di Alexik

[A questo link il capitolo precedente.]

2Doveva essere febbrile, in quell’autunno caldo, l’attività di via Giacosa, sede torinese dei così detti “Servizi Generali” della Fiat.

C’era molto lavoro: analizzare i rapporti delle spie di reparto infiltrate fra gli operai, interrogare i vicini di casa dei soggetti da sorvegliare, ma anche i parroci, i negozianti del quartiere, le portinaie, i messi comunali. Bisognava annotare le opinioni politiche, l’appartenenza sindacale, le frequentazioni, l’osservanza religiosa, le abitudini private e sessuali, non solo degli operai Fiat e degli aspiranti tali, ma anche dei loro familiari, e poi di politici della sinistra, sindacalisti, giornalisti. Occorreva stilare le liste dei proscritti, o al contrario, quelle dei fascisti da preferire nelle assunzioni.

Il tutto in mezzo al via vai dei fattorini, impegnati a portare in Questura e alla Caserma dei CC i pacchi di schede già intestate con i nominativi da ‘attenzionare’. Gli agenti e funzionari dell’ordine pubblico le avrebbero riempite con solerzia riversandovi il contenuto degli archivi polizieschi.

Insomma, in via Giacosa l’attività ferveva, soprattutto in quegli anni turbolenti. Anni in cui i cortei interni raccoglievano migliaia di operai e la fabbrica risuonava del rumore dei tamburi. Al loro arrivo tacevano le macchine, si fermavano i forni, le frese, le saldatrici. “Agnelli, l’Indocina ce l’hai in officina” gridavano gli operai, e i capi scappavano, scappavano1. La produzione crollava sotto i colpi del gatto selvaggio.

1969 Assemblea a Mirafiori.

1969 Assemblea a Mirafiori

Probabilmente l’unico reparto che ancora funzionava a pieno ritmo era proprio quello dei ‘Servizi Generali’.

La produttività dell’ufficio era triplicata rispetto agli anni ’50, quando si concentrava sulla persecuzione dei comunisti, degli ex partigiani e dei membri delle Commissioni Interne da avviare al licenziamento o ai reparti confino.

L’immigrazione dal sud e l’emergere dell’operaio massa avevano ampliato il campo di indagine a dismisura: dalle 203.422 schedature del periodo 1946-66 si era passati alle 150.655 nel solo quadriennio ’67-’71, portando la media annuale da 12.000 a 37.500. Fino a quando nell’agosto ’71 un incidente di percorso2 permise l’irruzione di Raffaele Guariniello nei locali di via Giacosa. Davanti al giovane pretore si stagliò un immenso archivio.

Il 13 novembre di quell’anno il Teatro Alfieri non riusciva a contenere la gente. L’assemblea dal titolo “La città deve sapere”, indetta dai sindacati, traboccava di pubblico. Al tavolo della presidenza, l’avvocato Bianca Guidetti Serra.

Sul palco si alternavano gli interventi degli operai, molti di quegli 812 licenziati per rappresaglia politico/sindacale3 dagli stabilimenti torinesi degli Agnelli. A un militante di Lotta Continua il compito di fare i nomi e i numeri dello spionaggio e della corruzione. Ciò che colpiva non era solo l’entità dell’opera di schedatura, ma la natura degli informatori: in pratica al soldo del servizio informativo della Fiat risultava l’intero apparato repressivo di Torino4.

Cariche davanti a Mirafiori.

Cariche davanti a Mirafiori.

Il dossier di LC denunciava quasi tutti i questori della città dal ’53 in poi, compreso Marcello Guida, già tristemente noto per le cariche di Corso Traiano, e che sarebbe poi assurto a peggior gloria come questore di Milano nel giorno della defenestrazione di Pinelli5.

Guida, denunciava LC, riceveva dalla Fiat circa un milione all’anno. I più pagati risultavano Ermanno Bessone e Aldo Romano, rispettivamente capo e commissario dell’Ufficio Politico della Questura, con cifre aggiuntive allo stipendio pubblico che andavano dalle 250.000 alle 400.000 lire mensili (ai tempi in cui un salario operaio era di 120.000).  Più scarna la busta paga mensile del tenente colonnello Enrico Stettermajer, capo del nucleo speciale dei CC di Torino e referente del S.I.D., che raggiungeva le 150.000 lire. E poi c’erano il Colonnello dei CC (altro appartente al S.I.D.) Alessandro Astolfi, e il capo gabinetto della Questura dott. Stabile.

