazione della Central de Abasto nel 1982, si tradussero in un pressoché totale disinteresse delle istituzioni della zona mercatale de La Merced. Questa fase di progressivo abbandono, di degradazione dei servizi e delle infrastrutture, accompagnata da una campagna mediatica di stigmatizzazione del quartiere, funge secondo l’opinione di diversi accademici messicani da apripista per i processi di gentrificatión, o stratificazione sociale, e da legittimazione per la trasformazione della zona. Come era già avvenuto nei primi anni 2000 per l’area del centro storico attorno alla piazza principale, lo Zócalo, di fronte a un’area presentata come pericolosa, con gravi problemi legati alla sicurezza e all’igiene, si sviluppa un discorso revanscista da parte delle istituzioni che si traduce in una volontà di riscatto quasi messianico di fronte al degrado della zona.

Lo stesso lessico utilizzato nei programmi di trasformazione urbana riflette tale atteggiamento: si inizia infatti a parlare di “riscatto”, “recupero”, “rivitalizzazione” de La Merced, come si trattasse di un corpo malato che ha bisogno di cure, o, ancora peggio, come di un cancro che va rimosso in quanto impedisce lo sviluppo turistico e commerciale. L’uso di tali termini cela una violenza simbolica contro le forme di abitare e gli usi dello spazio pubblico delle classi popolari, considerate non troppo velatamente responsabili dei problemi e del mancato sviluppo socioeconomico del quartiere: i poveri di Città del Messico vengono considerati come forza residuale e minacciosa, colpevoli dei limiti al progresso urbano che insegue la città neoliberale.

Molto spesso è il commercio informale a fungere da capro espiatorio, considerato simbolo del degrado, minaccia che tiene in ostaggio le strade e impedisce la viabilità pubblica. In tale contesto, alcuni tragici eventi avvenuti a La Merced creano un senso di allarme che legittima l’intervento pubblico su un piano emergenziale. Nella notte del 27 febbraio del 2013 scoppia un grande incendio dentro alla Nave Mayor de La Merced, che ne distrugge e rende inagibile circa otto mila metri quadri, fortunatamente senza causare nessuna vittima, ma costringendo circa quattrocento commercianti a dover lasciare i propri locali e ad aggiungersi al commercio ambulante nelle strade. Le cause, in realtà tutt’ora sconosciute, vengono associate alle pessime condizioni degli impianti elettrici ed in generale alla scarsa cura con cui commercianti tengono i propri spazi.

La Merced México Stefano Morrone (4) (Small)Il tragico incendio del febbraio 2013 porta La Merced alla ribalta nel dibattito pubblico mediatico a Città del Messico: l’obsolescenza delle strutture e il caos del commercio vengono additati come responsabili dei problemi della zona e La Merced diventa sinonimo di allarme sociale, di situazione di emergenza da risolvere il prima possibile, di bomba pronta ad esplodere. A pochi mesi dall’incendio della Nave Mayor, nell’autunno 2013, il governo della capitale crea il “Consiglio consultivo per il recupero integrale de La Merced” che a sua volta convoca nell’ottobre del 2013 il “Concorso per il progetto preliminare concettuale per il Piano Maestro”, invitando a gruppi interdisciplinari a presentare idee e progetti che orientino lo sviluppo urbano, sociale ed economico nei due cento venticinque ettari che comprende il poligono d’intervento proposto. A tempi record, il 16 dicembre del 2013, vengono comunicati i risultati del concorso pubblico: a vincere il primo posto per il “Plan Maestro de Rescate Integral de La Merced” è il progetto coordinato dai due architetti Carlos Marín e José Muñoz Villers presentato a nome dell’agenzia di studi e analisi metropolitani “Team730”.

Il Plan Maestro,[1] suddiviso in tre fasi temporali dal 2014 al 2030, è sulla carta estremamente ambizioso e complesso. A grandi linee vengono esplicitati gli obiettivi generici da seguire: “fare del mercato un oggetto di rivitalizzazione urbana; seguire un modello sostenibile, ottenendo un equilibrio ambientale; riconnettere il mercato con i quartieri adiacenti; migliorare l’immagine, la mobilità, la sicurezza e il funzionamento del mercato; valorizzare il patrimonio storico e architettonico de La Merced; spingere la crescita economica; incentivare il turismo”.

