di Alexik

Volterra 4[A questo link il capitolo precedente.]

“La prima volta che sono arrivato a Volterra era di sera. Arrivo e mi portano in una specie di corridoio … C’era un televisorino e una cinquantina di persone, tutte anziane. Vedo tutti questi vecchi ergastolani, ‘senza fine’. Seduti su sgabelli, in silenzio, che guardano… Lì vidi l’ergastolo1”. (Sante Notarnicola)

La presa in carico a livello legale di Adriano Rovoletto, e a livello umano di tutti i componenti della Banda Cavallero, segnò l’inizio, per Bianca Guidetti Serra, di un lunga battaglia contro la pena dell’ergastolo, “incompatibile con il principio costituzionale che assegna alla pena una finalità di recupero del condannato, al quale non può dunque essere negata la speranza in un futuro oltre le sbarre”. 

Così disse nella sua arringa finale, anche se non riuscì ad evitare le condanne a vita per quella banda di rapinatori anomali, collocata a metà strada fra la Resistenza e la lotta armata degli anni ’702. Li abbracciò ad uno ad uno – con un atto poco consono al distacco professionale – prima che, in ceppi, venissero consegnati alla galera definitiva, suggellando la nascita di un lungo rapporto. Di Rovoletto, Cavallero e Notarnicola, Bianca Guidetti Serra raccolse e pubblicò brani sull’esperienza dell’ergastolo3, nell’ambito del suo costante impegno per l’abolizione del ‘fine pena mai’. Anni dopo, come deputata di Democrazia Proletaria, avrebbe provato a scardinare l’istituto della galera a vita anche con una proposta di legge. Senza successo, visto che il vento tirava da tutt’altra parte, verso l’approvazione, cioè, dell’ergastolo ostativo4 (tuttora vigente), che impedisce l’accesso ai benefici di pena a chi rifiuti la delazione.

Le Nuove di Torino.

Le Nuove di Torino, costruite secondo il sistema “panopticon”.

Ma alla fine degli anni ’60 gli argomenti che il nascente movimento delle carceri poneva sul tappeto non riguardavano solo quanta pena fosse comminata, ma anche di quale pena si trattasse, dentro galere per nulla mutate dai tempi del fascismo. Le Nuove di Torino aprirono la stagione delle lotte carcerarie nel ’68, innescando un incendio che si estese in tutta Italia. Il vecchio carcere sabaudo riesplose poi nell’aprile ’69 quando “ fu distrutta la cappella (la religione è una delle chiavi del cosiddetto sistema rieducativo basato sulla violenza); l’ufficio matricola; l’ufficio fascicoli personali, dove il detenuto riceve il marchio di reietto; l’infermeria simbolo della discriminazione classista interna, in quanto è noto che le persone di elevata condizione (o che possono pagare) vi sono ricoverate sine die. Furono distrutte le fogne del 1857 e le tubature d’acqua antiquate, i miseri “impianti” per l’igiene, con lo scopo dichiarato di farle costruire nuove e come denuncia di una condizione di vita disumana. Furono resi inservibili i macchinari delle lavorazioni su cui si fatica otto ore per guadagnare 350 lire al giorno”.5

Questo l’epilogo della rivolta nei racconti di un detenuto: “Alle Nuove di Torino ho evitato per miracolo le raffiche dei mitra, sparate dalle mura di cinta, l’acre odore dei gas è ancora nelle mie narici, la visione di alcuni compagni feriti, due seriamente, una raffica alle mani a uno e un proiettile in una gamba a un altro, solo feriti per fortuna a Torino”.6

Le NUove di Torino.

Le Nuove di Torino.

Bianca Guidetti Serra si trovò nel collegio di difesa dei 68 imputati di quella lotta, in un processo che finì, come monito, con una sentenza fra le più dure. In seguito dimostrò la sua vicinanza al movimento dei detenuti anche nella difesa dei ribelli del carcere di Pescara, con i quali costruì una nuova modalità di affrontare i processi: gli imputati vollero gestire in prima persona la propria autodifesa “affiancati da noi avvocati che cercammo di fare il processo con loro, reinterpretando il nostro ruolo professionale”.7

Furono lotte durissime quelle carcerarie, con un prezzo molto alto in termini di morti, feriti e anni di galera, contro il regolamento penitenziario fascista datato 1931. Ottennero nel ’75 la riforma dell’ordinamento penitenziario (alla cui fase preparatoria lavorò anche la Guidetti Serra), che offriva, sulla carta, livelli minimi di decenza. Benefici presto annullati per i ribelli, a cui vennero destinati, due anni dopo, gli inferni delle carceri speciali.8

Avvocatessa dei rivoltosi, Bianca portò assistenza legale anche ai braccianti di Cutro, che nel novembre ’67 occuparono le terre incolte di Isola Capo Rizzuto sostenendo pesanti scontri con la polizia. Quella volta insorse un intero paese, e il Municipio finì in fiamme9. Fu uno degli ultimi fuochi del ciclo di lotte bracciantili, e forse l’anticipazione di quello che da lì a poco sarebbe divampato nelle università, e poi nelle fabbriche e nella società intera. Come è d’uso oggigiorno, anche i braccianti calabresi vennero accusati di devastazione e saccheggio, ma per loro fortuna, a differenza dei condannati del G8 di Genova, la questione si concluse con l’amnistia.