L’archivio dei loro uffici era a completa disposizione del committente, così come altri servigi: Stettermajer era indicato da Lotta Continua come l’artefice di montature contro i propri militanti, Astolfi come mandante dell’infiltrato in LC Salvatore Cieri6, mentre di Bessone e Romano si sottolineava l’accanimento nel guidare le cariche durante i cortei ed ordinare gli arresti7. Fra le causali dei versamenti delle loro provvigioni, i contabili della Fiat annotavano le formule “aiuto durante uno sciopero“, “aiuto durante una manifestazione“. L’ ‘aiuto’ consisteva nella a violenza poliziesca contro gli scioperanti.

Oltre ai dirigenti, la Fiat beneficiava anche la a truppa, con 150 stipendi extra per agenti e funzionari dell’ordine pubblico, che collaboravano in perfetta osmosi con lo staff dei ‘Servizi Generali’, composto in maggioranza da ex poliziotti, ex militari ed ex CC.  Lo stesso Cellerino, dirigente dei “Servizi Generali”,  era stato per 18 anni a capo del nucleo Sios Aeronautica, dipendente dal S.I.D.

Ermanno Bessone dirige la piazza

Aldo Romano durante una manifestazione.

L’azienda non tralasciava inoltre di sovvenzionare gli uffici di polizia e carabinieri pagandone le manutenzioni, fornendo la cancelleria, e le bevande calde alle guardie impegnate contro i picchetti operai. Infine, la Fiat omaggiava la sua rete informativa con migliaia di benefit da quattro soldi – cioccolatini, bottiglie di Cinzano, profumi, orologi e regalucci – che venivano inviati per le festività a migliaia di carabinieri, poliziotti, vigili urbani, questori di altre città, ufficiali e sottoufficiali di Esercito, Aeronautica e Servizi, dipendenti dei Ministeri, dei Comuni, delle Prefetture e tribunali, dell’ACI e Motorizzazione Civile. A tutti i magistrati era assicurato uno sconto sull’acquisto dell’auto.

Questa immensa opera di corruzione andò a processo, ma non a Torino, per evitare, disse il procuratore generale, la reazione delle “masse operaie che presumono, a torto o a ragione, di essere controllate nella loro vita privata da organi del patronato in collusione con le forze di polizia”. “Non di minore rilievo assume il fatto che dovrebbe essere incriminato un imponente numero di appartenenti al corpo di PS e all’Arma dei Carabinieri, quasi tutti svolgenti compiti di polizia giudiziaria e pertanto necessari e costanti collaboratori della magistratura torinese”.8

Il procedimento venne dunque spostato a Napoli per ‘legittima suspicione’, a debita distanza dalle parti lese. Se ne abbiamo notizia, nonostante la congiura del silenzio a cui aderì la quasi totalità della stampa italiana, è grazie anche agli avvocati di parte civile Pier Claudio Costanzo e Bianca Guidetti Serra.

Le schedature FiatNon fu facile neanche per loro intervenire nel processo. L’accesso agli atti era protetto da un rigidissimo segreto istruttorio che impediva, di fatto, la costituzione di parte civile degli operai licenziati per rappresaglia, perché non avendo accesso alle schede, essi non potevano dimostrare di essere stati schedati e che da tale schedatura fosse derivato il licenziamento politico. Ma per la prima volta nella storia Costanzo e Guidetti Serra riuscirono a far passare la costituzione di parte civile delle forze sindacali come rappresentanza collettiva.

Per più di quaranta udienze gli avvocati di parte civile si alternarono, percorrendo chilometri e chilometri nel lungo viaggio da Torino a Napoli e ritorno, senza avere certo a disposizione gli aerei privati della Fiat, come avevano i colleghi difensori. Si scontrarono con i tentativi di insabbiamento, con i mille ostacoli burocratici e rinvii, e finanche con il segreto politico militare apposto su una parte degli atti.

