di Danilo Arona

Diodati.jpgNon è una novità: la famosa sfida letteraria dell’estate 1816 avvenuta a Villa Diodati sul lago di Ginevra tra Lord Byron, John Polidori, Mary e Percy Shelley e Claire Clairmont presta il fianco a una lettura psicanalitica di notevole rilievo. Il luogo chiuso, la teatralizzazione dei rapporti quasi in chiave di psicodramma, l’apocalisse climatica in atto e la suggestione lacustre ne farebbero già di per sé un perfetto racconto gotico e si può sottolineare che, tanto ne Il vampiro che in Frankenstein, i ribollenti mondi interni dei tre scrittori appaiono così essenzialmente interconnessi che la psicanalisi risulta un ottimo lasciapassare per entrare e muoversi agevolmente in tanto territorio. La sceneggiatura di Stephen Volk, approntata per il film Gothic per quanto non servita al meglio dalla regia di Ken Russell, offre una potente metafora su questo fronte. Per dirla con Volk stesso : «Essi non crearono una storia di fantasmi, ma un fantasma, qualcosa di reale perché certi fantasmi — scaturiti da un insano impasto di elettricità e laudano — possono concretizzarsi come un Mostro dell’Id, tenuto assieme da gelosie viscerali, sensi di colpa, lussuria e la circostante, apocalittica Teoria del Caos divenuta Pratica». Fuor di metafora, i mostri che ancora oggi nutrono il gotico erano soprattutto mostri pulsionali, archetipici e quasi mitologici.

Bisogna comunque ricordare che esiste una corrente critica tendente a smorzare, se non ad azzerare, l’intensità delle dinamiche conflittuali esistenti fra i cinque protagonisti di quell’estate. Di conseguenza, la sfida letteraria in questione altro non sarebbe stato che un distratto gioco di società ben presto abbandonato da tutti, fuorché da Mary e ripreso poco tempo dopo da Polidori. Ad esempio, così scrive Fabio Giovannini nella sua ottima introduzione a Lord Ruthwen il Vampiro di Charles Nodier:
«… non accadeva nulla di estremo a Villa Diodati. Il gruppo di intellettuali faceva passeggiate, andava in barca sul lago e discettava di letteratura. La stagione, però, era eccezionalmente piovosa e si cercava di passare il tempo con ogni espediente. Così, un giorno, verso la metà di giugno, si sfidarono a scrivere ognuno una storia di fantasmi. Shelley si limitò a un appunto. Mary Wollstonecraft iniziò in quell’occasione il suo Frankenstein, Byron abbozzò un frammento sui vampiri e Polidori una storia che trasformerà anni dopo nel romanzo Ernestus Berchtold. E da quel gioco di società che prenderà origine il vampiro Lord Ruthven. Ma dovranno passare alcuni anni».
Si può raccontare anche così. Poche righe e procedere oltre perché, poi, alla fine in senso concreto non è mai esistita alcuna “notte di Villa Diodati”. In questo Giovannini ha una sponda inconfutabile, anzi quattro: i testimoni diretti, Byron, Shelley, Mary e Polidori che nei loro scritti sull’estate svizzera quasi non ne fecero menzione. Nella prefazione che scrisse nel ’18 per la prima edizione di Frankenstein a sé medesimo attribuita Percy Shelley addirittura così sminuisce l’episodio, quasi si fosse trattato di una sciocchezza di cui vergognarsi:
«Passai l’estate del 1816 nei dintorni di Ginevra. La stagione era fredda e piovosa e la sera ci riunivamo intorno al camino acceso e a volte ci divertivamo leggendo racconti di fantasmi tradotti dal tedesco che ci erano capitati tra le mani. Questi risvegliarono in noi il desiderio di imitarli, per gioco. Io e due altri amici (un racconto di uno di loro sarebbe molto più accetto al pubblico di qualsiasi cosa io possa mai sperare di produrre) decidemmo di scrivere una storia ciascuno, basata su qualche avvenimento soprannaturale. Ma all’improvviso il tempo si rasserenò, e i miei due amici mi lasciarono per un viaggio sulle Alpi e dimenticarono tra i magnifici scenari ogni memoria delle visioni di fantasmi che avevano avuto».
Non gli sono da meno la moglie, Byron e Polidori. Nei loro diari c’è poco o nulla di quel che invece l’immaginario letterario e cinematografico ha rievocato nonché arricchito di particolari dovuti e non dovuti. Che significa? Che la tradizione e la leggenda, ridondanti e suggestive, hanno prevalso su una piatta e incolore realtà?
