di Mauro Baldrati

Legge_mercatoTutti si sono impegnati a fondo: regista, sceneggiatore, direttore della fotografia, costumista, operatore, attori, tutti hanno dato il meglio per realizzare un film triste, deprimente, antiestetico. Forse possiamo parlare proprio di un’estetica dell’antiestetica, di una bruttezza che diventa in sé bellezza, un po’ come la ricerca baudelairiana del triste, dello sgradevole, del beat, che diventa un territorio maledetto di piacere. Però anche noi dobbiamo impegnarci a fondo per imprimere un’accelerazione verso una forma di denuncia sociale non rivoluzionaria, ma debilitante, che parte dallo stile, dalla modalità del racconto. Dobbiamo volerlo. Dobbiamo cercare dei simboli, delle metafore. Dobbiamo accettare la disperazione, o forse la rassegnazione, dei personaggi. In altre parole, cercare con tenacia una forma di riscatto di un’opera che ci avvolge in una cappa opprimente, soffocante.
Per dire, una certa recitazione depressiva, sostenuta da un ritmo asmatico, potrebbe evocare la prima stagione di True Detective. O persino il nostro Non essere cattivo. Ma dov’è l’energia del crimine? Qui è tutto imploso, ingrigito, de-individualizzato. Per esempio la scena del ballo: è la più tremenda di tutto il film. Il disoccupato Thierry, dopo i colloqui di lavoro squalificanti e masochisti (un masochismo coatto, va detto), lo vediamo a un “corso” (termine alquanto altisonante) di ballo: in una luce che più squallida non si può una serie di persone che sono la negazione di qualsiasi estetica cinematografica tentano di ballare incalzati da un “maestro” che ripete in maniera ossessiva, autistica, “uno-due-tre-quattro”, mentre una musica che esce da una specie di radiolina afona suona qualche ritmo senza storia. Il nostro Thierry, che ha sempre la stessa faccia dall’inizio alla fine, non scambia una sola parola, né un sorriso (ma non risulta che compaia mai un sorriso da parte di nessuno in tutto il film) con la sua partner. Inoltre è una scena che dura almeno il doppio rispetto alla lunghezza massima accettabile di qualunque film di qualunque genere, a parte, forse, i combattimenti di arti marziali dei film coreani o tailandesi. Poi, quando Thierry, la moglie, e il figlio portatore di handicap, a casa fanno una specie di balletto insieme, in una scena senza gioia alcuna, lo spettatore strabuzza gli occhi perché teme di sprofondare in un altro incubo.

Poi Thierry, che ha cinquant’anni, finalmente riesce a trovare un lavoro: addetto alla sicurezza in un grande supermercato. Deve vigilare sui taccheggi, dei clienti ma anche delle cassiere, perché il progetto dell’amministrazione è, tanto per cambiare, ridurre il personale, e quindi beccare sul fatto qualche cassiera per cacciarla. Così, in una serie di riprese incredibilmente stranianti, con una sorta di telecamera fissa puntata male, scalena, che spesso non inquadra il soggetto al centro del fatto ma la nuca di Thierry o della sua collega, vediamo sfilare pensionati senza un soldo che rubano un po’ di carne, giovani che cercano di traccheggiare, e due cassiere che hanno “rubato”: una si intascava i buoni sconto dei clienti invece di buttarli nel cestino, l’altra riciclava addirittura i punti delle spese dei clienti sprovvisti della carta fedeltà, passando la propria. Il tutto alternato con le riprese delle telecamere del supermercato, gelide, disaggregate, in un bianco e nero desertico.

Il finale, politicamente corretto, non ha nulla di epico. E’ un fatto, come ogni scena o episodio del film. Che altro poteva fare Thierry?

Tutto il film è un fatto. E’ un segmento, sopra al quale si sviluppano degli episodi, e si descrive una porzione di mondo in un dato periodo, senza un inizio né una fine. Cioè non si sa come né quando tutto è cominciato. Trovare per forza un j’accuse alla nostra svolta epocale capitalista, con lo svilimento di qualsiasi energia vitale, prosciugata, vampirizzata dalla crisi economica, è possibile, ma arbitrario. Potrebbe essere nello stile: la fotografia è poverissima, piatta, coi contrasti slavati; i colori sono smorti, le inquadrature saltellanti, fuori centro, persino disperanti quando si ostinano a focalizzarsi su dettagli insignificanti, per molti secondi.

Ma dove può essere il significante? Estinto, nella società della crisi, della povertà e della tristezza? Della morte del colore?
E’ forse un film brutto? O bello? Oppure rappresentativo, emblematico?

Noi non troviamo risposta alcuna, se non opponendo un netto rifiuto a qualsiasi identificazione coi personaggi, gli ambienti, e i suoni. Non troviamo una giustificazione. Non accettiamo lo stile. Forse perché, in fondo, ci fanno paura.