Arrivarono a sentenza nel febbraio del 1978, con trentasei condannati per corruzione e violazione del segreto d’ufficio, tra cui cinque dirigenti Fiat e un alto dirigente della Questura. “Pene estinte dalla prescrizione dopo le attenuanti concesse in sede di appello l’anno successivo. I reati più lievi erano già stati cancellati dall’amnistia, e nessun imputato venne seriamente danneggiato dal processo. Tutti restarono al loro posto, salvo alcuni pubblici ufficiali trasferiti ad altre sedi in ruoli equivalenti…. Ma non era questo che ci interessava” – scrisse Bianca Guidetti Serra – “l’importante, invece, è che si fosse svolto il processo come momento di verità“.9

Bianca raccolse questo momento di verità in un libro, che come il processo, ebbe un iter egualmente travagliato. ‘Le schedature in Fiat’, scritto per Einaudi, venne infatti stampato ma, all’ultimo momento e per ragioni ignote, mai messo in distribuzione. Per vederlo in libreria, l’autrice dovette rivolgersi a un altro editore.

Il processo alla Fiat non fu l’unica occasione in cui l’avvocato Guidetti Serra si trovò a combattere per la giustizia in fabbrica. Fu infatti tra i primi legali ad occuparsi del tema delle nocività, sostenendo le parti civili contro l’Ipca di Ciriè in una causa pilota nata dalla caparbietà di due lavoratori.

IpcaL’Industria Piemontese dei Colori di Anilina, proprietà delle famiglie Ghisotti e Rodano, era attiva dal 1922 per la produzione di pigmenti a base di ammine aromatiche, potenti cancerogeni vescicali, la cui pericolosità era stata descritta fin dal 1895 dal chirurgo tedesco Ludwig Rehn. Nocività note, dunque, già dalla fondazione dell’Ipca, ma non per questo i padroni adottarono provvedimenti. “I Ghisotti di tutto questo non se ne dettero per inteso. La loro fabbrica continuò a lavorare come prima, gli operai erano a mani nude, senza tute, senza maschere. Polvere e colori impregnavano i loro corpi, avvelenavano le loro vite”.10

Nel ’56 la Camera del Lavoro di Torino descriveva la fabbrica in questo modo: “L’ambiente è altamente nocivo, i reparti di lavorazione sono in pessime condizioni e rendono estremamente gravose le condizione stesse del lavoro. I lavoratori vengono trasformati in autentiche maschere irriconoscibili. Sui loro volti si posa una pasta multicolore, vischiosa, con colori nauseabondi e, a lungo andare, la stessa epidermide assume disgustose colorazioni dove si aggiungono irritazioni esterne”.

Ipca di Cirié.

Ipca di Cirié.

Non si durava molto là dentro: “Ho 44 anni. Sono sposato e ho un figlio di tre anni. All’Ipca ci sono stato dal 1960 al 1962. Lavoravo nel magazzino delle materie prime. Per non sentirci male, ogni tanto scappavamo fuori a prenderci un po’ di fiato. L’anno scorso, a distanza di 15 anni da quando sono uscito da quell’inferno, ho incominciato a orinare sangue.11

Intervistato sulle condizioni in fabbrica, Silvio Ghisotti rispondeva al giornalista: “Lei mi insegna, che nulla è più dannoso per un’industria che gettar via soldi inutilmente”. Parole di uno che sente di non aver nulla da temere. Non dal Comune di Ciriè, che nel ’67 cazziò violentemente gli operai che avevano chiesto aiuto al gruppo consiliare del PCI. Non dalla Provincia, che smarrì distrattamente la denuncia inviatale dalla Commissione Interna. Non dall’Inail, né dall’Ispettorato del Lavoro, che negò di aver mai fatto controlli, a fronte di più di un centinaio di morti. Né dal medico di fabbrica, che prescriveva agli operai che pisciavano rosso di bere meno vino e più latte. In compenso l’Istituto di Medicina del Lavoro dell’Università di Torino, pubblicò un ricerca allarmante sui tumori all’Ipca … ma senza dire, per ‘riservatezza’, il nome della fabbrica.12

Gli operai capirono che dovevano fare da soli. Nel 1968 due di loro, Albino Stella e Benito Franza si licenziarono. Per qualche anno girarono tutti i cimiteri della zona, annotando i nomi dei compagni morti. Ne trovarono 134, e decisero che erano abbastanza.