Non ne siamo affatto convinti. Questo è un classico caso a (s)favore del quale parlano reticenze e omissioni. E le biografie di tutti prima e dopo Villa Diodati. Dei protagonisti poi non va dimenticata la giovanissima età. Sì che in quell’epoca si bruciavano le tappe, ma fisiologicamente una ragazza diciottenne resta tale, al di là dell’habitus sociale che la riveste e che la forgia.
Ad esempio, Mary era tormentata da angosciosi fantasmi di gravidanza soprattutto dal febbraio del 1815, dopo la disgraziata dipartita di quella bambina che lei nei suoi diari chiamava Claire in una sorta di polarità invertita nei confronti della sorellastra. La presenza della Clairmont a Villa Diodati funzionava peraltro come una sorta di detonatore. Per di più Claire era incinta al terzo mese, non visibile ancora al mondo, ma “allucinata” agli occhi di Mary, di nuovo divenuta madre da gennaio (il piccolo “Willmouse”, William, con tanto di nurse faceva parte dell’organico presente sul lago Lemano).
Tutto questo, all’interno di un rapporto a tre complesso e particolare, creava tensioni e ulteriori fantasmi. Sin dal 1815, dopo la morte della piccola “Claire”, Mary si era lasciata andare pubblicamente a definire Percy e la Clairmont come “Shelley e la sua amica”, dando a intendere chissà quale tresca. In realtà la storia era ben più complicata, ma un pubblico dato di fatto dell’estate 1816 era che la fama nera di Lord Byron alimentava sul lago di Ginevra voci scandalizzate di promiscuità e di amore libero tra i frequentatori della Villa. E Mary di tanto in tanto dimostrava di fronte al mondo di non sopportare la presenza di Claire, diffondendo tra gli osservatori esterni sospetti di gelosia e di talami affollati a numeri dispari.
In senso junghiano si può ipotizzare che, per quanto inconsapevoli di tanta energia “liberata”, le due femmine dell’asimmetrico gruppo di Villa Diodati segnassero, collidendo l’una con l’altra, quel periodo di notturna e tenebrosa femminilità, quasi incarnazioni di una Ecate primordiale, evocata assieme agli incubi collettivi del gruppo per “punire” gli audaci che tentarono di superare le colonne d’Ercole del terrore. Mary e Claire, per motivi anche reciprocamente diversi, erano, rispetto all’epoca e al loro contesto storico, apportatrici di una “devianza” femminile ai limiti del socialmente accettabile: una sorta di infausto presagio lunare che nell’immagine della divinità che annuncia la fine della vita — segnerà in modo tragico tutti i destini degli scrittori di Villa Diodati.
In questo luogo, durante “quella” notte rievocata nel mito, Stephen Volk si dimostra capace di dare forma e sostanza alle pulsioni oscure della diade femminile presente alla riunione. Nel film di Russell troviamo Mary e in subordine Claire al centro dell’azione, mentre le controparti maschili vengono relegate alla funzione di un “coro” di capricciosi e drogati burattini. Due analoghe e simbiotiche incarnazioni dell’Ecate mitologica che nel simbolismo arcaico Ecate soprassiede nel mito matriarcale al mondo dell’aldilà. Gli antichi avevano l’idea che la luna, quando non si vedeva, passasse nel mondo infero per poter riemergere e di conseguenza “rinascere”. Madre, comunque e sempre, alla fine del suo percorso simbolico.
Ecate è colei che si prendeva cura della persona che muore, la conduce di sotto nel mondo infero – infero inteso come sottostante, non certo in senso negativo -, quindi ne aiutava la rinascita da un’altra parte, ovvero riaffiorava.
In questo contesto mitologico predisposto da Volk dove la “follia” lunare è ancora relegata alle ossessioni del Sabba — pensate a queste divinità femminili e liberatrici che guidano la corsa sfrenata di legioni di donne alla luce suadente della luna, in conformità a ritmi biologici antichi e segreti – Mary si presenta come la Madre — con la Maiuscola — in grado di fisicizzare il suo Mostro dell’Id nel solido fantasma di “Claire”, morta l’anno prima e “vista” spesso anche nei corridoi della stessa villa. Il che è storicamente verosimile: sin da quando aveva messo piede in Svizzera, Mary sosteneva di essere nottetempo ossessionata dal fantasma della sua piccola morta nel 1815 . L’inquietante presenza, che agli occhi di tutti vestirà i panni dell’Incomprensibile e della tenebra più inaccessibile (“Abbiamo dato vita a una creatura in carne e ossa che è un ibrido delle nostre più oscure paure!”, queste le parole che Volk mette in bocca a Byron), è al contempo il nucleo fantasmatico, prodotto dalla mente di chi vorrebbe resuscitare la propria bimba deceduta e il futuro perno narrativo di una storia non ancora “concepita” e destinata all’immortalità: “la storia della creazione di un essere”, come annuncia la stessa Mary alla fine della lunga notte d’orrore, “un essere torturato dalla pena e dall’infelicità e che ossessiona il suo pazzo creatore e i suoi amici sino alla morte.” Paradigmatica la scena finale del film Gothic ambientata ai giorni nostri: mentre un gruppo di turisti visita la villa e una voce off sottolinea che qui fu creata la storia di Frankenstein, la macchina da presa stringe su un sinistro particolare celato nel profondo del lago (un macabro feto o bambola inanimata non lo sapremo mai), i cui lineamenti diventano gradualmente simili a quelli della maschera del mostro, resa celebre da Boris Karloff.