Torino 1967Intanto, dall’altro capo della penisola, gli studenti di Torino anticiparono di qualche mese il ’68 occupando la sede universitaria di Palazzo Campana, contro l’autoritarismo dei baroni e per la riforma dei programmi di studio. “Quel “restare” nei locali dell’università – disse Bianca – provocò presto a Torino circa cinquecento denunce per occupazione di pubblico edificio, e una folla di studenti nel mio studio per consigli legali”.10

Bianca fu interna al comitato di difesa organizzato dai giuristi democratici per fare fronte alle centinaia di arresti e denunce che seguivano gli sgomberi, le manifestazioni, gli scontri di piazza. Presto i processi per picchettaggio davanti a Mirafiori cominciarono ad interessare anche studenti, e non solo gli operai. Ancora uno volta lo studio legale si dimostrava un osservatorio privilegiato dei cambiamento, intercettando sul nascere questa saldatura, e l’emergere della conflittualità di un nuovo soggetto operaio, quello che aveva già ricevuto il battesimo del fuoco qualche anno prima a Piazza Statuto.

In fabbrica il ’68 cominciava a entrare nei reparti. Si intuiva dalla partecipazione altissima agli scioperi indetti dai sindacati per le pensioni, per la riduzione dell’orario, per la rinegoziazione del cottimo, contro i turni di notte e i sabati al lavoro, per l’abolizione delle gabbie salariali.

Alla Fiat l’era Valletta si era chiusa due anni prima, col subentro di Gianni Agnelli al timone della ditta. Duro esordio per il rampollo degli Agnelli: nella primavera del ’69 negli stabilimenti di Torino gli operai delle presse si autoridussero la produzione, per la prima volta nella storia della Fiat. Cortei interni, scioperi a scacchiera … da allora fu un susseguirsi di lotte spontanee, in un crescendo sempre meno controllabile dagli organismi sindacali. L’11 aprile tutti gli operai Fiat di Torino uscirono in corteo dalle fabbriche (e non accadeva da almeno 20 anni) dopo l’uccisione da parte della polizia di Carmine Citro e Teresa Ricciardi, durante uno sciopero generale a Battipaglia

fiat69Il 3 luglio, nel tentativo di riprendere l’egemonia delle lotte, il sindacato organizzò uno sciopero contro il caro affitti. L’assemblea operai-studenti colse l’occasione per collegare le autoriduzioni degli affitti in corso nel quartiere Nichelino con le lotte di reparto, dando appuntamento alla porta due di Mirafiori. Il concentramento venne attaccato a freddo dalla polizia, ancora prima della partenza del corteo.

Succedeva. Ai tempi dirigeva la questura di Torino Marcello Guida, amico personale di Mussolini durante il ventennio e direttore, all’epoca, della colonia penale di Ventotene (evidentemente, la Commissione per le epurazioni non lo aveva minimamente sfiorato). Al vertice dell’ufficio politico vi era Ermanno Bessone, col suo sottoposto Aldo Romano. Entrambi, assieme al questore, risultarono in seguito sul libro paga della Fiat. Pertanto il comportamento poliziesco era abbastanza prevedibile.

Ciò che non era previsto e che forse non era prevedibile né dalla polizia né dagli organizzatori fu la reazione spontanea della massa dei dimostranti, che anziché disperdersi iniziarono a rispondere alle cariche della polizia con una fitta sassaiola e tentarono di ricostruire il corteo poco lontano, in corso Agnelli, dirigendosi quindi verso  in Corso Unione Sovietica per sfociare in Corso Traiano”.11

La battaglia di strada durò più di 10 ore, coinvolgendo operai di altre fabbriche e abitanti del quartiere, che dalle finestre tiravano sulla polizia oggetti di ogni tipo.12. Un assaggio anticipato dell’autunno caldo.  (Continua)

 


  1. Bianca Guidetti Serra,  Storie di giustizia, ingiustizia e galera (1944-1992), Linea D’Ombra, 1994, p. 87. 

  2. Per la storia della Banda Cavallero: Sante Notarnicola, L’evasione impossibile, Odradek, 2005, pp. XXVI- 197. 

  3. Bianca Guidetti Serra, Contro l’ergastolo. Il processo alla banda Cavallero, Edizioni dell’Asino, 2010, pp. 56. 

  4. Rosa Ugolini, Ergastolo, una pena infinita

  5. Irene Invernizzi, Il carcere come scuola di rivoluzione, Giulio Einaudi editore, Torino 1973. 

  6. Idem, p. 324. 

  7. Bianca Guidetti Serra, Santina Mobiglia, Bianca la rossa, Einaudi, 2009, p. 163. 

  8. La controriforma carceraria

  9. Chiedevano la terra e ora sono in tribunale, L’Unità, 21 febbraio 1968. 

  10. Bianca Guidetti Serra, Santina Mobiglia, Bianca la rossa, Einaudi, 2009, p. 158. 

  11. Diego Giachetti, Marco Scavino, La Fiat in mano agli operai: l’autunno caldo del 1969, BSF, 1999, p. 43. 

  12. Per approfondire: Diego Giachetti, Il giorno più lungo: la rivolta di Corso Traiano, BDF, 1997, 119 p. 

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