La fabbrica del cancroDovevano sbrigarsi a fare denuncia: anche loro erano dei “pissabrut“, dei “pisciarosso”, come venivano chiamati i condannati dell’Ipca. La loro inchiesta fu alla base dell’apertura del processo, che riguardò 37 casi di morte avvenuta e 27 di grave malattia in corso.  Tutti gli altri omicidi erano andati in prescrizione, o amnistiati.

Benito Franza non arrivò alla sentenza, ma fece in tempo a lasciare testimonianza : “Mi sono impiegato all’Ipca, come primo lavoro, nel 1951. Ero addetto alla produzione di betanaftilamina, e usavo materiali che mi hanno fatto venire, come ho saputo 15 anni dopo, il cancro alla vescica. Lavoravo in questo modo: con una paletta a manico corto prelevavo il beta naftolo in polvere e caricavo così, insieme ad altri elementi, un’autoclave…. La miscela bollente entrava a contatto con l’aria e sollevava una gran nube di vapore velenoso che passava in tutti i reparti, e che veniva respirato da tutti gli operai…”.

E testimoniarono anche altri: “Gli operai usano tute di lana (che si procurano in proprio perché il padrone non fornisce niente) in quanto la lana è l’unico tessuto che assorbe gli acidi senza bruciarsi… anche i piedi li avvolgevamo in stracci di lana, e portavamo tutti zoccoli di legno, altrimenti con le scarpe normali ci ustionavamo i piedi. I topi che entravano morivano con le zampe in cancrena. I topi non portano zoccoli“.

Sulle mie lenzuola e sul cuscino conservo ancora l’impronta del corpo di mio marito. Infatti, pur lavandosi e facendosi il bagno prima di coricarsi, la notte tutti quei colori che aveva in corpo uscivano, trapassavano il pigiama e le lenzuola rimanevano impregnate… Dormendogli accanto, sentivo un forte odore acido emanato dal suo respiro...”

Ipca di Ciriè

Ipca di Ciriè.

“Il medico mi chiedeva solo se mangiavo, se fumavo, se bevevo … Una volta che sono svenuto mi ha misurato la pressione, e siccome era bassa, invece di avvertirmi che era colpa dell’ammoniaca, mi ha detto solo di mangiare di più...”13

Durante la prima udienza – ricorda Bianca Guidetti Serra – il pubblico era così folto che si dovette cambiare aula. Venne accolta per la prima volta (e fece precedente) la costituzione del sindacato come parte civile in una causa per omicidi bianchi, e solo poche famiglie accettarono il risarcimento offerto dai Ghisotti per chiudere il contenzioso. La maggior parte resto’ dentro il processo. Spesero molto, i Ghisotti, negli onorari dei principi del foro, nelle perizie di illustri scienziati, ma non bastò ad evitare le condanne di quattro dirigenti e del medico di fabbrica. Un altro precedente giuridico, perché per le morti da malattia professionale non era mai successo.

In quell’occasione, gli avvocati delle parti civili destinarono i propri onorari alla costituzione della “Fondazione Benito Franza”. Era nello stile di Bianca evitare di arricchirsi col mestiere.

Del resto, la sua clientela abituale non era particolarmente danarosa: “In quegli anni avevo un calendario fittissimo di processi e mi spostavo di continuo tra Torino, Genova, Pisa, Lucca, Firenze, Milano e molte altre città per affrontare casi legati quasi sempre a manifestazioni di piazza di studenti e operai. Erano gli anni delle occupazioni, degli scioperi, degli sgomberi, delle assemblee, ma in quel periodo difesi anche molti obiettori di coscienza, erano i tempi in cui diversi giovani venivano arrestati per non aver risposto alla chiamata di leva… mi capitò di difendere Adriano Sofri per blocco stradale davanti al municipio …14.