Si può anche discutere sul simbolismo sin troppo facile, ma Volk si rivela molto puntuale sul fronte della significazione junghiana. E sul fronte dell’oscurità femminea la storia e la letteratura sono lì per dargli ragione.
Mary e Claire condividevano da tempo un rapporto complesso e controverso. E Percy ne era il perno. Ma Claire, femmina geniale e di raro istrionismo, appassionata a tal punto della vita e delle lettere da volerle “fondere” in un ideale artistico che fosse anche — e soprattutto — esistenziale, intendeva sempre essere al centro della scena, tanto in pubblico quanto in privato. Tutta la serie di congetture e di sospetti sul ménage à trois dovrebbero tener conto che da parte di questi tre personaggi esisteva un progetto condiviso, a suo modo politicamente “serio”, di ripensare tanto la monogamia che l’eterosessualità. Mary era figlia di tanta madre e Percy era un artista dichiaratamente radicale e anarchico. Ma su questo fronte la più disinibita era Claire, vista dal mondo esterno come una spina nel fianco della sorellastra o semplice terzo incomodo del nucleo Shelley, e invece cuore – con la sua passione per la vita, il suo essere “attrice” sulla scena della stessa e portatrice di una serie di atteggiamenti esteriormente provocatori — di quel gusto dichiarato per la trasgressione che Byron ben rappresentava sul versante maschile. Forse più radicale di Shelley, protofemminista, ferocemente critica nei confronti del matrimonio e delle convenzioni borghesi e ardita promulgatrice di sperimentazioni sessuali (non nascondeva affatto certi suoi gusti saffici), Claire voleva sempre proiettarsi al centro della scena, anelando a una sintesi di perfezione tra vita vissuta e letteratura introiettata, quasi a voler materializzare in sé stessa taluni modelli diffusi nei libri a lei contemporanei. Se da un lato la società del tempo la considerava un mostro, Claire era in grado di imbarazzare persino Shelley (con cui conviveva) e Byron (suo amante all’inizio del 1816, un amore tra le cause primarie della reunion ginevrina): il primo definì “horrors” alcuni suoi atteggiamenti pubblici, non trovandoli di buon gusto, e il secondo, per quanto amasse scandalizzare il suo prossimo, non amava rispecchiarsi in una donna, quasi a voler applicare l’antico adagio che l’anticonformismo praticato da un uomo è lodevole ma diviene riprovevole in una donna — il che, sostenuto da Byron, suona sul serio stonato e bizzarro, però le cose stanno così (a parte la nota e limitata tolleranza che il Lord provava nei confronti di Claire, è assodato che guardasse con un certo sospetto il ménage à trois), aggravate dal fatto che nell’aprile del 1816 Byron stava tentando a modo suo di far dimenticare al pubblico certe tendenze e l’essere inseguito per mezza Europa da “quella ragazza dalla testa strana” non era certo di aiuto.
Di sicuro Claire, sia durante e dopo la vita di Percy, provò un’attrazione erotica, per nulla simulata, nei confronti di Mary. A questo aggiungiamo il fatto che, oltre a ricercare l’approvazione del mondo per la sua abilità recitativa e il talento nel canto, Claire anelava ad emergere dalla notevole promiscuità sessuale che caratterizzava gli ambienti artistici dell’epoca in modo che da ogni parte le venisse riconosciuta un’autentica parità con Mary tanto nelle “pubbliche virtù” che sul presunto fronte dei “vizi privati”. Un gioco sotterraneo di dinamiche testuali e sessuali, spesso in evidente contraddizione — agli occhi del mondo Mary sospettava Claire di sgradita intimità con Percy, ma al contempo ne era anche attratta… – che a Villa Diodati ebbe modo di venire alla luce, soprattutto per merito — o colpa — di due titoli, capisaldi della letteratura legati alla haunted summer. Il primo, in formazione e in divenire, è Frankenstein; il secondo è La Nouvelle Héloise di Jean Jacques Rousseau, uno dei testi più letti dalla congrega di Villa Diodati. Pochi però si sono accorti dell’impatto dell’opera medesima su Mary e Claire prima dell’estate ginevrina. Mary la situa tra le sue primarie letture del ’15 insieme a Emilio o dell’educazione.