La Merced México Stefano Morrone (3) (Small)Fondamentalmente il progetto si traduce in pratica nella pedonalizzazione di alcune aree, lo sgombero di gran parte degli insediamenti del commercio informale, la dotazione di un nuovo arredo urbano, con aree verdi, impianti fotovoltaici e illuminazione al led, la riorganizzazione dei trasporti nella zona, l’omologazione estetica dei mercati, la ristrutturazione degli edifici decadenti e l’apertura al mercato immobiliare, la creazione di un centro gastronomico e la costruzione di una nuova imponente piazza nel cuore de La Merced con un enorme parcheggio sotterraneo. Di fronte al plastico presentato pubblicamente a fine del 2013 alla stampa, ciò che preoccupa di più i commercianti de La Merced è la scomparsa di alcune importanti aree commerciali come Plaza Merced 2000, con i suoi quasi novecento proprietari di locali, e parte del mercato di San Ciprián, oltre all’intenzione latente di combattere sempre il commercio informale ambulante e semi-fisso.

A partire dal gennaio del 2014, a cose già fatte, il governo organizza dei Fori Pubblici di discussione e informazione sul progetto di trasformazione de La Merced, di cui i suoi abitanti avevano avuto informazioni finora solo tramite la stampa: nei Fori inizia a manifestarsi parecchia tensione, i commercianti si rendono conto della poca trasparenza del progetto, non ottengono risposte che non siano evasive da parte delle autorità presenti, capiscono che la propria presenza sia solo utilizzata come fonte di legittimazione per il Plan e che in realtà nessuno voglia prendere in considerazione le vere esigenze del quartiere e dei suoi abitanti. Parallelamente il governo di Mancera commissiona al Programma Universitario di Studi sulla Città (PUEC) della UNAM cinque di studi diagnostici sull’area di intervento del programma inerenti a diversi aspetti socioeconomici e logistici. Ciò che stride è che gli studi diagnostici vengano commissionati e realizzati solo dopo aver già eletto il progetto vincente per il Plan Maestro.

La Merced México Stefano Morrone (2) (Small)Tali studi di norma dovrebbero essere valutativi e preliminari a qualsiasi tipo di intervento, ma in questo caso l’iter segue il percorso inverso. Parlando con vari commercianti de La Merced, sorge il dubbio che aver interpellato l’accademia solo a posteriori indichi la mera volontà di legittimare l’intervento governativo senza davvero voler investigare le necessità sociali e le carenze strutturali presenti La Merced. Negli anni seguenti, fino ad oggi, ciò che resta chiaro del Plan Maestro è il grande clima di incertezza che regna sul futuro de La Merced. Il Plan sembra tutt’ora fermo, finora gli interventi nella zona si sono concentrati nei lavori di riqualificazione della Corregidora, arteria del centro che connette lo Zocalo con la camera dei deputati, e con il relativo sgombero del commercio informale che la popolava. Non c’è ancora stata la volontà e la capacità politica di restituire a commercianti vittime dell’incendio del 2013 i propri locali di Nave Mayor, edificata in soli nove mesi, ma ancora vergognosamente inagibile a quattro anni dal sinistro. Ciò che è certo, è che per trasformare i mercati de La Merced in un polo gastronomico attrattivo per il turismo e competitivo con i grandi poli commerciali moderni, e per rendere il barrio appetibile per gli investimenti privati e le speculazioni immobiliari, il governo di Città del Messico dovrà prima fare i conti con le migliaia di commercianti e di abitanti che popolano La Merced, e che la rendono unica in quanto a salvaguardia delle tradizioni, permettendole di essere un quartiere sempre pronto ad offrire nuovi orizzonti di possibilità alla sua gente, che ha tutta l’intenzione di rimanerci.

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Documentario “Permanecer en la Merced” del collettivo Left Hand Rotation (2015): VIMEO LINK

Bigliografia in spagnolo sul Plan Maestro e gentrification nel centro di Città del Messico: LINK 

[1]Le informazioni qui riportate sul Plan Maestro sono riprese dal libro: “Distrito Merced: 100 visiones para La Merced” (2014), SEDECO-Messico.

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