E le capitò anche di difendere Pio Baldelli, direttore responsabile di “Lotta Continua“, dalla querela per diffamazione avanzata dal commissario Luigi Calabresi, indicato dal giornale come uno dei principali responsabili dell’omicidio di Pinelli. Un occasione insperata, per LC, per poter confutare, con il rilievo di un pubblico dibattimento, la tesi del suicidio del ferroviere anarchico. (Continua)

 


  1. Si partiva. Si andava verso quelle squadre che eravamo sicuri avrebbero scioperato, battendo ritmicamente sulle latte usate come tamburi, e così il corteo si annunciava, le altre squadre lo sentivano arrivare da lontano e si preparavano fermandosi. Gridavamo slogan: Ho Ho Hochiminh, Agnelli l’Indocina ce l’hai in officina, slogan che nascevano dalle riunioni con gli esterni, con gli studenti… si battevano i tamburi, e quando incontravamo un caporeparto gli ci si metteva tutti intorno come gli indiani, a battere e a ballarci attorno, finché questo non si ubriacava e finiva dentro al corteo… man mano che li facevi i cortei diventavano sempre più grossi, la gente ci trovava non tanto un mezzo per ottenere più soldi e ferie, quanto la libertà”. Da Gabriele Polo, I tamburi di Mirafiori, Cric, 1989, pp. 63/64. 

  2. A sollevare il caso fu la vertenza di un dipendente dei ‘Servizi Generali’, tal Caterino Ceresa, che, in seguito al licenziamento, fece vertenza contro la Fiat perché lo aveva inquadrato come semplice fattorino, mentre lui svolgeva le superiori funzioni di spia. Per sostenere le sue ragioni, Ceresa mostrò ai giudici alcune schede, spiegando nei minimi dettagli funzionamento e funzioni del suo ufficio. 

  3. La stima è per difetto. 812 è il numero di licenziati Fiat del periodo 1948/66 che ottennero il riconoscimento previsto dalla legge 36/74. Sui licenziamenti degli anni ’50 a Torino: Donato Antoniello, Da Mirafiori alla S.A.L.L. Una storia operaia, Jaca Book, 1998, p. 220. 

  4. Lotta Continua, Anno III, n. 17/18, 16 novembre 1971, p. 10. Per il dibattito parlamentare sulla questione: Atti Parlamentari. Camera dei Deputati, Seduta di venerdì 29 ottobre 1971

  5. E’ il primo ad arrivare all’ospedale Fatebenefratelli dove impone la presenza di un poliziotto al capezzale di Pinelli. Poche ore dopo dichiara il falso alla TV: “era fortemente indiziato, il suo alibi era crollato” . Poi aggiunge: “Vi giuro: non l’abbiamo ucciso noi”. Pochi mesi dopo viene promosso ad incarichi ministeriali e trasferito a Roma“. In: Agnelli ha paura e paga la questura. I documenti dello spionaggio e della corruzione in Fiat, Edizioni Lotta Continua, 1972. 

  6. Una spia si confessa, in “Lotta Continua, anno III, n. 6, aprile 1971, p. 23. 

  7. Agnelli ha paura…, Op cit. 

  8. Bianca Guidetti Serra, Le schedature Fiat. Cronaca di un processo e altre cronacheRosemberg & Sellier, 1984, pp. 18/19. 

  9. Ibidem, p. 13. 

  10. Breve storia dell’Ipca. Come nasce una fabbrica della morte, Lotta Continua, n. 11, 1978, p.6. 

  11. Bianca Guidetti Serra, Santina Mobiglia, Bianca la rossa, Einaudi, 2009, p.116. 

  12. Tecnici e classe operaia, in “Lotta Continua”, 23 giugno 1978, p. 10. 

  13. INAS-CISL (a cura di), La fabbrica descritta dagli operai. Il caso IPCA, Almeno so di cosa morirò, Torino, 1973. 

  14. Stefano Moro, Tessere il filo della democrazia. Intervista a Bianca Guidetti Serra, 16 novembre 2010.  

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