La scoperta di Rousseau, e soprattutto della sua condotta sessuale attraverso i suoi scritti, fecero conoscere a Mary le dinamiche dei ménage à trois e questo potrebbe essere stato il germe per fantasticare sulla sua situazione personale in relazione ai suoi due compagni amorosi. Colpisce, nei quaderni di Mary, proprio mentre si riflette sull’influenza del testo di Rousseau, la descrizione da parte sua in una certa, determinata occasione del viso “mostruoso” di Claire, una sinistra e ipnotica espressione facciale, un volto distorto da una smorfia innaturale di sgomento orribile; una perturbante sensazione di disagio che Mary divide con Percy che le sussurra nell’orecchio per non essere udito dalla Clairmont: “Ci sta guardando in un modo terribile, distogli lo sguardo”. Nell’episodio del 1814, riportato nel diario come culmine di un’improvvisa apparizione al cospetto di Percy da parte di Claire (forse giunta in un momento dei meno opportuni), ecco come viene descritta la sorellastra, quasi un presago modello per la prima apparizione del futuro mostro di Frankenstein:
«Le sue labbra e le guance sono di un pallore mortale; la pelle del viso e della fronte appare solcata da innumerevoli rughe; quei lineamenti sono così terrificanti da non poter essere descritti. I suoi occhi spalancati sembrano balzare fuori dalle orbite e i bulbi oculari sembrano appena essere stati inseriti nelle cavità di una testa senza vita».
Ovvio che Mary stava esagerando, godendone un po’ crudelmente, all’interno di quel gioco dinamico e pulsionale di ruoli interscambiabili (mai serenamente condivisi — storico limite di qualsiasi triangolo pubblicamente esibito…), ma giova sottolineare che la stessa Claire non si tirava affatto indietro nelle strategie e nelle tecniche dell’apparire “mostruosa” – socialmente e moralmente — agli occhi del mondo.
All’interno di un rapporto così complesso e dinamico — che a Villa Diodati s’inseriva in un contesto altrettanto complicato (Byron versus Polidori e viceversa, ma anche Shelley versus Byron, con le due donne implicate sentimentalmente con entrambi) – , non è così illecito ipotizzare che, complici la ludica spinta del laudano e la presumibile vitalità notturna sotto le volte delle due case sul lago di Ginevra nonché la voglia profonda di “confondere” vite autentiche e narrazioni fittizie, tanto Mary quanto Claire liberassero quell’energia primordiale e “lilithiana” in grado di trasformare la percezione di ognuno e di influenzare pesantemente i destini dei partecipanti maschi.
Una forza per costoro letale ma protettiva in qualche modo per le due donne, che ebbero una vita più lunga per quanto travagliata. E una forza allucinatoria e incubica che non risparmiò ad alcuno “visioni”, a cominciare da quella classica di Mary sempre ricordata e che, stante la tradizione, diede la stura al romanzo: «… anche l’ora delle streghe era passata prima che ci ritirassimo a dormire. Quando posai la testa sul cuscino, non presi sonno, ma non si poteva neppure dire che cosa stessi pensando. L’immaginazione mi pervadeva non richiesta e mi guidava, dando alle immagini che si susseguivano nella mente una nitidezza che andava ben oltre le solite visioni della rêverie. Stesa a letto come in trance, vedevo – a occhi chiusi ma con un’acuta visione mentale – il pallido studioso di arti profane inginocchiato di fronte alla “cosa” che aveva messo insieme. Vedevo l’orrenda sagoma di un uomo sdraiato, e poi, all’entrata in funzione di un qualche potente macchinario, lo vedevo mostrare segni di vita e muoversi di un movimento impacciato, quasi vitale. Una cosa terrificante, perché terrificante sarebbe il risultato di qualsiasi tentativo umano di imitare lo stupendo meccanismo del Creatore del mondo».

[L’articolo è un estratto dal saggio Villa Diodati Horror Show che apre il libro La notte di Villa Diodati, Nova Delphi, 2011.

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